Due sono
le forme del viaggio: una prima è quella i cui si pianifica ogni
mossa e
preventivamente si sa dove si dormirà, con quali mezzi di trasporto ci
si muoverà, a che ora avverrà lo spostamento, come si giungerà, e così
via; e poi vi è la seconda, la forma opposta, nella quale il viaggiatore
si lascia fare dal viaggio.
Dapprima è lui stesso che
si mette in cammino per andare, ma poi è il viaggio che lo trasforma in
viaggiatore: non è solo lui che viaggia, ma è il viaggio che lo rende
viaggiatore.
Queste due forme del
viaggio da principio sono casuali poi, con il passare del tempo con le
esperienze che il viaggiatore fa, possono diventare una scelta.
Allora esprimono una mentalità,una costruzione della personalità.
Quella pianificata è la
forma del viaggiatore organizzato e chiuso; all'opposto, quella del
viaggiatore " on the road " è la forma aperta all'avventura, che si
affida agli incontri come occasioni e ai luoghi come scelta.
Il viaggiatore che
pianifica è contento quando riesce a fare coincidere le proprie attese
con la realtà del viaggio, così che quello che era stato pianificato
effettivamente si realizza.
Il viaggiatore che invece
si lascia prendere dal viaggio considera riuscito il suo andare se si
riempie di incontri, di intuizioni dell'altro.
La curiosità lo muove più che la locomotiva del treno sul quale è
salito.
Il suo cuore è sempre oltre.
Erodoto viaggiatore
alla ricerca delle verità empiriche.
Il viaggio svela il mondo.
Si lascia il proprio habitat per inoltrarsi in quello altrui.
Straordinari furono i viaggi di coloro che partirono per il puro scopo
di conoscere altre popolazioni diverse dalla propria, per confrontare
giudizi consolidati ma mai verificati, che si dicono sugli altri e
quella che invece è davvero la verità pratica, empirica.
Ibn Battuta, il grande
viaggiatore arabo, ad esempio, è una specie di antropologo ante litteram.
E come lui, altri. Costoro tendono a raccontare il viaggio con stupore e
la verità che narrano, non già inquieta, ma richiede che di nuovo si
confronti con l'immagine che comunemente si è accettata.
Il viaggiatore si
verifica con gli stereotipi e spiega una sua verità.
Dalla sua c'è il fatto che egli ha una esperienza vera da dire, mentre
gli altri, invece, soltanto una verità mai sperimentata.
La verità del viaggiatore stà nella possibilità di sperimentazione dei
luoghi.
Gli altri devono accontentarsi di impressioni e immagini astratte e
generiche.
Egli invece argomenta a partire da quello che ha visto.
Così Erodoto il
viaggiatore della classicità greca, sfata miti urbani, relazioni
geometriche che si credevano perfette, angoli, cerchi, triangoli e
quadrati che secondo i vari architetti dell'antichità avrebbero dovuto
suggerire alle città originali armonie e inusitati equilibri tra le
parti.
Misura e confronta, e così non giunge alle medesime conclusioni che
avrebbero permesso di confermare le forme ipotetiche della perfezione
urbana di un certo luogo: anzi, egli insiste nel trovare imperfezioni,
salti e dissonanze; e dichiara che la realtà è davvero così perché lui
l'ha potuta verificare, e non desidera ingannare il suo lettore se
conclude in un certo modo piuttosto che in altro.
Il viaggiatore è, in
questo caso, un testimone, un sociologo empirico, un osservatore.
E chi può dargli torto, dal momento che solo lui ha potuto misurare e
confrontare ?
La sua verità consiste nel viaggio teso a verificare se certe diffuse
convinzioni sono davvero vere, o soltanto si tratta di luoghi comuni o
di falsità.
Svelando i trucchi, Erodoto assegna ai suoi viaggi un intento di ricerca
empirica.
Marco Polo.
E' nel suo capolavoro letterario, " Le città invisibili ", che Italo
Calvino inventa un immaginario colloquio tra il grande Kan della Cina e
il viaggiatore veneziano.
Il kan chiede a Polo che gli pargli delle città che già ha visto durante
i suoi viaggi esplorativi, e ben volentieri Polo accetta di narrare.
Ed ecco che ogni città è una donna.
Ogni donna un' avventura, un' esperienza.
Le città sono la continuazione sul territorio dell'utero femminile, e
così come la mamma fa crescere dentro di sé il proprio figlio,
altrettanto la città trasforma la biologia dell'uomo in cittadino.
La polis educa alla storia.
"Molte sono le città di
cui mi hai parlato, ma mai della tua. Perché ? ", interroga il Kan Marco
polo.
"Non ti parlerò della mia città, spiega il veneziano, perché essa è la
chiave di ogni altra. Se ne parlassi, non saprei più parlare delle
altre.
Il silenzio nel quale circoscrivo Venezia è la condizione perché io possa
parlare delle altre ".
C'è
dunque una città, quella che a ciascuno di noi assegna la sua identità
primigenia, che non sta al pari delle altre.
E' quella che conserva
dentro di sé i paradigmi interpretativi per quelle che si vogliono
valutare.
Il giudizio è sempre giudizio tra due realtà.
Quella originaria è il paradigma di ogni altra.
Seppure a sua volta suscettibile di variazioni la città del natale
individuale è la città archetipo, e solo chi non l'ha mai conosciuta sa
la pena dell'essere apolide.
Uno che è senza patria
non è un uomo felice.
Qualcosa di profondo e misterioso interpreta l'identità originaria,
cittadina e territoriale, come stabilità, come fissità di giudizio, come
qualcosa di necessario, come collocato fuori dalla contingenza.
Quando poi, come nel caso di Marco Polo, questa città è un illustrissimo
esempio, un mirabile archetipo, essa rimane quale ineliminabile
sottofondo per ogni altro giudizio.
Allo stesso modo, io penso, l'estetica di un abitante di Siena, o di
Assisi, o di Noto, di Palermo o di Otranto conserva nel cuore come
paradigma la " forma urbis " (bellezza della città) della propria città,
e ad essa assegna il ruolo di criterio interpretativo per le esperienze
successive.
Un europeo potrà anche
trovarsi bene in america, ma sempre gli mancherà la dimensione estetica
dell'urbano che, nelle città americane, è pur così ricche e così
diversificate al loro interno, non possiamo trovare perché esse sono
nate nella modernità, quando già la forma urbis era già stata sostituita
dalla ortogonalità razionale.
Il viaggio di ritorno.
Quello che ci riporta verso casa è sempre il più atteso dei viaggi.
Il viaggio di ritorno si ammanta del desiderio di ritrovare le proprie
cose, le abitudini, il proprio quotidiano.
Ad un certo punto, il viaggiatore avverte la pesantezza dell'essere in
viaggio, sente il peso del non avere a disposizione casa propria.
Nella propria città, la casa dove si abita diventa un'estetica
nell'estetica, il cuore della vita associata.
Il viaggio di ritorno verso casa è quello che ha smesso di essere
curiosità e avventura e chiede invece stabilità e pacatezza.
Si stemperano in quest'ultima frazione di viaggio, le proiezioni di
successo e di osservazione dell'altro, mentre invece emerge un
prorompente bisogno di ritorno-in-sé; un desiderio di riprendersi in
mano, una cura rivolta verso quanto era mancato verso il peregrinare.
Il viaggio verso casa, quello di ritorno, non prevede cose mirabolanti,
ma propriamente la normalità.
Un desiderio di quotidianità anche fatta di cose semplici, ma insomma
una quotidinianeità che metta al riparo dall'eccessiva esposizione nella
quale inevitabilmente si vive quando si è in mare aperto.
Scrive Montale:
" Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine
che dividono l'anima che non sa più dare un grido."
(Ossi di seppia, Casa sul Mare).
Si riprende la propria vita, e il viaggio già ultimato diventa fonte di
una meditazione assidua e arricchente.
Ripensare al viaggio concluso è ri-stabilizzarsi nella quotidianeità,
forse anche nella sua dimensione più meschina, quella in cui l'anima non
sa più dare un grido.
Ma il viaggiatore sa bene che in quel riposo già serpeggia l'ipotesi del
suo viaggio successivo.
Quello che per ora non ha la forza di progettare, ma che verrà
progettato un giorno.
Più in là: quando, come Ulisse, si sarà riposato nella sua Itaca petrosa,
e di nuovo prenderà il mare.
Il viaggio, metafora della vita.
Da Rocca n° 16 -17 del 15 agosto 1 settembre 2002 |