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martedì 21 gennaio 2003, S. Agnese
Quando i briganti erano i veri padroni di Montetortore
Zocca. Una serie di scritti del prof. Ezio Trota sulla storia locale dal XV al XVIII secolo  di Giuseppe Bondi

ZOCCA. Montetortore: com'è oggi, ma soprattutto com'era una volta. Un profondo conoscitore del passato di questa frazione di Zocca è il prof. Ezio Trota, già primario della divisione di ortopedia-traumatologia dell'ospedale di Carpi. Nei suoi scritti, frutto di profondi e severi studi, ha parlato di Montetortore, allora a ridosso della frontiera fra il modenese e il bolognese, della criminalità che imperversava e delle relative pene. 

Ezio Trota ha scritto del castello di Montetortore, dell'ospitale e della confraternita del ponte di S. Giacomo, degli statuti e dell'ordinamento della podesteria, nonché della criminalità e della legislazione penale nella podesteria di Montetortore (secoli XV-XVIII). Lo studioso così comincia il suo trattato sulla criminalità: "

E' opinione di autorevoli studiosi di storia locale che gli abitanti delle nostre montagne abbiano avuto nei secoli scorsi un comportamento sociale violento e criminoso, favorito dalla miseria e dalla durissima lotta per la sopravvivenza. 

Tale comportamento era evidente nei territori cronicamente infestati da banditi e malviventi, che avevano la possibilità di sconfinare con facilità da uno Stato all'altro...". E Montetortore non sfuggiva alla regola.

La sua posizione geografica di confine, come accennato, fu causa di aspre contese di appartenenza territoriale fra i Comuni di Modena e di Bologna. Nei secoli XVI e XVII il territorio fu scontro di lotte armate fra diverse bande di briganti e malviventi e di rivalità con i paesi vicini del bolognese e del modenese. 

Dopo alterne vicende, nel 1695 la Podesteria di Montetortore ritornò sotto il dominio degli Estensi. Oggi è possibile ammirare il complesso castellano costituito dai resti del torrione, dal campanile e dal recentissimo recupero totale della chiesa di S.Geminiano e della canonica.

A quale stadio era allora arrivata la criminalità? Stando a Ezio Trota, la risposta si trova nella corrispondenza che i podestà del luogo erano tenuti ad inviare al Duca e al Segretario ducale. Si parla della cattura dei malviventi, che era agevolata nei giorni di mercato. Dell' istituzione dei "cacciatori di teste", della tortura. 

I processi penali più gravi venivano avocati a Modena. Le pene afflittive e corporali, erano la decapitazione, il rogo, la mutilazione di una mano o di un dito, legatura o taglio della lingua, foro dell'orecchio destro con ferro arroventato, tratti di corda, fustigazione. Ma si parlava anche della pacificazione e della grazia. Nel caso di falsificazione di atti pubblici, frode in commercio, contrabbando, violenza carnale, adulterio e concubinato ed altre... amenità, erano previste pene pecuniarie. 

Così conclude lo storico: "L'elevato grado di criminalità nelle zone di confine era dovuta alla presenza di individui già implicati in delitti e messi al bando, e per l'estrema miseria di quei tempi si manifestavano reati contro la persona e contro il patrimonio".


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