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Accademia del Frignano “Lo Scoltenna”  Zocca, 20 agosto 2005 Municipio – Sala Consiliare – Via Mercato

“Ricordo di Alberto Vecchi: la sua opera, le sue fiabe tra folklore e cultura”

Alberto Vecchi nasce a Modena il 9 febbraio del 1922, ultimo di quattro fratelli, resta orfano del padre ad appena quattro anni. Sin da piccolissimo viene a Zocca – i legami con il nostro bell’Appennino sono molto precoci! – perché il suo papà, l’ingegner Adolfo Vecchi, aveva ricevuto l’incarico di costruire l’acquedotto di Rosola. In casa infatti c’è ancora una bella foto che evidenzia la costruzione dell’importante acquedotto: è la testimonianza di un’opera che sarà di grande utilità anche per tutta la pianura che usufruisce di questo bene prezioso.

Dopo la morte precoce del papà, mentre i fratelli si erano avviati agli studi liceali frequentando i collegi dei Salesiani a Torino, Valsalice per la precisione, Alberto percorse un regolare cammino a Modena, diplomandosi dapprima brillantemente al Liceo Classico Muratori, dove eccelleva soprattutto in filosofia, e poi laureandosi in Lettere a Bologna nel 1945 e l’anno seguente in Filosofia. Le piste di lavoro e di interessi verso cui indirizzava i suoi studi furono in un primo tempo il folklore e le tradizioni popolari che si esprimono nella gestualità, nella ritualità del gesto, nella trasmissione orale delle fiabe e nella devozione religiosa; in seguito si occupò di argomenti e problematiche strettamente legate alla Storia del Cristianesimo e alla storia della Chiesa: dal 1962 fino al 2000 ricoprirà – come Professore ordinario – la cattedra di Storia del Cristianesi-mo all’Università di Padova. Ricca e vasta è la sua bibliografia: dagli studi su Sant’Agostino fino all’ultimo su San Leopoldo Mandic, il famoso frate cappuccino legato al santuario di Sant’Antonio di Padova (cfr. Alberto Vecchi, San Leopoldo Mandic, I miracoli di Padre Leopoldo, Edizioni San Paolo, 1998 – I edizione ottobre 1987). Ma un’altra grande passione ha caratterizzato la vita del prof. Vecchi, la grande figura di Lodovico Antonio Muratori, studioso, intellettuale, ecclesiastico di grande levatura morale e civile che tanto ha illustrato la Modena estense e ancora la rende luminosa. Curò, tra l’altro, la fotocopia anastatica delle Antichità Estensi ed Italiane di Muratori nel novembre del 1987, a cura della Cassa di Risparmio di Vignola.

E’ importante la premessa al Trattato che Alberto Vecchi scrisse quale Presidente del Centro di Studi Muratoriani. Desidero però soffermarmi soprattutto sull’argomento “fiabe, folklore e cultura”. A Modena nel 1959 si tenne il I Congresso del Folklore modenese e il prof. Vecchi produsse alcune riflessioni quali “La credenza dei tesori nascosti nel modenese”, “Favole dell’astuzia raccolte in territorio modenese”, già dai titoli si può comprendere l’orizzonte degli interessi. I testi furono pubblicati a cura dell’Aedes Muratoriana. In una nota l’autore scrive: “La favola si mostra spesso come un arricchimento ed una drammatizzazione fantastica di elementi offerti da scarne leggende. La leggenda ha già in sé infatti il meraviglioso, che è suscitato dal senti-mento del magico: dove infatti le cose più rilevanti ed i più caratteristici aspetti della natura paiono forniti di una propria forza intrinseca, qualitativamente sostanziata, contro cui può scontrarsi l’azione umana e subire arresti d’inconoscibilità, e che l’uomo vorrebbe ghermire, possedere, piegare alla propria volontà.” Perciò studiare la tradizione orale, il folklore signifi-ca andare nelle profondità della natura umana e quindi affrontare tematiche ampiamente culturali. Anche i gesti compiuti ci tramandano spesso storia e cultura. Quando, ad esempio, il contadino sboccava il vino versando direttamente sulla terra – se si trovava all’esterno – o nel camino, se si trovava in casa, il primo sorso, compiva un gesto antichissimo: la libagione. Questo antichissimo comportamento è rimasto nei gesti dei contadini che magari compivano movimenti tramandati di generazione in generazione anche soltanto perché li vedevano ripetu-ti. Non importa chiedersi se chi compie questi gesti lo faccia inconsapevolmente. E’ importan-te che non se ne perda la memoria. Passo in rassegna le fiabe pubblicate nel 1955 presso le Edizioni Paoline.

Le fiabe sono estremamente godibili e interessanti. Sono soltanto quattro e l’opera è intitolata TESTA DI CAPRA che è poi la prima fiaba che apre il libretto. In “Testa di capra” si manifesta il mito della discesa agli Inferi: il racconto della descensio ad Inferos trova un archetipo famoso nel viaggio di Orfeo alla ricerca di Euridice. Nella fiaba si parla di discesa e poi di risalita. Manucco e Testa di capra sono due creature prodigiose, due “monstra”, di cui si alimentava la fantasia popolare; tali creature sono collegate a due realtà contrapposte: l’al di qua e l’al di là , argomento che ha da sempre affascinato e attratto gli uomini. Di Tronelosna ho già detto (Accademia di Scienze, Lettere e Arti, 26 maggio 2005) e qui ribadisco che la fiaba contiene riferimenti alle forze della natura – palesate dal nome stesso del protagonista Tronelosna che significa “tuoni e lampi” – ma anche al notissimo racconto di Apuleio “Amore e Psiche” contenuto nell’opera – romanzo “L’asino d’oro”. Le altre due fiabe sono ARRECACAVER e LA TOPOLINA. La prima è ambientata nella campagna, in un mondo buono dove servi e padroni si amano e si rispettano.

Ci sono due figure positive: quella del servo buono e fedele, il giovane Tonio, e quella dell’anziano padrone generoso e affettuo-so, che assume quasi la figura di un padre. Nella fiaba c’è il tòpos del giovane servo ingenuo e gabbato dagli scaltri prepotenti che all’esterno tramano contro di lui. Grazie all’aiuto del buon padrone, però, Tonio riuscirà a vincere prepotenti e traditori. Nel saggio “Favole dell’astuzia raccolte in territorio modenese” (in A.A. V.V. Atti e Memorie del I Congresso del folklore modenese, Aedes Muratoriana, Modena, 1959) Alberto Vecchi scrive nel primo paragrafo “La saggezza popolare ammira la scaltrezza astuta tanto quanto la teme: l’ammira, direi, nel suo valore di pronta inventività e di perfetto dominio e nei suoi effetti dannosi per il prossimo: giacché, inevitabilmente, l’uomo scaltro si avvantaggia del danno altrui e si fa ricco grazie alla credulità altrui”.

LA TOPOLINA, fiaba di ambientazione montanaro – boschiva, è una narrazione ricca di particolari e doviziose descrizioni, interessante per la classica struttura della fiaba (Wladimir Propp, Morfologia della fiaba). Al disordine iniziale (una bella ragazza trasformata in topo) seguono le peripezie del boscaiolo – padre e del principe che vorrebbe sposarla, attratto dalla sua bellissima voce. La tensione, la pulsione verso l’oggetto amato e sconosciuto giunge al suo culmine (Spannung) quando ormai il principe sta per morire. Alle peripezie dei protagonisti si contrappongono l’astuzia e la tenacia della Topolina (tòpos: la furbizia del topo) che in una situazione impossibile riesce a salvarsi e a salvare l’amato. In questa fiaba interviene quale deus ex machina la fata buona che svelerà l’identità della Topolina e scioglierà l’incantesimo.

Nella fiaba si riconoscono gli schemi delle narrazioni più antiche: • Disordine iniziale; • Peripezie; • Agnizione e svelamento; • Ripristino dell’ordine; • Lieto fine. Se si può trarre una conclusione dai numerosi elaborati, dagli scritti di una personalità così ricca e multiforme e che possano essere di aiuto per noi siamo qui, potrebbe essere la seguente: occorre essere curiosi, domandarsi il perché di ogni cosa, interrogarsi e cercare delle risposte, anche partendo dalla quotidianità, osservare gesti e comportamenti che pos-sano diventare significativi, leggere con attenzione i testi degli studiosi che hanno scritto sugli argomenti del folklore, così come ha fatto il prof. Alberto Vecchi.

Maria Giulia Vecchi Mazza
 

da http://www.accademiasla-mo.it


20 agosto 2005 Zocca, sala comunale Seduta di studi e incontri culturali dell' Accademia dello Scoltenna

Giovedì 26 maggio 2005 – ore 17, presso la sede di questa Accademia, in collaborazione con
Centro Studi Muratoriani - Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie modenesi

In ricordo del socio professor Alberto Vecchi (1922-2004)
Programma:
             prof. Ferdinando Taddei    Presidente dell’Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti
             prof. Giorgio Boccolari    Presidente della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province modenesi
                                                  prof. Fabio Marri    Presidente del Centro Studi Muratoriani
                                                   prof. Franco Violi    Presidente della Sezione di Storia, lettere e arti dell’Accademia


Alberto Vecchi: un maestro di cultura e di umanità
 prof.ssa Maria Giulia Vecchi  Liceo Classico “S. Carlo” di Modena
Il folclore e la favola nell’opera di Alberto Vecchi

 

Presenti colleghi ed allievi dell’Università degli Studi di Padova

Il professor Alberto Vecchi, socio effettivo di questa Accademia dal 1956, emerito dal 2001, si era laureato all’Università di Bologna in Lettere nel 1945 e in Filosofia nel 1946. Iniziò subito ad insegnare Storia e Filosofia al Liceo

Classico Muratori di Modena, Liceo nel quale era stato studente.

Divenne in seguito titolare di cattedra di Italiano e Storia all’Istituto Magistrale di Rovigo, docente presso l’Accademia Militare di Modena nei corsi per allievi ufficiali, assistente di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena. Insegnò in qualità di incaricato, Storia del Cristianesimo nell’Università di Padova, dove, come vincitore di concorso, tenne la cattedra omonima dal 1962 al 2000.

A Padova si dedicò, con nuove prospettive di analisi e di ricerca, alla Storia del Cristianesimo e si interessò in modo particolare alle espressioni di devozione antoniana. A lui si deve il riordino, nel Museo di Sant’Antonio, di tutti gli oggetti ex-voto depositati nella Basilica. Fondò, in questa città, l’Istituto di Storia delle Religioni, successivamente denominato di Scienze Religiose, di cui fu direttore.

A Modena fu Presidente del Centro di Studi Muratoriani e sul Muratori organizzò convegni nazionali e internazionali.
I suoi studi sul grande Vignolese sono rimasti un punto di riferimento per gli studiosi. 

Fra le sue opere meritano di essere ricordate anche quelle sulla patristica latina e sulle correnti spirituali e teologiche della Venezia del Seicento. Fu socio di vari sodalizi culturali, fra i quali, oltre all’Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena, l’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, l’Accademia dei Concordi di Rovigo, la Deputazione di Storia patria per le Antiche Provincie Modenesi, l’Accademia Letteraria “
Lo Scoltenna”, ecc

 
prof.ssa Maria Giulia vecchi
Nel ricordo vivissimo di uno studioso appassionato di L.A. Muratori. Brevi cenni biografici del prof. Alberto Vecchi.
Sintesi del suo cammino culturale.


Il prof. Alberto Vecchi non è più tra noi. Lo ha strappato a noi famigliari, agli amici e ai fedeli studenti una morte annunciatasi inaspettatamente poco dopo le vacanze di Natale: 8 gennaio 2004.

Il prof. Alberto (per me semplicemente lo zio Alberto) era nato a Modena il 9 febbraio 1922. Laureatosi all’Università di Bologna in Lettere nel 1945 e in Filosofia nel 1946, fu subito chiamato a insegnare Storia e Filosofia al Liceo Classico Muratori, dove anche lui aveva studiato.

Successivamente fu docente di diritto presso l’Accademia Militare di Modena nei corsi per allievi ufficiali e poi divenne titolare di cattedra di Latino e Italiano all’Istituto Magistrale di Rovigo. Assistente di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Modena, approdò infine in qualità di incaricato di Storia del Cristianesimo a Padova dove, vincitore di concorso universitario, tenne la cattedra omonima dal 1962 fino al 2000.

A Padova egli giunse portando nuove prospettive di analisi e di ricerca nell’ambito della Storia del cristianesimo, a tal punto che, chi fosse stato abituato a studi di archivio, aveva modo di trovare con lui prospettive complementari e nuove di ricerca storica. La sua opera entusiasta e il suo magistero sempre vivace e stimolante offrivano elementi anticipatori di novità: quando entrava nelle tematiche e nei problemi legati alla religiosità popolare, alla pietà collettiva e alla devozione, riscopriva quanto lentamente si andava perdendo dell’antica religiosità e quanto si poteva ritrovare in qualche modo nel folklore locale.

A Padova ebbe modo di avvicinarsi alla spiritualità e alla devozione antoniana. Egli era attratto dalle forme espressive della cultualità e dai segni lasciati dai fedeli che hanno ricevuto la grazia. Le tavolette “per Grazia ricevuta” ed altri reperti del genere sono stati oggetto delle sue attente indagini: a lui si deve il riordino all’interno del Museo di Sant’Antonio di tutti gli oggetti accumulati come ex-voto nei depositi della basilica antoniana.

E’ stato attivo e operoso per diversi aspetti. Oltre alla sua bella famiglia – primo terreno di insegnamento – si ricorda il suo lungo magistero nell’Università patavina, nel quale ha profuso in lezioni brillanti la versatilità del suo sapere. Molti ricordano i suoi seminari di studio dove pazientemente erudiva con efficace didattica laureandi o studenti che apprendevano i primi elementi della ricerca. Nella bella città di Padova fondò l’Istituto di Storia delle religioni, successivamente denominato “di scienze religiose”, al quale si impegnò sempre con passione. Il prof. Alberto Vecchi è però largamente noto per il Centro di Studi Muratoriani, sviluppato tra Modena, dove è stato per lunghi anni presidente, e Padova e che ha al suo attivo una bella sequela di volumi.

Ha inoltre organizzato numerosi e molteplici convegni di studio: vanno ricordati quelli nazionali e internazionali su Muratori a Modena, i convegni sul folklore, sempre a Modena, su Antonio Rosmini a Padova, sulla spiritualità dell’800 a Verona e poi sulla devozione a Sant’Antonio (il fenomeno antoniano) – in collaborazione con il Centro di studi antoniani – a Padova. Vanno anche ricordate le sue pubblicazioni: gli studi sulla patristica latina, il volume sulle Correnti spirituali e teologiche nella Venezia del Seicento, di grande rilevanza per comprendere la cultura veneziana del tempo.

Le pubblicazioni più note e originali sono però quelle concernenti Ludovico Antonio Muratori, grazie alle quali Alberto Vecchi è più conosciuto e che restano un punto di riferimento per gli studiosi.
Tale rilevante attività lo inseriva nel mondo culturale della regione nativa e di quella acquisita; infatti Modena e Padova lo vedono attivamente partecipe: Socio emerito dell’Accademia di Scienze Lettere ed Arti di Modena, Socio corrispondente dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti di Venezia, Socio dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Socio effettivo della Deputazione di Storia patria delle Antiche Province Modenesi.
Il ricordo più sentito è però quello rimasto nei suoi allievi, attirati dalle sue lezioni brillanti e sempre da lui consigliati nei loro problemi di studio o di vita. La sua cordiale umanità non sarà dimenticata da chi l’ha conosciuto; la sua generosità e il suo ottimismo talora velato resteranno una viva memoria.

Se a me che sono la nipote sono concesse due parole posso rammentare ciò che ha rappresentato per me per quanto riguarda le mie scelte di vita. Ho ammirato la sua dedizione profusa nello studio e nella ricerca – che ha determinato in me la scelta degli studi classici e umanistici – e l’appassionato amore per il grande intellettuale e maestro-sacerdote da lui sempre studiato, letto e meditato: Ludovico Antonio Muratori.

Maria Giulia Vecchi Mazza

 
ACCADEMIA DI SCIENZE, LETTERE e ARTI – 26 maggio 2005

Il folklore e la fiaba nell’opera di Alberto Vecchi.



Ringrazio il prof. Violi che mi ha ritenuto degna di partecipare a questa commemorazione dovuta allo zio Alberto! Ho pensato di presentare un'attività non conosciuta da tutti, una produzione narrativa che consta di una breve raccolta di fiabe intitolata “Testa di capra” (ed. Paoline, 1955).

Alla produzione narrativa di fiabe occorre aggiungere anche il romanzo “Intervista col diavolo”, edito sempre dalle edizioni Paoline nel 1954, di cui però oggi non mi occuperò.
Il folklore, le tradizioni, il mondo dei proverbi, dei modi di dire… hanno sempre affascinato il prof. Alberto Vecchi: era veramente attratto da tutto ciò che proveniva dalla cultura orale. E proprio la fiaba di cui mi occuperò oggi.

TRONELOSNA, che fa parte della raccolta “Testa di capra”, è stata trascritta – come le altre fiabe – dal racconto della nonna.

 
 

E’ stata dapprima tramandata oralmente, poi trascritta dallo zio.

TRONELOSNA appartiene dunque alle fabulae aniles – come le chiama Apuleio nell’Asino d’oro – le fiabe della nonna, narrate per tranquillizzare i piccoli prima di dormire o per distrarli da attività pericolose!

E’ importante però fare la seguente considerazione: esattamente nel 1956, vale a dire un anno dopo la pubblicazione di Testa di capra, Italo Calvino pubblicava in due volumi le “Fiabe italiane” presso la casa editrice Einaudi. Calvino scrive nella sua Introduzione all’opera che i diligenti studiosi di folklore si sono messi a scrivere sotto dettatura delle nonne. Anche Benedetto Croce (ricorda Calvino) – diciassettenne – scriveva sotto dettatura canti e filastrocche delle lavandaie del Vomero a Napoli. Entrambi – benché non si conoscessero – erano arrivati ad analoghe produzioni: la trascrizione di fiabe da sempre tramandate oralmente.

Il libretto contiene quattro fiabe, nell’ordine: Testa di capra, Arrecacaver, Tronelosna e La Topolina. Ma ora vorrei fare insieme a voi alcune considerazioni. Nel testo che ha una dedica ed ha una sua stesura definitiva, l’unica fiaba che presenta cancellazioni, riscritture e semplificazioni è Tronelosna. Come mai? Nel passaggio dall’oralità alla scrittura il prof. Alberto Vecchi ha sentito la necessità di alleggerire il testo: qui ho trovato una straordinaria sintonia con Italo Calvino che tesse l’elogio della leggerezza nelle sue Lezioni americane. La fiaba, molto importante per lo zio Alberto, è stata ridotta all’essenziale.

Vi riassumo brevemente la vicenda.
Una ragazza povera e orfana cerca lavoro: ha sentito dire che molto lontano delle signore hanno bisogno di una ragazza per i lavori di casa. Il viaggio richiede giornate di cammino perché “bisognava andare lontano, attraverso molte montagne e molti boschi”.

Il bosco è talmente folto e intricato che lei non riesce a proseguire. Improvvisamente Palmierina – questo è il nome della ragazza – sente una folata di vento e vede vicino a sé un vecchio con una bella barba che le chiede che cosa faccia in quel luogo. Palmierina risponde che ha sentito dire che “in cima ad un’alta montagna abitano sette signore che hanno bisogno di una ragazza che stia con loro a servizio”. Ha perso il sentiero a causa del bosco intricato e non conosce la strada. Il vecchio allora le indica il cammino e nella folata di vento scompare.

Palmierina giunge in vista di una montagna sulla cui cima si trova un castello ben chiuso e serrato (“con tutte le porte chiuse”). Mentre sale il pendio sente di nuovo un soffio di vento. E’ il vecchio che le dà alcuni consigli. La informa che le signore sono in realtà sette fate che stanno filando al balcone, lei dovrà correre velocemente sotto al balcone attraversando il prato sottostante, senza farsi vedere. “Le fate hanno l’abitudine di lasciar correre il fuso fino a terra” e sono molto golose. Appena il fuso arriva all’altezza delle mani bisogna bagnare un’estremità nel miele e infilarne un’altra in un fico secco.

Il generoso vecchio porge alla ragazza un vaso di miele e un cesto di fichi e la esorta a compiere questa operazione fino all’esaurimento di tutte quelle leccornie. Palmierina dovrà sempre stare nascosta, solo quando la più anziana delle fate dirà: “Non ti faccio niente: lo giuro per Tronelosna!”, allora si mostrerà. Il vecchio sparisce. Tutto avviene fedelmente come aveva suggerito il misterioso vecchio e la Palmierina si può finalmente presentare. Il castello però deve avere sempre il portone chiuso, come può entrare allora? Le fate lasciano cadere fino a terra le loro trecce così la Palmierina capisce che questa è la scala che lei deve salire. Giunta sul balcone, riceve istruzioni sul suo lavoro e visita un castello sporchissimo e impolverato che dovrà ripulire accuratamente.

Passato un certo tempo, la fata più anziana dice alla ragazza che tutte loro si devono assentare per due giorni perché devono andare a trovare una loro sorella che abita lontano “sul monte vicino”. Durante la loro assenza, la fata anziana affida alla Palmierina un’incombenza: nel granaio ci sono sette sacchi di miglio, frumento e riso tutti mescolati insieme che lei dovrà far trovare ben divisi e insaccati. La Palmierina non ha il coraggio di obiettare nulla. La ragazza, partite le fate, inizia subito il lavoro, ma trascorse alcune ore aveva suddiviso pochissimi chicchi e vedendo l’inutilità del suo lavoro, scoppia a piangere.

All’improvviso un vento le scompiglia capelli e vestiti. Era il vecchio che ormai conosceva, il quale con una bacchetta magica distingue i chicchi in tre mucchi separati che poi sempre prodigiosamente vengono insaccati. La Palmierina vorrebbe ringraziare il misterioso vecchio che scompare sorridendo. Quando le fate, al loro ritorno, scoprono che tutto è in ordine, mormorano: “Qui ci dev’essere la farina di Tronelosna. Non andrà sempre così”. Poi le fate si allontanano una seconda volta, sempre per lo stesso motivo e affidano un altro difficile incarico alla Palmierina: dovrà rinnovare la penna ai materassi del castello e rifarli completamente nuovi. Anche questa volta sarà aiutata da Tronelosna e le fate mormoreranno la stessa frase: “Qui ci dev’essere la farina di Tronelosna. Non andrà sempre così”.

Un giorno le fate decidono di offrire una festa da ballo e chiedono che la Palmierina vada dalla loro sorella per prendere la scatola degli strumenti musicali. Deve raggiungere un alto monte e quasi in vista della cima sente il sibilo di vento a lei noto. E’ Tronelosna che le darà istruzioni importanti: le consegna due pani per un cane famelico, un cesto di fieno per un grande cavallo e una fetta di lardo per ungere una porta che sbatte continuamente. Entrata, troverà una bambola e dovrà cullarla come se fosse una bambina viva, ma quando la fata si sarà allontanata dovrà gettarla nel forno e afferrare la scatola degli strumenti musicali che si trova sopra il camino e scappare in fretta.

La vecchia sorella delle fate fa per rincorrerla, ma non riuscendo a raggiungerla chiede aiuto alla porta, poi al cavallo e infine al cane i quali, però, beneficati dalla Palmierina non le fanno alcun male e non le impediscono la fuga.
Occorre dire che la scatola conteneva strumenti davvero fatati, perché riuscivano a comporre un’intera orchestra, benché fossero piccolissimi. Palmierina sente che dalla scatola magica esce una bella musica e cresce la sua curiosità di vedere che cosa ci sia dentro. Apre un po’ la scatola e i piccoli strumenti saltano fuori “come tanti grilli”.

La Palmierina prova a rincorrerli, ma … non riesce nell’intento. Questa volta invoca Tronelosna il quale risolve ancora una volta la situazione. Però mette in guardia la ragazza sulla festa che si sarebbe tenuta il giorno dopo al castello delle fate. Se tra gli invitati a lei sembrerà di riconoscerlo, faccia finta di niente e finga di non vederlo. Inoltre quando andrà a dormire, pensi soltanto a dormire e basta. Il giorno dopo alla festa la Palmierina si siede sull’orlo di un pozzo per reggere una lampada accesa in mano per accogliere gli invitati. Quando da una carrozza esce un giovane tutto solo, la Palmierina è convinta di riconoscere Tronelosna.

Terminata la festa, la fata anziana dice alla Palmierina che deve dormire in una stanza di fronte allo scalone. Mentre dorme, sente vicino a sé il respiro di una persona e avvicina la lampada per vedere chi sia. Riconosce il volto di Tronelosna, “giovane e bello come un angelo”. Ma una goccia di olio bollente cade sul suo volto e lo sveglia. Tronelosna rimprovera la Palmierina di avere disobbedito e le rivela che, se lei non lo avesse svegliato, sarebbe terminato l’incantesimo che lo imprigionava.

Gli resterà solo un altro anno di tempo durante il quale lui però non potrà più aiutarla. Tronelosna riacquista l’aspetto di anziano e la Palmierina sente il sibilo del vento. Trascorso un anno di profonda tristezza per la Palmierina, la fata anziana le comunica che il giorno dopo ci sarebbe stata un’altra festa da ballo. Tutto sarebbe avvenuto come nell’anno precedente, ma questa volta la Palmierina è più accorta. Per tutta la notte resta immobile, anche se sente che una mano le accarezza la fronte. Alla mattina vede che Tronelosna è ridiventato giovane e bello e lui le rivela che l’incantesimo è veramente finito: quindi, superati gli ostacoli, possono coronare il loro amore e vivere insieme felici e contenti.

Come si può notare dal riassunto la fiaba contiene elementi e nuclei narrativi arcaici:

  • Lo stesso nome di Tronelosna evoca le forze della natura, è un nome parlante, significa infatti “tuono e luce”;
  • Le vecchie fate che filano evocano le Parche che nel mito sono tre e qui invece sono diventate sette;
  • La Palmierina con le sue peripezie e la sua complicata storia d’amore ricorda la figura di Psiche e sembra quasi rivivere la medesima storia raccontataci da Apuleio nella famosa fiaba dell’Asino d’oro, la fiaba appunto di Amore e Psiche (capp. IV, V e VI dell’opera).

La fiaba di Tronelosna proviene dal ruminio della tradizione popolare contadina e attinge il suo patrimonio dalla variegata casistica delle vicende umane. Vi sono abilmente intrecciati anche elementi letterari talmente famosi da avere invaso il campo della tradizione orale o anch’essi originariamente patrimonio dell’oralità.
Quello della fiaba rappresenta un campo di studi interessante che si apre agli studi dell’antropologia (l’antropologo legge la fiaba come un rito di iniziazione o rito di passaggio), ma si presta anche ad approfondimenti culturali a vasto raggio.

Se il prof. Vecchi aveva pubblicato il volumetto “Testa di capra” come un’opera divulgativa, sapeva in realtà di poter aprire un discorso ampio e affascinante che in tale fiaba soprattutto riusciva a conciliare la cultura popolare-contadina e la letteratura più raffinata e colta.

Maria Giulia Vecchi Mazza

 


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