| Abstract
da: De officiis (I doveri) - Libro primo di Marco Tullio Cicerone
VII.
LA GIUSTIZIA: DARE A CIASCUNO IL SUO Il primo compito della giustizia è che
nessuno rechi danno ad alcuno, se non provocato a torto; il secondo è che
ciascuno adoperi le cose comuni come comuni, le private come private.
21. I beni privati, peraltro, non esistono per natura, ma tali
diventano, o per antica occupazione. come nel caso di coloro che un tempo
vennero a stabilirsi in luoghi disabitati, o per diritto di conquista, come nel
caso di coloro che s'impadronirono di un territorio per forza d'armi, o infine
per legge, per convenzione, per contratto, per sorteggio.
Per questo noi diciamo che il paese d'Arpino è degli Arpinati,
e quel di Tuscolo, dei Tusculani; e allo stesso modo avviene la ripartizione dei
beni privati.
Ora, poiché diventa proprietà individuale di ciascuno una
parte dei beni naturalmente comuni, quella parte che a ciascuno toccò in sorte,
ciascuno la tenga per sua; e se qualcuno vi stenderà la mano per impadronirsene,
violerà la legge della convivenza umana.
22. Ma poiché, come ha scritto splendidamente Platone, noi non
siamo nati soltanto per noi, ma una parte della no-stra esistenza la rivendica
per sé la patria, e un'altra gli amici; e poiché ancora, come vogliono gli
Stoici, tutto ciò che la terra produce è a vantaggio degli uomini, e gli uomini
furono generati per il bene degli uomini, affinché pos-sano giovarsi l'un
l'altro a vicenda; per queste ragioni, dunque, noi dobbiamo seguire come guida
la natura, metten-do in comune le cose di utilità comune, e stringendo sempre
più i vincoli della società umana con lo scambio dei servigi, cioè col dare e
col ricevere, con le arti, con l'attività, con i mezzi.
23. Vi sono, poi, due tipi d'ingiustizia: l'uno è di coloro
che fanno una offesa; l'altro, di quelli che, pur potendo, non la respingono da
quanti la subiscono. Difatti, colui che, spinto dall'ira o da qualche altra
passione, assale ingiustamente qualcuno, fa come chi metta le mani addosso a un
suo compagno; ma chi, pur potendo, non respinge e non contrasta l'offesa non è
meno colpe-vole di chi abbandonasse senza difesa i suoi genitori, i suoi amici,
la sua patria.
24. Ed è ben vero che quelle ingiurie che si fanno per
deliberato proposito di nuocere, hanno spesso origine dalla paura, quando, cioè,
colui che medita di procurare un danno ad un altro, teme che, non facendo cosi,
debba subir lui qualche danno.
Ma la maggior parte degli uomini sono spinti a danneggiare gli
altri per conquistare ciò che stimola in loro un inten-so desiderio. E di questo
la colpa massima è insita nell'avidità di denaro.
X. IL DOVERE MUTA SECONDO LE CIRCOSTANZE 31. Ma si danno
spesso circostanze in cui, quelle azioni che sembrano più degne di un uomo
giusto, di quello, cioè, che chiamiamo galantuomo, si mutano nel loro contrario,
come, per esempio, il restituire un deposito (anche a un pazzo furioso?), o il
mantenere una promessa; e così, il trasgredire e il non osservare le leggi della
sincerità e della lealtà, diventa talvolta cosa giusta.
Conviene, infatti, riportarsi sempre a quelle norme
fondamentali della giustizia che ho posto in principio: primo, non far male a
nessuno; poi, servire alla utilità comune. Mutano col tempo le circostanze? Muta
di pari passo il dovere e non è sempre lo stesso.
Così, per esempio, se tu avevi promesso a qualcuno di recarti
in tribunale per assisterlo in giudizio, e nel frattempo un tuo figliuolo fosse
caduto gravemente malato, non sarebbe contrario al dovere non mantener la
parola, anzi mancherebbe ben di più l'altro al suo dovere, se si lamentasse
dell'abbandono.
Inoltre, chi non s'accorge che non bisogna mantenere le
promesse che si son fatte o costretti da paura o tratti in in-ganno? E appunto
la maggior parte di questi obblighi è annullata dal diritto pretorio; alcuni di
essi anche dalle leggi.
33. Si commettono spesso ingiustizie anche per una certa
tendenza al cavillo, cioè per una troppo sottile, ma in re-altà maliziosa,
interpretazione del diritto. Di qui il comune e ormai trito proverbio: ' somma
giustizia, somma ingiustizia' A questo riguardo, si commettono molti errori
anche nella vita pubblica; come, per esempio, quel tale che, conclusa col nemico
una tregua di trenta giorni, andava di notte a saccheggiar le campagne, col
pretesto che il patto parlava di giorni e non di notti.
Non merita lode neppure, -se il fatto è vero -, quel nostro
concittadino, sia egli Quinto Fabio Labeone o qualcun al-tro (io non ne so più
che per sentito dire). Il senato l'aveva mandato ai Nolani e ai Napoletani, come
arbitro per una questione di confini. Venuto egli sul luogo, parlò separatamente
agli uni e agli altri, raccomandando che non trascendessero in atti di a-vidità
e di prepotenza, anzi volessero piuttosto retrocedere che avanzare.
Così fecero gli uni e gli altri, e un bel tratto di terreno
rimase libero nel mezzo. Allora egli fissò i confini dei due popoli come essi
avevano detto; e il terreno rimasto nel mezzo, l'assegnò al popolo romano.
Questo si chiama ingannare, non giudicare. Perciò, in ogni circostanza, conviene
evitare simili furberie.
XI. GIUSTIZIA ANCHE VERSO I NEMICI 34. Vi sono poi certi
doveri che bisogna osservare anche nei confronti di coloro che ci hanno offeso.
C'è una misura anche nella vendetta e nel castigo; anzi, io non so se non basti
che il provocatore si penta della sua offesa, perché egli non ricada mai più in
simile colpa, e gli altri siano meno pronti all'offesa. In verità, ci sono due
maniere di contendere: con la ragione e con la forza; e poiché la ragione è
propria dell'uomo e la forza è propria delle bestie, bisogna ricorrere alla
seconda solo quando non ci si può avvalere della prima.
35. Si devono perciò intraprendere le guerre al solo scopo di
vivere in sicura e tranquilla pace; ma, conseguita la vittoria, si devono
risparmiare coloro che, durante la guerra, non furono né crudeli né spietati.
Così, i nostri padri concessero perfino la cittadinanza ai Tusculani, agli Equi,
ai Volsci, ai Sabini, agli Ernici; ma di-strussero dalle fondamenta Cartagine e
Numanzia; non avrei voluto la distruzione di Corinto; ma forse essi ebbero le
loro buone ragioni, soprattutto la felice posizione del luogo, temendo che
appunto il luogo fosse, o prima o poi, occasione e stimolo a nuove guerre.
A mio parere, bisogna procurar sempre una pace che non
nasconda insidie E se bisogna provvedere a quei popoli che sono stati pienamente
sconfitti, tanto più si devono accogliere e proteg-gere quelli che, deposte le
armi, ricorreranno alla lealtà dei capitani, anche se l'ariete abbia già
percosso le loro mu-ra. E a questo riguardo i Romani furono così rigidi
osservanti della giustizia che quegli stessi capitani che avevano ac-colto sotto
la loro protezione città o nazioni da loro sconfitte, ne divenivan poi patroni,
secondo il costume dei nostri antenati.
36. E appunto la regolare condotta della guerra è stata
scrupolosamente definita dal diritto feziale del popolo ro-mano. Da ciò si può
dedurre che non è guerra giusta se non quella che si combatte o dopo aver
chiesto riparazione dell'offesa, o dopo averla minacciata e dichiarata. [Era a
capo d'una provincia il comandante Popilio, nel cui esercito militava come
coscritto il figlio di Catone. Parve opportuno a Popilio congedare una legione,
e quindi congedò anche il figlio di Catone che a quella legione apparteneva. Ma
poiché, per desiderio di combattere, egli volle rimanere nell'esercito, Catone
scrisse a Popilio che, se permetteva a suo figlio di restare, l'obbligasse a
prestare un secondo giuramento militare perché, sciolto dal primo, non poteva
legittimamente combattere col nemico]. Tanto rigorosa era l'osservanza del
diritto anche nella condotta della guerra.
37. [C'è una lettera del vecchio Catone al figlio Marco, nella
quale scrive d'aver saputo che egli era stato congedato dal console, mentre si
trovava come soldato in Macedonia, nella guerra contro Perseo. L'ammonisce
dunque di guardarsi bene dall'entrar in battaglia: « non è giusto - dice - che
chi non è soldato, com-batta col nemico».]
XII. REGOLE DA SEGUIRSI IN GUERRA Voglio anche osservare che,
chi doveva chiamarsi, con vocabolo proprio, perduellis («nemico di guerra»), era
inve-ce chiamato hostis («straniero»), temperando così con la dolcezza della
parola la durezza della cosa.
Difatti i nostri antenatii chiamavano hostis quello che noi
oggi chiamiamo peregrinus («forestiero»).
Che cosa si può aggiungere a una così grande mitezza? Chiamare
con un nome così benigno colui col quale si combatte! E' ben vero che ormai il
lungo tempo trascorso ha reso questo vocabolo assai più duro: esso ha perduto il
significato di forestiero per indicare propriamente colui che ti vien contro con
l'armi in pugno.
38. Splendida fu davvero la risposta che Pirro diede ai nostri
legati sul riscatto dei prigionieri: «Io non chiedo oro per me, e voi a me non
offrirete riscatto. Noi non facciamo la guerra da mercanti, ma da soldati: non
con l'oro, ma col ferro decidiamo della nostra vita e della nostra sorte.
Sperimentiamo col valore se la Fortuna, arbitra delle cose umane, conceda a voi
o a me l'impero; o vediamo se al-tro ci arrechi la sorte. E ascolta anche queste
altre parole: è mio fermo proposito lasciare la libertà a tutti quelli, al cui
valore la fortuna del-le armi lasciò la vita. Ecco, riprendeteli con voi: io ve
li offro in dono col favore del cielo».
XIII. FEDELTA' AL GIURAMENTO 39. Ancora. Se le singole
persone, costrette dalle circostanze, fanno qualche promessa al nemico, devono
scrupo-losamente mantenerla. Così, per esempio, nella prima guerra punica,
Regolo, caduto in mano dei Cartaginesi, fu mandato a Roma per trat-tare lo
scambio dei prigionieri, sotto giuramento che sarebbe ritornato. Come giunse,
per prima cosa, dichiarò in senato che non bisognava restituire i prigionieri;
poi, benché i parenti e gli amici cercassero di trattenerlo, egli volle tornare
al supplizio piuttosto che violare la parola data al nemico.
40. Quando si tratta di lealtà, bisogna guardar sempre, non
alla lettera, ma allo spirito della parola. [Il più grande esempio, di lealtà
verso il nemico fu dato dai nostri padri, quando un disertore di Pirro offrì al
senato di uccidere il re col veleno. Il Senato e Gaio Fabrizio consegnarono il
disertore a Pirro. Così, neppure di un nemico potente e aggressore si approvò la
morte, se questa doveva comportare un delitto.] E dei doveri di guerra ho
parlato abbastanza.
XIV. LA BENEFICENZA 42. Parlerò, ora, come mi ero proposto,
della beneficenza e della generosità, che è senza dubbio la virtù più conso-na
alla natura umana, ma richiede non poche cautele.
Bisogna, anzitutto, badare che la generosità non danneggi o la
persona che si vuol beneficare, o gli altri; inoltre, che la generosità non sia
superiore alle nostre forze; infine, che si doni a ciascuno secondo il suo
merito: questo è il ve-ro fondamento della giustizia, che deve caratterizzare
sempre ogni precetto.
43. Ci sono poi molti, e proprio fra quelli più avidi di onore
e di gloria, i quali tolgono agli uni per elargire ad altri; e credono di
passare per benefici verso i loro amici, se li arricchiscono in qualunque
maniera. Ma ciò è tanto lontano dal dovere che anzi nulla è più contrario al
dovere.
Si cerchi dunque di usare quella generosità che giova agli
amici e non nuoce ad alcuno. Perciò l'atto con cui Lucio Silla e Gaio Cesare
tolsero ai legittimi proprietari i loro beni per trasferirli ad altri, non deve
sembrar generoso: non c'è generosità dove non è giustizia.
44. La seconda cautela da usarsi è, come s'è detto, che la
generosità non superi le nostre forze. Coloro che vogliono essere più generosi
di quel che le loro sostanze consentono, peccano, in primo luogo, d'ingiu-stizia
verso i loro più stretti congiunti, trasferendo ad estranei quelle ricchezze che
sarebbe più giusto donare o la-sciare ad essi; in secondo luogo, peccano di
cupidigia, in quanto tale generosità implica per lo più la bramosia di rapire e
di sottrarre illegalmente per aver modo e agio di fare elargizioni; in terzo
luogo, peccano d'ambizione: infatti, la maggior parte di costoro, non tanto per
naturale generosità, quanto per prepotente vanagloria, pur di apparire benefici,
fanno molte cose che sembrano scaturire più da ostentazione che da sincera
benevolenza.
XV. ANCORA DELLA BENEFICENZA 46. E poiché si vive non assieme
ad uomini perfetti e del tutto saggi, ma con gente in cui è già molto se c'è
un'om-bra di virtù, bisogna anche persuadersi (io credo) che non si debba
assolutamente trascurare nessuno, da cui tra-sparisca un qualche indizio di
virtù; anzi, con tanta maggior cura si deve coltivare una persona, quanto più
essa è adorna di certe virtù più miti, come la moderazione, la temperanza e
quella stessa giustizia di cui si è già tanto par-lato.
47. Quanto alla benevolenza che altri mostrano verso di noi,
il primo nostro dovere è che più si dia a chi più ci ama; ma questa benevolenza,
non dobbiamo giudicarla, come fanno i giovinetti, da uno slancio d'affetto, ma
piuttosto dalla sua stabilità e saldezza. Se poi qualcuno ha meriti tali verso
di noi, che noi dobbiamo, non già acquistarci la sua gratitudine, ma
testimoniar-gli la nostra, allora bisogna adoperare maggior zelo: nessun dovere
è più imperioso che il ricambiare un beneficio ricevuto.
48. E se Esiodo consiglia di rendere in maggior misura, solo
che tu possa, quello che hai avuto in prestito, che cosa dobbiamo fare se
qualcun altro ci previene nel benefizio? Non dobbìamo forse imitare i campi
fertili, che rendono assai più di quel che ricevono?
Ci sono due maniere di generosità: quella che consiste nel
fare il beneficio e quella che consiste nel renderlo. Ora, se il farlo o il non
farlo è in nostra facoltà, il non renderlo non è lecito a un uomo dabbene,
purché possa fare ciò senza commettere un'ingiustizia.
49. Quanto, poi, ai benefici ricevuti, bisogna far distinzione
tra essi, e non c'è dubbio che, maggiore è il beneficio, maggiore è il debito di
riconoscenza. A questo riguardo, tuttavia, bisogna soprattutto considerare con
quale animo, con quale zelo, con quale benevolen-za ciascuno l'ha fatto.
In realtà, molte persone, per una certa leggerezza, fanno
molti benefici, così, senza discernimento, perché sprona-te, o da una morbosa
benevolenza verso tutti, o da un improvviso impeto dell'animo, quasi come da una
raffica di vento: questi benefici però non vanno tenuti nella stessa
considerazione di quelli che furono prestati con giusto cri-terio, con meditata
e consapevole fermezza.
In ogni modo, tanto nel fare, quanto nel ricambiare il
beneficio, è nostro categorico dovere, (se tutte le altre condi-zioni sono
pari), porgere più specialmente aiuto a colui che ha più bisogno d'aiuto.
I più, invece, fanno tutto il contrario: prestano più
specialmente i loro servigi a colui dal quale più sperano, anche se egli non ne
abbia bisogno.
XVI. PROMUOVERE LA SOLIDARIETA' UMANA 50. Il miglior modo per
mantener salda la società e la fratellanza umana è di usare maggior generosità
verso chi ci è più strettamente congiunto.
Ma conviene, io penso, risalire più indietro e mostrare quali
siano i principi naturali che reggono l'umano consorzio. Il primo è quello che
si scorge nella società dell'intero genere umano.
La sua forza unificatrice è la ragione e la parola, che,
insegnando e imparando, comunicando, discutendo, giudi-cando, affratella gli
uomini tra loro e li congiunge in una specie di associazione naturale.
Ed è questo il carattere che più ci allontana dalla natura
delle bestie: noi diciamo spesso che nelle bestie c'è la forza - come nei
cavalli e nei leoni -, ma non la giustizia, né l'equità, né la bontà; perché
quelle son prive di ragione e di parola.
51. così raccomanda il proverbio greco: « Gli amici hanno
tutto in comune con gli amici». E comuni a tutti gli uomini sono evidentemente
quei beni che appartengono a quel genere che, indicato da Ennio in un singolo
esempio, può facilmente estendersi a moltissimi altri casi: « L'uomo che mostra
cortesemente la via a un viandante smarrito, fa come se dal suo lume accendesse
un altro lume. La sua fiaccola non gli risplende meno, dopo che ha acceso quella
dell'altro». Con un solo ed unico esempio il poeta ci insegna che, quanto
possiamo concedere senza nostro danno, tutto dob-biamo accordare anche a uno
sconosciuto.
52. Di qui le massime comuni: non impedir l'uso di un'acqua
corrente; permetti che, chi vuole, accenda il suo fuoco dal tuo fuoco; dà un
buon consiglio a chi è in dubbio; tutte cose che sono utili a chi le riceve, e
che, a chi le dà, non sono affatto dannose. Ma, poiché i mezzi delle singole
persone sono scarsi, e infinito è il numero dei bisognosi, questa liberalità
aperta a tutti si restringa entro il limite posto da Ennio: «La sua fiaccola non
gli risplende meno», sì che ci resti la possibilità di essere generosi verso i
nostri cari.
LA FORTEZZA Quando si tratta di fare un rimprovero a qualcuno,
ci corrono subito alle labbra parole come queste : « Voi, o giovani, avete un
cuore di donna; quella fanciulla, invece, ha un cuore d'eroe»; o come queste
altre: « 0 Salmacide (= effeminato), prenditi il bottino, che non ti costa né
sudore né sangue»;
all'opposto, quando si tratta di lodare, tutte quelle azioni
che furono compiute con grandezza e fortezza d'animo, noi le esaltiamo, non so
come, con voce più alta e più chiara.
Di qui, quella larga messe di esempi che offrono ai maestri
d'eloquenza le battaglie di Maratona, di Salamina, di Platea, delle Termopili.
XIX. LA GRANDEZZA D'ANIMO 63. Bellissima, quella frase di Platone: « Non solo
quel sapere, che è disgiunto da giustizia, va chiamato furfanteria piuttosto che
sapienza, ma anche il coraggio che affronta i pericoli, se è mosso, non dal bene
comune, ma da un suo personale interesse, abbia il nome di audacia piuttosto che
di fortezza». Noi vogliamo pertanto che gli uomini forti e coraggiosi siano, nel
medesimo tempo, buoni e schietti, amanti della ve-rità e alieni da ogni
impostura: qualità queste che scaturiscono dall'intima essenza della giustizia.
64. Ma è ben penoso vedere come in seno a questa elevatezza e
grandezza d'animo nasca assai facilmente l'osti-nazione e un'eccessiva bramosia
di primato. A quel modo che, come scrive Platone, lo spirito pubblico degli
Spartani non ardeva che d'amor di vittoria, così, quanto più uno eccelle per
grandezza d'animo, tanto più agogna d'essere il primo, o piuttosto il solo fra
tutti.
65. Forti e magnanimi, adunque, si devono stimare non quelli
che fanno, ma quelli che respingono l'ingiustizia. E la vera e sapiente
grandezza d'animo giudica che quell'onestà, a cui tende soprattutto la natura
umana, sia ripo-sto non nella fama, bensi nelle azioni, e perciò non tanto vuol
sembrare quanto essere superiore agli altri. In verità, chi dipende dal
capriccio d'una folla ignorante, non deve annoverarsi fra gli uomini grandi.
D'altra parte, l'animo umano, quanto più è elevato, tanto più
facilmente è spinto a commettere azioni ingiuste dal desiderio della gloria; ma
questo è un terreno assai sdrucciolevole, perché è difficile trovare uno che,
dopo aver so-stenuto fatiche e affrontato pericoli, non desideri, come
ricompensa delle sue imprese, la gloria.
XX. SUPERIORITA' E LIBERTA' DELL'ANIMA 66. Generalmente la
fortezza e la grandezza dell'animo si manifestano principalmente in due modi:
l'uno consiste nel disprezzo dei beni esteriori, posto il principio che l'uomo
non deve né ricercare né desiderare né ammirare cosa alcuna che non sia onesta e
decorosa, e non deve sottostare, né ad alcun uomo, né ad alcuna pas-sione, né ad
alcun evento di fortuna; l'altro modo (ove tu sia in quella disposizione dello
spirito che ora ho detto), consiste nell'operare bensì azioni grandi e
soprattutto utili, ma anche straordinariamente difficili, e piene di travagli e
di pericoli, come per la vita, così per molte cose che servono alla vita.
69. Sia l'animo tuo sgombro da ogni passione, non solo dalla
cupidigia e dalla paura, ma anche, e specialmente, dalla tristezza, dalla
eccessiva allegria e dalla collera, perché tu abbia quella tranquilla serenità
che porta con sé fermezza e soprattutto dignità.
Molti sono e molti furono quelli che, aspirando a questa
tranquillità di cui parlo, rinunziarono ai pubblici uffici per cercare un
rifugio nella pace d'una vita appartata: fra questi troviamo celebratissimi
filosofi, veri principi del sapere, e certi uomini austeri e autorevoli che non
seppero adattarsi ai capricci del popolo o dei potenti; e non pochi di essi
passarono la vita in campagna, trovando il loro piacere nella cura del loro
patrimonio. 70. Tutti costoro non ebbero altro ideale che questo: « vivere da
re». vale a dire, non aver bisogno di nulla, non ob-bedire a nessuno e godere di
quella libertà, che consiste nel vivere come si vuole.
XXI. IL GOVERNO DELLO STATO 71. Si può forse concedere di non
occuparsi dello Stato a quelli che, dotati di singolare ingegno, si dedicano
agli studi, e a quelli che, impediti o dalla malferma salute o da qualche altra
più grave causa, si ritraggono dalle cure dello Stato, cedendo ad altri il
potere e la gloria di amministrarlo; ma a quelli che non hanno nessun motivo del
ge-nere, credo che non solo siano poco meritevoli di approvazione, ma anzi
meritevoli di colpa, se adducono il pretesto di nutrire disprezzo per quelle
cose che i più ammirano, cioè i comandi militari e le cariche civili.
E' vero che sarebbe difficile non approvare il loro proposito,
in quanto dichiarino di non tenere in nessun conto la gloria; ma il male è che
essi hanno tutta l'aria di temere, insieme alle fatiche e alle noie, anche i
contrasti e gl'insuc-cessi, come una specie di disonore e d'infamia.
Ci sono alcuni che, in casi del tutto opposti, non eccellono
per troppa coerenza: disprezzano con estrema energia il piacere e nel dolore si
abbattono; non si curano della gloria e si avvilisconono per l'infamia; e anche
in tali contrad-dizioni sono incoerenti.
72. Quelli, però, a cui natura elargì attitudini e mezzi per
governare, devono, senz'alcuna esitazione, cercare di ot-tenere le magistrature
e partecipare al governo: non c'è altro modo perché lo Stato si regga e la
grandezza d'animo si manifesti.
D'altra parte, quelli che vogliono entrare nella vita
pubblica, devono, non meno, anzi forse più dei filosofi, armarsi di fortezza e
di disprezzo dei beni esteriori come vado dicendo da tempo, e anche di
tranquilla serenità d'animo, se pur vogliono vivere, non già in affannosa
inquietudine, ma con dignitosa fermezza.
73. Del resto, in ogni sorta d'impresa, prima di mettersi
all'opera, occorre una diligente preparazione. . CORAGGIO E PRUDENZA: TUTTO PER
LA PATRIA 82. [Quando la necessità impone di distruggere o di saccheggiare una
città, si osservino scrupolosamente due co-se: nessun atto temerario, nessuna
crudeltà. Nei rivolgimenti politici e sociali, è stretto dovere dell'uomo
magnanimo punire i sobillatori, preservare il popolo; in ogni momento e in ogni
evento, rispettare la giustizia e l'onestà].
83. E' ben vero che noi, col fuggire il pericolo, non dobbiamo
mai correre il rischio di passar da imbelli e da codardi; ma è anche vero che
dobbiamo rifuggire dal buttarci allo sbaraglio senza ragione, che è la cosa più
dissennata del mondo. Perciò, nell'affrontare i pericoli, dobbiamo seguire il
metodo dei medici, che, ai malati leggeri, porgono blandi rimedi, riservando di
necessità alle malattie più gravi le cure pericolose e incerte.
Nella bonaccia pertanto, invocare la tempesta è grande follia;
ma superare la tempesta in qualunque modo, è vera saggezza, tanto più se il
vantaggio di una pronta decisione supera il danno di un'incerta esecuzione!
D'altra parte, le pubbliche imprese sono pericolose tanto per coloro che le
affrontano, quanto per lo Stato.
E così, alcuni corrono il rischio di sacrificare la vita,
altri di perdere la loro gloria e la benevolenza dei concittadini. Dobbiamo,
dunque, essere più pronti a metter a repentaglio i nostri interessi che non
quelli della patria; e, partico-larmente, più disposti a combattere per l'onore
e per la gloria che non per gli altri beni materiali.
XXVI. SERENITA' NELLA PROSPERA E NELL'AVVERSA FORTUNA 90.
Ancora un avvertimento. Nella prospera fortuna, quando tutto va secondo i nostri
desideri, evitiamo quanto più è possibile l'orgoglio, fuggiamo il disprezzo e
l'arroganza.
E' indizio. di gran leggerezza il sopportare senza regola e
senza misura cosi la prospera come l'avversa fortuna; mentre è cosa bellissima
il mostrarsi eguali a se stessi in ogni momento della vita, e il mantenere
sempre lo stesso volto e la stessa fronte, come si racconta di Socrate e di Gaio
Lelio.
Io leggo nella storia che Filippo, re dei Macedoni, fu bensì
superato da suo figlio nella gloria delle imprese militari, ma lo superò di gran
lunga nell'affabilità e nella dignità umana; e così, mentre il padre fu grande
sempre, il figlio fu spesso brutale; cosí che hanno evidentemente ragione coloro
i quali ci consigliano di comportarci tanto più umil-mente quanto più siamo
posti in alto. Racconta Panezio che l'Africano, suo discepolo ed amico, soleva
dire: « come i cavalli, vibranti di selvaggia fierezza per il frequente
slanciarsi nelle battaglie, li affidiamo di solito ai doma-tori per averli più
docili alla mano, così gli uomini, imbaldanziti dalle molte fortune e troppo
fiduciosi nelle proprie for-ze, dobbiamo condurli, per così dire, alla scuola
della ragione e della saggezza, perché vi imparino l'instabilità delle cose
umane e la mutabilità della fortuna».
91. Anzi, quanto più ci assiste la fortuna, tanto più noi
dobbiamo ricorrere al consiglio degli amici, concedendo loro anche maggiore
autorità che nel passato. E in tale stato felice, guardiamo di non prestar
l'orecchio agli adulatori e di non lasciarci lusingare da essi: bevendo le loro
parole, è facile cadere in inganno, perché noi ci crediamo così brave persone da
meritare ogni più alta lode.
E da questo smarrimento, nascono innumerevoli guai, quando gli
uomini, gonfi della loro presunzione, si avvolgono nei più grandi errori e
restano infine col danno e con le beffe. Ma di ciò basti.
XXVIII. IL DECORO NELLA POESIA E NELLA VITA 99. Nei nostri
rapporti con gli uomini, dobbiamo usare un rispettoso riguardo, non solo verso i
migliori, ma anche verso gli altri. Perché il non curarsi della pubblica
opinione, è indizio non solo di arroganza, ma addiritura di sfrontatezza.
Peraltro, nei rapporti tra uomo e uomo, v'è una certa differenza tra giustizia e
discrezione.
Compito della giustizia è di non recar danno agli altri;
compito della discrezione è di non recar molestia; e appunto in ciò si manifesta
principalmente l'essenza del decoro. Esposti, adunque, questi principi, io credo
che il nostro concetto del decoro sia abbastanza chiarito.
XXIX. L'ISTINTO OBBEDISCA ALLA RAGIONE Ogni nostra azione deve
essere assolutamente priva di temerità e di negligenza; noi non dobbiamo far
nulla di cui non possiamo fornire una plausibile ragione. Questa, invero, è
quasi la definizione del dovere.
103. Da ciò si conclude (per tornare al nostro concetto del
dovere), che bisogna frenare e calmare tutti gl'istinti, spronando la nostra
vigile attenzione sì che non si faccia nulla alla cieca e a caso, nulla senza
riflessione e con ne-gligenza.
In verità, noi non siamo stati generati dalla natura in modo
da sembrar fatti per il gioco e per lo scherzo, ma piutto-sto per un dignitoso
contegno e per occupazioni più serie e più importanti.
E' lecito senza dubbio lasciarsi andare talvolta al gioco e
allo scherzo, ma come è il caso del sonno e degli altri ri-posi, cioè quando
avremo adempiuti i nostri gravi e importanti doveri.
E il genere stesso dello scherzo dev'essere, non eccessivo o
smodato, ma onesto e gentile. Come non concediamo ai fanciulli ogni libertà nei
giochi, ma solo quella che non è contraria alle azioni che l'onestà richiede,
così anche nello scherzo risplenda un barlume d'animo gentile.
104. Ci sono, insomma, due specie di scherzi: l'uno volgare,
aggressivo, scandaloso, turpe; l'altro elegante, garba-to, ingegnoso, fine.
105. Anche nei divertimenti dobbiamo osservare una certa
misura, per non prorompere in eccessi e, inebriati dal piacere, scivolare in
qualche sconcezza. Offrono esempi di onesti divertimenti il nostro Campo di
Marte e gli eserci-zi della caccia. XXX. L'UOMO E LA BESTIA Sempre, in ogni
questione morale, conviene tener presente la grande eccellenza della natura
umana rispetto a tutti gli animali, domestici e selvatici; la mente dell'uomo
trova il suo alimento nell'imparare e nel meditare: essa o cerca o fa sempre
qualche cosa, ed è guidata dalla gioia del vedere e dell'udire.
106. Da ciò si comprende che il piacere dei sensi non è troppo
degno dell' uomo nobile e che, anzi, conviene di-sprezzarlo e respingerlo; se
c'è però qualcuno che conceda qualche cosa al piacere, ponga ogni cura
nell'usarne con sapiente moderazione.
Perciò il vitto e la cura della persona abbiano per fine, non
il piacere, ma la buona salute e il vigore delle forze.
Anzi, sol che vogliamo riflettere un poco sopra l'eccellenza e
la dignità della natura umana, comprenderemo quanto sia turpe una vita che nuota
nel lusso e si sprofonda nelle mollezze, e per contro quanto sia bella una vita
modesta e frugale, austera e sobria.
XXXI. FEDELTA' ALLA PROPRIA NATURA 110. Ogni uomo deve
accuratamente coltivare le sue qualità naturali (le buone, s'intende, non le
cattive), per poter più facilmente conservare quel decoro di cui andiamo
parlando.
113. Quante disavventure sopportò Ulisse, in quel suo lungo e
periglioso errare, riducendosi perfino a schiavo di donne, se donne si possono
chiamare Circe e Calipso, e cercando di mostrarsi in ogni discorso affabile e
cortese con tutti!
Nella sua casa, poi, sopportò perfino gli oltraggi dei servi e
delle ancelle, pur di raggiungere finalmente il suo inten-to. Laddove Aiace, con
quel carattere che la tradizione gli attribuisce, mille volte avrebbe voluto
incontrar la morte piut-tosto che sopportare quegli umilianti oltraggi.
Per queste ragioni e per questi esempi, conviene che ciascuno
esamini attentamente la propria natura e la indirizzi a buon fine, senza voler
sperimentare quanto gli si addica l'altrui: a ciascuno tanto più conviene il suo
carattere quanto più è suo.
XXXV. IL DECORO ESTERIORE 126. Prima di tutto è evidente che
la natura pose grande cura nella conformazione del nostro corpo: mise in mostra
il volto e tutte quelle parti che sono decorose a vedersi, mentre celò e nascose
quelle che, destinate alle necessità naturali, avrebbero avuto un aspetto brutto
e vergognoso.
127. Il pudore dell'uomo imitò questa così diligente
costruzione della natura. Quelle parti che la natura nascose, tutti gli uomini
sani di mente le sottraggono alla vista, cercando di soddisfare le necessità
naturali nel modo più occulto possibile; e quanto a quelle parti del corpo che
servono a certe necessarie funzioni, noi non chiamiamo col loro nome né quelle
parti né le funzioni loro: in generale, ciò che non è brutto a far-si, purché si
faccia in segreto, è osceno a dirsi. Pertanto, se il fare quelle cose
apertamente è indizio di spudoratezza, non è certo indizio di pudore il parlarne
senza ritegno.
128. Per esempio, il rubare, il frodare, il falsificare, sono
cose realmente spregevoli, ma si possono nominare senza dar nell'osceno; invece
il dare alla luce figlioli, cosa in sé onesta, è osceno chiamarla col suo nome;
e parecchi altri argomenti adducono gli stessi filosofi in appoggio a tale
opinione contro il così detto pregiudizio del pudore.
129. In queste cose dobbiamo soprattutto guardarci da due
difetti: da una effeminata mollezza e da una scontrosa villania. E invero non si
deve ammettere che queste norme, obbligatorie per gl'istrioni e per gli oratori,
siano indifferenti per noi. Certo, il costume degli attori comporta, per antica
rigidezza morale, un così delicato pudore che nessuno osa pre-sentarsi su la
scena senza mutandine per timore che, se per qualche accidente certe parti del
corpo si scoprono, la loro vista non offenda il decoro.
E così, secondo il nostro costume, i figlioli grandi non fanno
il bagno insieme col padre, né il genero col suocero. Bisogna, dunque, osservare
la pudicizia anche in queste cose, tanto più che la natura stessa ne è maestra e
guida.
Se ti vesti male, noteranno il vestito se ti vesti bene,
noteranno te. Cristian Dior
XXXVI. DUE TIPI DI BELLEZZA: MASCHILE E FEMMINILE 130. Vi sono
due specie di bellezza: l'una ha in sé la grazia, l'altra la dignità. Dobbiamo
perciò apprezzare la grazia propria della donna e la dignità propria dell'uomo.
Si tenga dunque lontano dalla nostra persona ogni ornamento
non degno dell'uomo; si rifugga da un simile difetto anche nel gesto e nel moto.
Invero, come certe movenze da ginnasti sono spesso alquanto
affettate, così alcuni gesti di attori peccano di lezio-saggine; nell'uno e
nell'altro caso si lodano invece la semplicità e la naturalezza. La nobiltà
dell'aspetto si manterrà con la freschezza del colorito, e questo con gli
esercizi del corpo.
Si ami inoltre la pulizia, non affettata né ricercata, ma
quanto basta per schivare la rustica e incivile trascuratezza. La stessa cura
dobbiamo avere anche nel vestire; in questo come nella maggior parte delle cose,
la via di mezzo è la migliore.
131. Anche nel camminare ci vuole misura: quando si è in
cammino, non si tenga un passo troppo lento e molle, come chi va in processione,
e quando si ha fretta, non si prenda la corsa, perché il respiro diventa
affannoso, il vol-to si altera e la bocca si storce: segni evidenti che non c'è
in noi fermezza di carattere.
Ma assai più ancora dobbiamo studiarci che non discordino
dalla natura i moti dell'animo; il che ci verrà fatto, se ci guarderemo dal
cadere in turbamenti e smarrimenti, e se terremo l'animo sempre vigile e attento
a conservare il decoro.
132. I moti dell'animo, poi, sono di due specie: del pensiero
e del sentimento; il pensiero ha per fine supremo la ri-cerca della verità; il
sentimento ci spinge all'azione. Dobbiamo dunque cercare di rivolgere il
pensiero al conseguimento dei più alti e nobili ideali, e di rendere docile il
sentimento al controllo della ragione.
XXXIX. LA CASA DELL'UOMO DABBENE 139. La dignità della persona
deve trovar nella casa il suo ornamento, ma non deve cercare in essa la sua
prima ed ultima ragione. Non la casa deve conferir decoro al padrone, ma il
padrone alla casa.
E come in tutte le cose si deve tener conto non solo di sé, ma
anche degli altri, così trattandosi della casa di un personaggio illustre, nella
quale bisogna ricevere molti ospiti e ammettere molta gente d'ogni sorta, si
procuri che essa abbia una giusta ampiezza; se no, una casa troppo vasta, se
rimane vuota e deserta, risulta indecorosa per il padrone, tanto più se, in
altro tempo e con altro padrone, era di solito molto frequentata.
Fa pena sentir dire dai passanti: 0 casa antica, in quali man
cadesti! cosa che in questi tempi si può dire a proposito di molti.
XL. ORDINE E ARMONIA NELLE AZIONI UMANE 144. Ora, dunque, noi
dobbiamo imporre alle nostre azioni un ordine tale che per esso, come in un
discorso armo-nicamente composto, così nella nostra vita tutti gli atti e tutti
i detti siano in pieno e perfetto accordo fra di loro.
E' cosa molto brutta e molto sconveniente introdurre in un
argomento serio motti e lazzi degni di un banchetto, o peggio ancora, qualche
discorso frivolo ed osceno.
Bella fu la risposta di Pericle. Aveva egli per collega nel
comando dell'esercito il poeta Sofocle. Un giorno si riunirono a convegno i due
uomini per cose del comune ufficio. Passa per caso dinanzi a loro un bellissimo
giovinetto. « Oh, che bel ragazzo, Pericle!», esclama Sofocle. E l'altro,
pronto: «No, no, Sofocle; un comandante deve saper tenere a freno non solo le
mani, ma anche gli occhi». Eppure, se Sofocle avesse detto quelle stesse parole
in una rivista di atleti, non avrebbe meritato alcun rimprovero. Tanta è
l'importanza del luogo e del tempo.
145. Tuttavia quegli atti che discordano molto dalla buona
educazione (come, per esempio, se uno si mettesse a cantare in piazza, o
commettesse qualche altra grave sconcezza), saltano subito agli occhi, e non
hanno gran biso-gno di ammonimenti e di precetti; dobbiamo invece guardarci con
maggior cura da quelle sconvenienze che sem-brano piccole e sono percepite da
pochi. [Come nel suono delle cetre o dei flauti, anche la più piccola stonatura
è di solito avvertita dal buon intenditore, cosi noi dobbiamo cercare che nella
nostra vita non vi sia mai dissonanza alcuna, anzi tanto più ne abbiamo il
dovere quanto l'accordo delle azioni è più importante e più bello che non quello
dei suoni].
XLII. IL DECORO NELLE VARIE PROFESSIONI (la concezione del
lavoro secondo Cicerone) 150. Parliamo, infine, delle professioni e dei
guadagni. Quali di essi sono da reputarsi nobili e quali ignobili? Ecco,
all'incirca, quanto la tradizione ci insegna.
Anzitutto, si disapprovano quei guadagni che suscitano l'odio
della gente, come quelli degli esattori e degli usurai. Ignobili e abietti, poi,
sono i guadagni di tutti quei mercenari che vendono, non l'opera della mente, ma
il lavoro del braccio: in essi la mercede è per se stessa il prezzo della loro
servitù.
Abietti sono da reputarsi anche coloro che acquistano dai
grossi mercanti cose da rivender subito al minuto: costoro non farebbero alcun
guadagno se non dicessero tante bugie; e il mentire è la più grande vergogna del
mondo.
Tutti gli artigiani, inoltre, esercitano un mestiere volgare:
non c'è ombra di nobiltà in una bottega.
Ancora più in basso sono quei mestieri che servono al piacere:
« Pescivendoli, macellai, cuochi, salsicciai, pescatori».
per dirla con Terenzio; aggiungi pure, se non ti dispiace, i
profumieri, i ballerini e tutta la masnada dei mimi e delle mime.
151. Tutte quelle professioni, invece, che richiedono maggiore
intelligenza e che procurano inestimabile profitto, come la medicina,
l'architettura e l'insegnamento delle arti liberali, sono professioni onorevoli
per coloro al cui ceto si addicono.
Quanto al commercio, se è in piccolo, è da considerarsi
degradante; ma se è in grande, poiché con esso si impor-tano da ogni parte molte
merci e sono distribuite a molti senza frode, non è poi tanto da biasimarsi.
Anzi, se il mercante, sazio o, per dir meglio, contento dei
suoi guadagni, come spesso dall'alto mare si trasferisce nel porto, così ora dal
porto si ritira nei suoi possedimenti in campagna, merita evidentemente ogni
lode.
Ma fra tutte le occupazioni, da cui si può trarre qualche
profitto, la più nobile, la più feconda, la più dilettevole, la più degna di un
vero uomo e di un libero cittadino è l'agricoltura. .
XLIII. IL CONFLITTO TRA DUE COSE ONESTE LA GIUSTIZIA PREVALGA
SULLA PRUDENZA 152. Mi pare d'aver spiegato a sufficienza in che modo i doveri
derivino da quelle virtù che compongono l'onesto. Ma può spesso accadere che,
anche quelle azioni che sono oneste vengano in conflitto o a confronto tra di
loro:
di due azioni oneste, qual è la più onesta? Questione che
Panezio tralasciò completamente.
Invero, poiché l'onestà scaturisce tutta da quattro fonti,
delle quali la prima consiste nell'amore del sapere, la se-conda nel sentimento
dell'umana fratellanza, la terza nella fortezza, la quarta nella temperanza, ne
viene di necessi-tà che queste virtù, nella scelta del dovere, vengano spesso a
confronto tra di loro.
153. Ora appunto io credo che siano più conformi alla natura
quei doveri che derivano dal sentimento della socialità che non quelli che
derivano dalla sapienza; e lo si può comprovare con quest'argomento, che, se il
sapiente avesse in sorte una vita tale che, affluendogli in grande abbondanza
ogni bene, potesse meditare e contemplare tra sé in santa pace le più alte e
nobili verità, tuttavia, se la solitudine fosse così grande da non veder mai
faccia d'uomo, fi-nirebbe col rinunziare alla vita.
L'azione, pertanto, è da anteporre alla scienza.
154. E appunto gli uomini migliori lo dimostrano col giudizio
e coi fatti. Chi è così appassionato per lo studio e per la conoscenza
dell'universo, che se, mentre è tutto intento a contempla-re altissime verità,
gli giunge tutt'a un tratto notizia che è in estremo pericolo la sua patria, non
abbandoni all'istante ogni cosa, anche se si riprometta di poter contare le
stelle ad una ad una o misurar la grandezza del mondo? E altrettanto farebbe se
si trovasse nel bisogno o nel pericolo il padre o l'amico.
155. Da tutto ciò si comprende che agli studi e ai doveri
della scienza si devono anteporre i doveri della giustizia, i quali hanno per
fine la fratellanza umana, che deve essere il supremo ideale dell'uomo.
CONCLUSIONE Ma di ciò basta. Il punto essenziale è chiarito,
sì che non è difficile, indagando la legge morale, vedere la gerarchia dei
doveri. Ma anche nell'ambito della convivenza umana c'è una gradazione di
doveri, dalla quale si può comprendere la loro rispettiva preminenza.
Così, i primi doveri sono verso gli dèi immortali, i secondi
verso la patria, i terzi verso i genitori, e gli altri, gradata-mente verso gli
altri.
161. Da questa breve discussione, si deduce come gli uomini
ordinariamente si pongano non soltanto il problema se un'azione sia onesta o
disonesta, ma anche, quale delle due sia più onesta, una volta messi di fronte a
due a-zioni oneste. Questione che, come ho detto in precedenza, fu trascurata da
Panezio Ma ormai è tempo di passare ad altri argo-menti.
Abstract
da: De officiis (I doveri) - Libro secondo di Marco Tullio Cicerone
III. L'UTILE E' INSEPARABILE DALL'ONESTO 9. Il tema del quale
ora trattiamo è quello stesso che si chiama utile; per questo termine l'uso
comune, scivolando, deviò dalla retta via e a poco a poco giunse a tal punto
che, dividendo nettamente l'onesto dall'utile, definì onesto ciò che non era
utile e utile ciò non era onesto; nessun danno maggiore di questo poteva mai
essere apportato alla vita umana. 10. Coloro che comprendono poco le distinzioni
filosofiche, grandi ammiratori degli uomini astuti e furbi, giudicano la
furberia come sapienza. L'errore di costoro deve essere estirpato ed ogni
opinione si deve rivolgere alla speranza di far loro comprendere che essi
possono conseguire ciò che vogliono, con intenti onesti e con azioni giuste, non
con l'inganno e la malizia. LE FONTI DELL'UTILE 11. Le cose che riguardano la
conservazione della vita umana sono in parte inanimate, come l'oro, l'argento, i
pro-dotti della terra ed altre del medesimo genere, in parte sono animate, ed
hanno i propri istinti e appetiti. Tra queste, parte è priva di ragione, parte,
invece, ne è fornita. Privi di ragione sono i cavalli. i buoi, gli altri animali
domestici, [le api,] il cui lavoro produce alcuni vantaggi per l'uo-mo e la sua
vita. Due sono le classi di coloro che sono forniti di ragione, una è quella
degli dei, l'al tra è quella degli uomini. Il senti-mento di pietà e di
reverenza ci renderà propizi gli dei; ma dopo gli dei e seguendo subito dopo di
essi gli uomini, possono essere soprattutto utili agli uomini. 12. La stessa
divisione si può applicare a quelle cose che ci nuocciono e ostacolano. Ma
poiché si crede che gli dei non facciano il male, si ritiene che - messi da
parte quelli - gli uomini costituiscano il più grande ostacolo per gli uo-mini.
Infatti quelle stesse cose che abbiamo detto inanimate, sono per la maggior
parte il prodotto del lavoro umano, che non avremmo se non ci fossero state le
mani e la mente, e non le potremmo nemmeno usare senza l'ausilio degli uomini.
Senza l'opera dell'uomo non sarebbero possibili la medicina, la navigazione,
l'agricoltura, il raccolto e la conserva-zione delle messi e di tutti gli altri
frutti. 13. Inoltre l'esportazione di quei prodotti dei quali abbondiamo e
l'importazione di quelli di cui scarseggiamo non sa-rebbero possibili, se gli
uomini non si dedicassero a questi compiti. Per lo stesso motivo non si
estrarrebbero dalla terra le pietre necessarie al nostro uso, né il ferro, il
bronzo, l'oro e l'argento nascosto nel profondo si estrarrebbero senza la fatica
e la mano dell'uomo.
L'OPERA DELL'UOMO NEL CONSORZIO UMANO Le case, invero, con le
quali scacciare la violenza del freddo e temperare la molestia del caldo, come
avrebbero po-tuto essere fornite sin da principio al genere umano o si
sarebbero, poi, potute ricostruire se fossero cadute per la violenza di una
tempesta o di un terremoto o per la loro stessa vecchiaia, se la vita associata
non avesse appreso a chiedere aiuto agli uomini contro tali calamità? 14.
Aggiungi gli acquedotti, le deviazioni dei fiumi, le irrigazioni dei campi, le
dighe contro i flutti, i porti creati dal-l'uomo, tutte queste opere come
potremmo averle senza il lavoro dell'uomo? Da questi e da molti altri esempi è
evidente che quei frutti e quei vantaggi che si traggono dalle cose inanimate,
non li avremmo mai potuti ottenere senza il lavoro manuale dell'uomo. Infine,
qual frutto o qual vantaggio si sarebbe potuto ricavare dalle bestie, se gli
uomini non ci aiutassero? Infatti furono certamente uomini coloro che per primi
trovarono quale uso si potesse avere da ciascun animale, e ora senza l'opera
dell'uomo non potremmo farli pascolare o domarli o custodirli o prenderne il
frutto al momento opportuno; e sono gli uomini che uccidono gli animali dannosi
e che catturano quelli che ci possono essere utili. 15. A che enumerare il gran
numero delle arti, senza le quali la vita dell'uomo non potrebbe affatto
sussistere? Qua-le aiuto si darebbe ai malati, quale sollievo avrebbero i sani,
quali potrebbero essere il vitto e il tenore di vita, se tan-te arti non ci
fornissero quei mezzi dai quali la vita dell'uomo resa civile tanto lontana dal
vitto e dal modo di vivere delle bestie? Le città, poi, senza l'unione degli
uomini non avrebbero potuto essere né edificate né popolate: di lì furono
stabilite le leggi e i costumi, l'equa ripartizione dei diritti e dei doveri e
una regola sicura di vita. Da ciò derivarono mitezza d'animo e pudore; ne
risultarono anche una maggiore sicurezza di vita e il non mancar di nulla, col
dare e con l'avere, con lo scambio e il prestito dei beni.
V. L'UOMO PUO' RECARE ALL'UOMO IL MAGGIOR BENE E IL MAGGIOR
MALE 16. Ma noi ci siamo dilungati su questo argomento più a lungo di quanto non
fosse necessario. Chi è, infatti, colui al quale non siano evidenti quelle
considerazioni sulle quali Panezio si dilungava con tante parole, cioè che
nessun generale in guerra e nessun capo in pace abbia potuto mai compiere grandi
e salutari imprese senza l'aiuto degli altri uomìni? Egli ricorda Temistocle,
Pericle, Ciro, Agesilao, Alessandro, e dice che essi non avrebbero potuto
compiere impre-se così grandi senza l'aiuto degli uomini. Ma egli fa ricorso, in
una tesi indubitabile, a testimoni non necessari. Come si ottengono grandi
vantaggi con la col-laborazione degli uomini e il loro consenso, così non vi è
sciagura più funesta che non provenga all'uomo da un al-tro uomo. Sulla morte
degli uomini c'è un libro di Dícearco, peripatetico (dal verbo greco peipateo
camminare) famoso ed elo-quente, che, dopo aver raccolto tutte le altre cause,
come le alluvioni, pestilenze, devastazioni. e anche gli improv-visi assalti
delle belve (i cui assalti - egli ricorda - distrussero alcune stirpi umane)
mette, poi, a confronto il numero di gran lunga maggiore degli uomini annientati
dalla violenza degli altri uomini, cioè in guerre e in rivolte, che non da ogni
altra calamità.
VI. IL POTERE DELLA FORTUNA ED IL POTERE DELL'UOMO 19. Chi
ignora la gran forza della fortuna in un senso e nell'altro, così nelle
avversità come nella prosperità? Infatti quando godiamo del suo soffio
favorevole, perveniamo alle mete desiderate, e quando ci soffia contro siamo
sballottati. Se il discorso sarà troppo lungo, lo si confronti con la grandezza
dell'utile; così, forse, parrà anche troppo breve.
VII. LA SORTE DEI TIRANNI 23. Fra tutti questi mezzi nessuno è
più adatto a difendere e a conservare il potere dell'essere amati e nessuno è
più contrario dell'essere temuti. Benissimo, infatti, dice Ennio: 'odiano colui
che temono, e colui che ciascuno odia desidera che perisca'. Si è visto, se
prima non lo si sapeva, che nessun potere può resistere all'odio di molti. E non
solo di questo tiranno, che la città sopportò, pur oppressa dalle sue armi, la
morte dimostra quanto l'odio de-gli uomini valga a far cadere in rovina, ma
anche la fine si mile degli altri tiranni, quasi nessuno dei quali riuscì a
sfuggire ad una simile morte. La paura, difatti, è una cattiva sorvegliante di
un prolungato dominio, mentre la bene-volenza è fedele custode e lo fa durare
addirittura in eterno. 25. E che? Possiamo noi comprendere da qual tormentoso
timore veniva di solito assalito il famoso Dionigi il Vec-chio, che temendo il
rasoio del barbiere si bruciava da sé la barba con un tizzone ardente? E che?
Con quale animo pensiamo che sia vissuto Alessandro di Fere? Alessandro di Fere
Tiranno di Fere, città della Tessaglia, che resse dal 369 al 358 a. C. Insieme
al tiranno di Siracusa Dionisio (Dionigi il Vecchio), è citato in TC I 103-5
come amante sospettoso di agguati, che ebbe "di suo temer... degno effetto",
dato che fu ucciso dai fratelli della moglie Tebe.
Costui - come si legge - pur amando molto la propria moglie,
Tebe, tuttavia quando dal banchetto si recava nella sua stanza ordinava ad un
barbaro, addirittura tatuato - come è scritto al modo dei Traci, di andare
avanti con la spada sguainata e si faceva precedere da alcuni sgherri,
incaricati di perquisire gli scrigni della donna e di accertar-si che non fosse
nascosta un' arma tra le vesti. 0 infelice, che riteneva più fedele un barbaro
tatuato che la propria moglie! E non si sbagliò: fu ucciso per mano del-la
moglie, per sospetto d'infedeltà. Non c'è, in verità, alcuna forza di potere
tanto grande che possa resistere a lungo sotto l'oppressione del timore. 26. Ne
è testimone Falaride, la cui crudeltà è rimasta famosa sopra tutti; costui non
morì a causa di un agguato - come l'Alessandro che ho or ora ricordato - non per
mano di pochi - come quel nostro tiranno; ma tutta la popola-zione di Agrígento
si sollevò contro di lui. E che? I Macedoni non abbandonarono Demetrio e
passarono tutti insieme dalla parte di Pirro? E che? Forse che gli alleati non
si distaccarono subito dagli Spartani, che comandavano con maniere ingiuste, e
se ne stettero oziosi spettatori della disfatta di Leuttra?
XX. IL BENEFICIO GUARDI AL CARATTERE, NON ALLA FORTUNA DEGLI
UOMINI 71. Ritengo che sia meglio collocare un beneficio presso i buoni che
presso i dotati di fortuna. Bisogna, in genere, adoperarsi per soddisfare
persone di ogni classe sociale, ma se si dovrà scegliere, certamente bisognerà
seguire l'esempio di Temistocle; avendogli chiesto un tale se dovesse dare la
figlia in isposa ad un uomo onesto ma povero o ad un uomo ricco ma meno onesto,
rispose: "Preferisco, in verità, un uomo che manchi di denaro, anziché il denaro
che manchi di un uomo ". Ma a causa dell'ammirazione per le ricchezze si
corrompono e depravano i costumi; ma la grandezza di esse in che riguarda
ciascuno di noi? Forse giova a colui che le possiede, e neppure sempre; ma
ammettiamo che giovi: sia pure, ma in qual modo potrà essere più onesto? Che se
sarà anche un galantuomo, le sue ricchezze non dovranno impedire che gli si
faccia del bene, purché non ne siano la ragione. Ogni giudizio riguardi non
quanto ciascuno sia ricco, ma quali siano le sue qualità morali. L'ultimo
consiglio nel dare benefici e nel rendere servigi è di non fare nulla contro
l'equità e nulla a favore dell'ingiu-stizia; il fondamento di un continuo favore
e di una fama perpetua è la giustizia, senza la quale non può esistere nul-la
degno di lode.
XXI. L'UOMO DI STATO, BENEFATTORE NON DEL SINGOLO 72. E poiché
si è trattato di quel genere di benefici che riguardano le singole persone, si
deve, poi, discutere di quel-li che riguardano tutto l'insieme dei cittadini e
lo Stato. Di questi stessi alcuni riguardano tutti i cittadini, altri i singoli,
e questi sono anche più graditi. In genere ci si deve adoperare, per quanto
possibile, per l'una e l'altra categoria, e, se non è possibile, perché si
provveda anche alle singole persone, ma in modo tale che ciò o giovi o almeno
non sia d'ostacolo allo Stato. Grande fu la distribuzione di grano di Gaio
Gracco: vuotava, perciò, l'erario; moderata quella di Marco Ottavio,
tolle-rabile per lo Stato e necessaria alla plebe, salutare, dunque, per i
cittadini e per lo Stato. 73. In primo luogo chi governa uno Stato dovrà badare
a che ciascuno conservi il proprio patrimonio e non sia ado-perata una
decurtazione dei beni privati per opera dello Stato. Si comportò in modo
pericoloso Filippo durante il suo tribunato,ma come nella sua attività disse
molte cose in modo gradito al popolo, così fu dannosa quella sua affermazione:
"Non ci sono nelle città duemila persone che abbiano una proprietà ". E' un
discorso criminale, che porta al livellamento dei beni; quale peste può esser
più rovinosa di questa? Soprattutto per questo motivo, cioè per conservare le
proprietà, si sono costituiti gli Stati e le città. Infatti gli uomini si
fossero riuniti in società per l'impulso della natura, tuttavia cercavano la
protezione delle città nel-la speranza di difendere i propri averi. 74. Si deve
fare in modo che non si applichino tasse, il che presso i nostri antenati
accadeva spesso per la scar-sezza dell'erario e la frequenza delle guerre, e
perché ciò non accada bisognerà prendere provvedimenti molto tempo prima. Se
invece una qualche necessità di un tale contributo si presenterà ad uno Stato
(preferisco fare questa supposi-zione per un altro Stato piuttosto che per il
nostro, e, del resto, non parlo solo del nostro, ma di ogni Stato), ci si do-vrà
adoperare a che tutti capiscano che si devono sottomettere alla necessità, se
vogliono essere salvi. Anche tutti quelli che governeranno uno Stato dovranno
provvedere a che ci sia abbondanza dei generi necessari per il sostentamento.
Non è necessario trattare come si soglia e si debba provvedere a procurarseli: è
stato sufficiente l'avervi accennato. 75. Il punto principale nella cura d'ogni
affare e nell'amministrazione d'ogni pubblico ufficio è l'evitare anche il
mini-mo sospetto di avidità. "Oh, se la sorte - disse il Sannita Gaio Ponzio -
mi avesse riservato per quei tempi, e fossi nato allora, quando i Romani
cominciarono ad accettare doni! Non avrei tollerato più a lungo che essi
mantenesse-ro il dominio ". E non si sarebbero dovuti attendere neppure molti
secoli, perché ora anche questo male è entrato nel nostro Stato. E perciò sono
ben lieto che Ponzio sia vissuto piuttosto allora, se veramente egli ebbe una
così grande energia mo-rale. Non sono ancora trascorsi centodieci anni da quando
Lucio Pisone propose la legge contro i delitti dì concussione, mentre prima non
ce n'era stata alcuna; ma dopo, in verità, tante furono le leggi e le più
recenti anche più severe, tanti i colpevoli, tanti i condannati, tanto grave la
guerra italica scoppiata per la paura dei processi, e tante le spolia-zioni e le
estorsioni degli alleati, essendo state abrogate le leggi ed i tribunali, che
siamo salvi per la debolezza degli altri, non per il nostro valore.
XXII. TUTTO ALLO STATO, TUTTO PER LO STATO 76. Panezio loda
l'Africano per il fatto che fu disinteressato. Ma perché mai? In lui ci furono
altre doti maggiori. La lode di integrità non è solo propria di quell'uomo, ma
anche di quei tempi. Paolo s'impadronì di tutto il tesoro dei Macedoni, che era
enorme, e versò nell'erario tanto denaro che il bottino di un solo generale
permise di mettere fine alle tasse; ma egli non portò niente a casa sua, tranne
il ricordo eterno del nome. L'Africano imitò il padre, e, abbattuta Cartagine,
non fu per niente piu ricco. E che? Colui che fu suo collega nella pretura,
Lucio Mummio, forse che diventò più ricco dopo aver distrutto sin dal-le
fondamenta una città ricchissima? Preferì abbellire l'Italia piuttosto che la
sua casa; benché, abbellita l'Italia, la sua stessa casa mi sembra più ornata.
77. Nessun vizio, dunque, è più vergognoso (per riportare il discorso là donde
si è allontanato), dell'avidità, soprat-tutto nei capi e negli amministratori di
uno Stato. Considerare, difatti, lo Stato come fonte di guadagno non solo è
vergognoso, ma anche scellerato ed empio. Perciò quell'oracolo proferito da
Apollo Pizio, e cioè che Sparta non sarebbe perita per nessun'altra causa se non
per l'avidità, mi sembra che sia stato predetto non solo per gli Spartani, ma
anche per ogni popolo ricco. Coloro che sono a capo di uno Stato non possono con
alcun altro mezzo procacciarsi più facilmente la benevolenza della moltitudine
che con l'integrità morale e la moderazione.
Abstract da: De officiis (I doveri) - Libro
terzo di Marco Tullio Cicerone
I. PROEMIO AL FIGLIO MARCO 1. Catone, che gli fu quasi
coetaneo, scrisse che Publio Scipione, quello che per primo fu soprannominato
l'Africa-no, era solito dire di non essere mai meno ozioso di quando era ozioso,
e mai meno solo di quando era solo. Parole veramente magnifiche e degne di un
uomo grande e saggio; esse dimostrano che nei periodi di riposo egli pensava
agli affari e quando era solo era solito parlare con se stesso, sicché non gli
mancava mai un'occupazione e [talora] non aveva bisogno di colloquiare con un
altro. Cosi queste due situazioni, l'ozio e la solitudine, che arrecano agli
altri fiacchezza, gli erano di stimolo. 4. Comunque dell'Africano non resta
alcuna testimonianza scritta del suo ingegno, nessuna opera elaborata nel
pe-riodo di riposo, nessun frutto della sua solitudine. Da ciò si deve arguire
che egli, per il suo fervore intellettuale e per la ricerca di quelle (verità)
che raggiungeva col pensiero, non fu mai ozioso e mai solo; io, invece, che non
ho tanto vigore da astrarmi dalla solitudine con una si-lenziosa meditazione, ho
rivolto tutto il mio interesse e la mia attenzione a quest'attività dello
scrivere: perciò in poco tempo ho scritto più opere dopo la caduta della
repubblica, che in molti anni, quando essa era in piedi.
IL VERO UTILE COINCIDE CON L'ONESTO 18. Coloro che, misurano
ogni cosa in base al guadagno o al vantaggio personale e non vogliono che
l'onestà abbia il sopravvento su ciò, sono soliti, nel prendere una decisione,
mettere a confronto l'onesto con ciò che ritengono uti-le, mentre gli uomini
onesti non sono soliti farlo. Perciò ritengo che Panezio, quando ha detto che
gli uomini sono soliti esitare in questo confronto, abbia inteso pro-prio questo
che ha detto, cioè che 'sono soliti' solamente, e non anche 'debbono'. Infatti è
oltremodo immorale non solo stimare di più ciò che sembra utile di ciò che è
onesto, ma anche paragonare questi concetti tra di loro ed avere dei dubbi in
proposito. Ma che cos'è, dunque, ciò che talvolta ci suole far dubitare e ci
sembra degno di considerazione? Credo, se qualche volta sorge il dubbio, che
esso riguardi la natura delle cose su cui si riflette. 19. Spesso, infatti,
accade che, mutate le circostanze, ciò che siamo soliti stimare per lo più
immorale, si trova che non è tale. Per esempio, si ponga un caso che è
suscettibile della più ampia applicazione. Quale delitto può essere più grande
dell'uccidere non solo un uomo, ma anche un intimo amico? Forse qualcuno si
rende colpevole di un delitto, se uccide un tiranno, anche se suo intimo amico?
Ciò non sembra al popolo romano, che anzi considera quell'azione la più bella
tra tutte le altre illustri. L'utile, dunque, ha prevalso sull'onesto? No; anzi,
l'utile ha seguito l'onesto.
V. LA LEGGE NATURALE 21. Dunque, che un uomo sottragga
qualcosa ad un altro e aumenti il proprio vantaggio con lo svantaggio di un
al-tro è contro natura più della morte, della povertà, del dolore e di tutti gli
altri mali che possono accadere al corpo o ai beni esterni: ciò infatti mina
alle basi la convivenza umana e la società: [se infatti saremo così disposti da
spoglia-re o violare un altro a causa del suo guadagno, di necessità si disgrega
quella che è soprattutto secondo natura, cioè il legame tra gli uomini]. 22.
Come se ciascun membro (umano) avesse una tale sensibilità, da pensare di poter
star bene, coll'aver tratto a sé la salute del membro più vicino, sarebbe
necessariamente indebolito e perirebbe l'intero corpo, così, se ciascuno di noi
si appropriasse dei profitti degli altri e sottraesse quanto gli fosse possibile
a ciascuno per il proprio guada-gno, la società umana e la comunità
necessariamente sarebbero sovvertite. Infatti che ciascuno preferisca acquistare
per sé ciò che riguarda l'uso della vita anziché per un altro, lo si è am-messo,
poiché non si oppone la natura; ma la natura non sopporta che con le spoglie
degli altri aumentiamo le no-stre sostanze, ricchezze e potenza.
IL DIRITTO POSITIVO 23. E d'altra parte questo non è stato
stabilito solamente dalla natura, cioè dal diritto delle genti, ma anche dalle
leggi dei popoli, sulle quali si fonda lo Stato nelle singole città, perché non
sia permesso nuocere ad altri per il pro-prio vantaggio. A questo, infatti,
mirano le leggi, questo è il loro scopo, che sia salva ed integra l'unione dei
cittadini, e puniscono coloro che la rompono con la morte, l'esilio, la prigione
e le multe. E questo principio è molto più un prodotto della stessa razionalità
naturale, che è legge divina ed umana; colui che volesse obbedirgli (in verità
dovranno obbedire tutti gli uomini che vivono secondo natura) non si renderà mai
col-pevole di desiderare la proprietà altrui e di prendere per sé ciò che abbia
sottratto ad altri.
LE VIRTU' SOCIALI 24. Infatti sono molto di più secondo natura
l'elevatezza d'animo e la grandezza, ed ugualmente l'affabilità, la giusti-zia,
la generosità, che non il piacere, la vita e le ricchezze: è proprio di un animo
grande ed elevato disprezzare questi beni e ritenerli cose di nessun valore a
confronto dell'utile comune. [Sottrarre, invece, ad un altro a causa del proprio
vantaggio è più contro natura della stessa morte, del dolore e delle altre
calamità simili.] 25. Allo stesso modo è più secondo natura, per conservare ed
aiutare - se possibile - tutte le genti, sobbarcarsi le più grandi fatiche e
disagi, ed imitare il famoso Ercole, che la fama degli uomini, memore dei
benefici ricevuti, collo-cò nel consesso degli dei; è molto meglio, dunque,
tutto questo che vivere in solitudine non solo senza alcun affan-no, ma anche
tra i più raffinati piaceri, ricchi di ogni sorta di beni, sì da eccellere anche
in bellezza ed in forza. Perciò ogni persona fornita di un'indole assai nobile e
superiore, preferisce di gran lunga quella vita a questa; da ciò si deduce che
l'uomo che obbedisca alla natura non può nuocere ad un altro uomo. 26. Inoltre
colui che fa del male ad un altro per conseguire qualche vantaggio, o ritiene di
non far niente contro natu-ra o giudica che si debbano piuttosto tenere a
distanza la morte, la povertà, il dolore, la perdita anche dei figli, dei
parenti, degli amici, anziché recare offesa a qualcuno. Se crede di non compiere
niente contro natura col far violenza agli uomini, a che pro discutere con una
persona che sopprime completamente l'umanità nell'uomo? Se invece pensa che si
debba evitare ciò, ma che siano molto peggiori i mali, come la morte, la
povertà, il dolore, sbaglia in questo, che ritiene più gravi dei difetti
dell'animo quelli riguardanti il corpo o la fortuna. generale, purché costui,
avendo un alto concetto di sé ed amando troppo se stesso, non tragga da ciò il
pretesto per compiere un'ingiustizia. Si compirà sempre il proprio dovere,
provvedendo all'utilità degli uomini ed a quella so-cietà umana, che io spesse
volte ricordo.
VIII. ONESTA' E UTILITA' 36. Questo è l'errore degli uomini
non onesti, che, quando si impadroniscono di qualche cosa che abbia l'apparenza
dell'utile, subito la scindono dall'onesto. Di qui nascono i pugnali, i veleni,
i falsi testamenti, di qui i furti, i peculati, le spogliazioni e le
depredazioni degli alle-ati e dei concittadini, di qui sorge la cupidigia di
eccessive ricchezze e di intollerabile potere e, infine, anche la bra-mosia di
regnare nelle libere città, bramosia di cui niente si può immaginare di più
infame e deprecabile. Essi vedono, infatti, con il loro erroneo giudizio il
guadagno, e non il castigo, non dico quello delle leggi, che spesso riescono a
spezzare, ma quello della stessa disonestà, che è assai aspro. 37. Si tolgano,
perciò, di mezzo tutte queste persone - giacché sono tutte scellerate ed empie -
che si pongono il problema se seguire quello che vedono essere onesto o
macchiarsi scientemente di un delitto; nello stesso dubbio è insita la colpa,
anche se essi non vi sono giunti. Non bisogna, dunque, decidere nemmeno su
argomenti il cui esame stesso è disonesto.
IX. 38. Di qui trae l'origine il noto aneddoto di Gige
introdotto da Platone: essendosi la terra spaccata per certe grandi piogge, Gige
scese in quella voragine e scorse, come dicono le leggende, un cavallo di
bronzo, che aveva ai fianchi delle porte; dopo averle aperte scorse il corpo di
un uomo morto di grandezza mai vista, con un anello d'oro al dito; glielo tolse
e se lo mise, poi si recò all'adunanza dei pastori (era, intatti, pastore del
re); lì, ogni volta che volgeva il castone dell'anello verso la palma della
mano, diveniva invisibile a tutti, mentre egli era in grado di veder tutto;
ritor-nava nuovamente visibile quando rimetteva l'anello al suo posto. E così,
servendosi dei poteri concessigli dall'anello, fece violenza alla regina e col
suo aiuto uccise il re suo padro-ne, tolse di mezzo chi, a parer suo, gli si
opponeva, e nessuno potè scorgerlo mentre compiva questi delitti; così, tutto ad
un tratto, grazie all'anello divenne re della Lidia. Se, dunque, il sapiente
avesse questo stesso anello, penserebbe che non gli fosse lecito peccare più che
se non l'avesse; i galantuomini, difatti, cercano l'onestà, non la segretezza.
X. CONFLITTO TRA L'UTILE E LA GIUSTIZIA 40. Si presentano
spesso molte cause che turbano l'animo con l'apparenza dell'utile, non quando ci
si chiede se si debba abbandonare l'onestà per le dimensioni dell'utilità -
giacché questo è disonesto -, ma se si possa compiere in modo non disonesto ciò
che sembra utile. Quando Bruto destituiva dalla sua carica il collega Collatino,
poteva sembrare che, cosi facendo, si comportasse ingiustamente, perché egli, al
periodo della cacciata della monarchia, era stato compagno di disegni e aiutante
di Bruto. Ma poiché i capi presero la decisione di eliminare i parenti del
Superbo e persino il nome dei Tarquini insieme al ri-cordo dei regno, quello che
era utile, cioè il provvedere al bene della patria, era anche onesto, sì che
Collatino stes-so doveva approvarlo. E così l'utilità prevalse per la sua
onestà, in assenza della quale non sarebbe stata possibile l'esistenza della
utilità stessa. 41. Ma nel caso del re fondatore della città la cosa andò
diversamente; il suo animo fu spinto dall'apparenza dell'uti-le: poiché gli era
sembrato più utile regnare da solo piuttosto che con un altro, uccise il
fratello. Egli mise da parte affetto ed umanità, per poter conseguire quanto
sembrava utile e non lo era, e tuttavia tirò in bal-lo il pretesto del muro,
un'apparenza d'onestà né approvabile né abbastanza idonea. Commise, dunque, una
colpa, potrei dirlo con buona pace di Quirino o di Romolo. 42. Non dobbiamo,
tuttavia, trascurare i nostri interessi e affidarli agli altri, quando noi
stessi ne abbiamo bisogno, ma ciascuno deve preoccuparsi della propria utilità,
se ciò avviene senza recare ingiustizia ad altri. Dice bene Erisippo, come al
solito: "Chi corre nello stadio, deve sforzarsi e lottare quanto più gli è
possibile per vincere, ma non deve assolutamente sgambettare o allontanare con
la mano il suo rivale: allo stesso modo nella vita non è ingiusto che ciascuno
ricerchi ciò che riguarda le sue necessità, ma non è consentito sottrarlo ad un
altro".
LA REGOLA MORALE DELL'AMICIZIA 43. In modo particolare, poi,
c'è confusione tra i doveri nelle amicizie, perché è contrario al dovere non
concedere agli amici quello che si potrebbe dare giustamente e concedere loro
quanto non sarebbe giusto. Ma per tutta questa specie di casi c'è una regola
breve e semplice: ciò che sembra utile, onori, ricchezze, piaceri ed altre cose
simili, non deve essere mai anteposto all'amicizia. Ma un uomo onesto non
compirà mai, per un amico, un'azione contraria allo Stato o a un giuramento o
alla parola data, neanche se dovrà giudicare lo stesso amico, perché
nell'indossare i panni di giudice deporrà quelli di amico. Concederà solo
all'amicizia di preferire che la causa dell'amico sia giusta, di accordargli,
entro i limiti della legge, il tempo occorrente per difendere la sua causa. 44.
Quando, però, dovrà pronunziare la propria sentenza sotto giuramento, si ricordi
che prende a testimone la divi-nità, cioè, come io penso, la sua coscienza,
della quale niente di più divino il dio stesso ha dato agli uomini. Pertanto ci
è stata tramandata dai nostri antenati una formula bellissima, se ad essa ci
attenessimo, per chiedere al giudice "quello che egli possa fare, senza turbare
la sua coscienza". Questa richiesta riguarda quello che, poco fa, ho detto che
poteva essere concesso onestamente da un giudice al-l'amico; giacché se si
dovesse fare tutto ciò che vogliono gli amici, non tali dovrebbero ritenersi le
amicizie, ma con-giure. 45. Parlo delle amicizie comuni; tra gli uomini saggi e
perfetti non può esserci, nulla di simile. Si dice che i Pitagorici Damone e
Finzia furono talmente legati tra di loro che, avendo il tiranno Dionisio
fissato il giorno dell' esecuzione per uno di essi, e avendo il condannato a
morte chiesto pochi giorni per affidare i suoi alle cure di qualcuno, l'altro si
fece garante della comparizione dell'amico, con la condizione che, se questi non
fosse ritornato, egli sarebbe stato ucciso; l'amico tornò il giorno stabilito, e
Dionisio, pieno d'ammirazione per la loro lealtà, chiese d'essere ammesso nella
loro amicizia come terzo. 46. Quando, dunque, si mette a confronto nell'amicizia
ciò che sembra utile con ciò che è onesto, venga meno l'ap-parenza dell'utile e
prevalga l'onestà; quando, invece, nell'amicizia saranno richieste cose che non
sono oneste, la coscienza e la lealtà siano preposte all'amicizia. Così verrà
fatta quella scelta dei doveri, su cui si sta indagando.
XI. LA POLITICA E L'ETICA Ma spesso, nel governo dello Stato,
si commettono errori sotto un'apparenza di utilità, come fecero i nostri nella
di-struzione di Corinto; ancor più duramente si comportarono gli Ateniesi, che
decretarono il taglio del pollice per gli Egineti, forti sul mare. Questo parve
utile, perché Egina, per la sua vicinanza, minacciava troppo il Pireo. Ma niente
che sia crudele è utile; la crudeltà, difatti, è in particolar modo nemica della
natura umana, che noi dob-biamo seguire. 48. Quando gli Ateniesi non erano in
grado di sostenere l'assalto dei Persiani e stabilirono di abbandonare la città,
dopo aver lasciato le mogli e i figli a Trezene, e di salire sulle navi per
difendere con la flotta la libertà della Grecia, lapidarono un certo Cirsilo,
che li invitava a rimanere in città e ad accogliere Serse. Sembrava che egli
avesse come obiettivo l'utilità, ma essa era inesistente, perché l'onestà le si
opponeva. 49. Temistocle, dopo la vittoria nella guerra contro i Persiani, disse
nell'assemblea di avere un consiglio salutare per lo Stato, ma che non era
opportuno venisse conosciuto: chiese che il popolo gli desse qualcuno da rendere
parteci-pe di tale consiglio: venne designato Aristide. Egli gli disse che si
poteva incendiare di nascosto la flotta spartana, all'ancora a Giteo, cosa che
avrebbe inevita-bilmente infranto le risorse degli Spartani. Dopo che Aristide
ebbe udito ciò, si recò nell'assemblea tra l'aspettazione generale e disse che
il consiglio di Temi-stocle era utilissimo ma per nulla onesto. Così gli
Ateniesi non ritennero neanche utile ciò che non era onesto e dietro consiglio
di Aristide rifiutarono un pro-getto che neppure conoscevano. Meglio essi di
noi, che lasciamo sani e salvi i pirati e riscuotiamo tributi dagli allea-ti.
XII. CASI TIPICI DI CONFLITTO TRA ONESTA' E UTILITA' Sia ben chiaro, dunque, che
quanto è immorale non può mai essere utile, neppure quando si consegue ciò che
si crede utile; è, difatti, dannoso persino lo stimare utile ciò che è immorale.
50. Ecco i problemi di questo tipo: se, per esempio, un uomo onesto avesse
importato da Alessandria a Rodi una grande quantità di frumento in un periodo di
miseria e di carestia dei Rodiesi e di prezzi altissimi, e venisse a sape-re che
parecchi mercanti sono salpati da Alessandria e, lungo la rotta, avesse visto
navi cariche di frumento diriger-si verso Rodi, dovrebbe dirlo ai Rodiesi o,
tacendo, dovrebbe vendere al prezzo più alto il suo frumento? Immaginiamo un
uomo saggio e onesto e ci poniamo il problema delle decisioni e delle
considerazioni di lui, che non vorrebbe lasciare all'oscuro i Rodiesi, se
ritenesse ciò un'azione vergognosa, ma potrebbe essere in dubbio se la cosa sia
deprecabile o no. 51. In casi simili diversa è l'opinione di Diogene di
Babilonia, stoico importante e serio, e di Antipatro, suo discepolo, uomo di
straordinaria acutezza: secondo Antipatro bisogna dichiarare tutto, perché il
compratore non ignori nulla che sia noto al venditore; secondo Diogene occorre
che il venditore riveli i difetti, limitatamente alle prescrizioni del diritto
civile, tratti il resto senza frode e, dal momento che vende, cerchi di vendere
al prezzo più vantaggioso. "Ho importato la merce, l'ho esposta, la vendo a un
prezzo non maggiore degli altri, forse anche minore, poiché ne ho una quantità
più grande. A chi faccio torto? " Insorge dall'altra parte il ragionamento di
Antipatro: 52. "Che dici? Tu, che dovresti preoccuparti degli uomini e dedicarti
alla società umana, tu che sei nato sotto questa legge ed hai questi principi
naturali, ai quali devi obbedire e conformarti, e cioè che il tuo utile sia
l'utile comune e per converso l'utile comune sia il tuo, tu nasconderai agli
uomini il vantaggio e l'abbondanza che si presentano lo-ro?" Diogene risponderà,
forse, così: "Una cosa è nascondere e un'altra tacere; e io non ti nascondo,
adesso, se non te lo dico, quale sia la natura degli dei, quale il sommo bene,
cose che, una volta conosciute, ti gioverebbero di più del sapere il basso
prezzo dei grano. Ma non è necessario che io ti dica tutto ciò che a te è utile
ascoltare". 53. "Anzi, [ríbatterà quello], è necessario, se pure ti ricordi che
tra gli uomini c'è, per natura, un vincolo sociale". "Me ne ricordo", dirà
l'altro, "ma questa società è forse tale che nulla appartenga più privatamente a
ciascuno? Se cosi fosse, non bisognerebbe neppure vender nulla, ma donare".
XIII. LA RETICENZA Puoi constatare che in tutta questa
discussione non si dice. "Benché ciò sia vergognoso, pure, dal momento che è
utile, lo farò" ma (da parte dell'uno) che è utile così da non essere
vergognoso, da parte dell'altro che non si deve fare perché è immorale. 54. Un
galantuomo vende una casa per dei difetti a lui noti e ignoti agli altri; la
casa è malsana ma la si ritiene salu-bre, si ignora che in tutte le stanze
saltano fuori dei serpenti, è costruita con materiale cattivo ed è in sfacelo,
ma tutto questo non lo sa nessuno, tranne il padrone; io chiedo: se il venditore
non dicesse questo ai compratori e ven-desse la casa ad un prezzo molto più alto
di quanto si sarebbe aspettato, compirebbe un'azione ingiusta e disone-sta?
"Certo" dice Antipatro. "Che altro è il non indicare la via a chi sta vagando -
cosa punita in Atene con la pubblica e-secrazione - se non questo, lasciare che
il compratore agisca sconsideratamente e per questo errore cada in una
gravissima frode? E', anzi, di più che il non mostrare la strada, perché è
indurre consapevolmente un altro in errore ". 55. E Diogene di rimando: "Ti ha
costretto forse a comprare, chi non ti ha neanche esortato a farlo? Quello l'ha
messa in vendita, perché non gli piaceva, tu l'hai comprata, perché ti piaceva.
Se quanti mettono in vendita una villa come bella e ben costruita non vengono
ritenuti frodatori, anche se la villa non è né bella né ben costruita, molto
meno dovrebbero esserlo considerati coloro che non hanno decantato i pregi della
casa. Quando, difatti, la decisione è lasciata al compratore, quale potrebbe
essere la frode del venditore? Se, poi, non bi-sogna mantenere tutto quello che
è stato detto espressamente, pensi che si debba mantenere ciò che non è stato
detto espressamente? E che c'è, poi, di più sciocco del fatto che il venditore
elenchi i difetti della sua merce, e che cosa di più assurdo, se il banditore,
per ordine del padrone, andasse gridando: vendo una casa malsana"? 56. Così,
dunque, in taluni casi dubbi da una parte si difende l'onestà, dall'altra si
parla dell'utile in modo tale che non solo è onesto fare, ma anzi è vergognoso
non fare quanto sembra utile. E' questo il conflitto che sembra sorgere
frequentemente tra l'utile e l'onesto. Bisogna risolvere questi casi, che
abbiamo esposti non per porre domande, ma per poterli spiegare. 57. Non sembra
che né quel mercante di grano ai Rodiesi né questo venditore della casa agli
acquirenti avrebbero dovuto nascondere nulla. Nascondere non significa, difatti,
tacere tutto ciò che sai, ma volere che ignorino quello che tu sai, per tuo
guada-gno, quanti avrebbero interesse a saperlo. Chi non vede quale sia e
caratteristico di quale uomo questo modo di celare? Certo non è proprio di un
uomo leale, schietto, nobile, giusto, buono, ma piuttosto di un uomo scaltro,
dissimulatore, astuto, ingannatore, malizioso, sagace, furbacchione ed abile.
Che utilità c'è a tirarsi addosso tanti ed altri ancor più numerosi appellativi
di difetti?
XIV. LA MENZOGNA E IL RAGGIRO 58. E se è da biasimare chi
tace, come devono esser giudicati quanti sono soliti servirsi di discorsi
ingannevoli? Gaio Genio, cavaliere romano, uomo non privo di spirito e
abbastanza colto, essendosi recato a Siracusa per tra-scorrervi un periodo di
vacanza, come lui stesso era solito dire, e non per e concludere affari, andava
dicendo di vo-ler comprare una villetta dove potesse invitare gli amici e
divertirsi senza essere disturbato da importuni. Essendosi diffusa la notizia,
un certo Pizio, banchiere a Siracusa, gli disse che non aveva ville da vendere,
ma che Canio poteva servirsi della sua, se voleva, come se gli appartenesse, e
contemporaneamente lo invitò a cena in vil-la per il giorno dopo. Avendogli
Canio promesso di venire, Pizio che, in qualità di banchiere, godeva credito
presso tutte le categorie di persone, chiamò a sé dei pescatori, chiese loro di
pescare il giorno dopo di fronte alla sua villa, e disse quanto de-siderava che
essi facessero. Canio venne puntualmente per la cena; il banchetto era stato
imbandito puntualmente da Pizio, davanti agli occhi si presentava una
moltitudine di barche e ogni pescatore portava, a turno, ciò che aveva preso; i
pesci venivano getta-ti ai piedi di Pizio. Allora Canio: "Di grazia" disse "?"
59. E quello, disse "Tutti i pesci di Siracusa stanno qui, qui vengono a
rifornirsi d'acqua, non possono fare a meno di questa villa". Canio, preso dal
desiderio, chiese insistentemente a Pizio che gli vendesse la villa. Sulle prime
quello faceva il difficile. Che motivo c'è di dilungarsi? Ottiene il suo scopo:
quell'uomo bramoso e ricco compra la villa al prezzo richiesto da Pizio e la
compra con tutto l'arredamento, registra la vendita e l'affare è con-cluso.
Canio invita il giorno dopo i suoi amici; arriva per tempo, ma non vede neanche
una barca. Chiese al vicino più prossimo se ci fossero festività dei pescatori,
dato che non ne vedeva nessuno. "A quanto ne so io, no" risponde quello "ma qui,
di solito, non viene a pescare nessuno; perciò ieri mi stupivo di quanto fosse
ac-caduto". 60. Canio montò in bestia, ma che avrebbe potuto fare? A quel tempo
Gaio Aquilio, mio amico e collega, non aveva ancora proposto le norme relative
alla frode, in cui, essendogli chiesto che cosa fosse la frode, rispondeva che
es-sa si verifica quando si finge una cosa e se ne fa un'altra. Una definizione
magnifica, com'è naturale in un uomo esperto in definizioni. Così sia Pizio che
tutti coloro, i quali fanno una cosa e ne simulano un'altra, sono perfidi,
malvagi, maligni. Nessuna loro azione può risultare utile dal momento che è
viziata da tanti difetti.
XV. LA FRODE E' PUNITA DALLA LEGGE 61. Se è vera la
definizione di Aquilio, bisogna bandire dalla vita intera la simulazione e la
dissimulazione; di conse-guenza il galantuomo non simulerà o dissimulerà nulla
né per comprare né per vendere meglio. La frode, come dice Aquilio, consiste
nella simulazione; bisogna, quindi, eliminare ogni menzogna nel contrarre
im-pegni; il venditore non farà intervenire un finto offerente che giuochi al
rialzo. né il compratore uno che giuochi al ri-basso. Entrambi, se si giungerà
alla dichiarazione del prezzo, non lo dovranno dichiarare più d'una volta. 62.
Quinto Scevola, figlio di Publio, avendo chiesto che di un fondo, che voleva
acquistare, gli fosse indicato il prez-zo definitivo e avendo ciò fatto il
venditore, affermò di valutarlo di più ed aggiunse centomila sesterzi. Non c'è
nessuno che dica che questo comportamento non sia stato proprio d'un galantuomo;
negano, però, che sia stato proprio d'un uomo saggio, come se avesse venduto a
meno di quanto avrebbe potuto.
CONFLITTO TRA UTILITA' E PRUDENZA La rovina è proprio questa,
il fatto che si fa distinzione tra i buoni e i saggi. Donde Ennio: "Invano è
saggio quel saggio incapace di giovare a se stesso". Questo sarebbe pure vero,
se fossi d'accordo con Ennio sul significato del giovare. 63. Vedo che Ecatone
di Rodi, discepolo di Panezio, nei libri scritti 'Sul dovere' e da lui dedicati
a Quinto Tuberone, dice: "è proprio del sapiente curare il proprio patrimonio
senza far nulla contro la morale, le leggi e le istituzioni. Non vogliamo,
difatti essere ricchi solo per noi, ma per i figli, i parenti, gli amici e
soprattutto per lo Stato. I beni e gli averi dei singoli costituiscono, infatti,
le ricchezze della città".
XVI. LA RETICENZA NEI CONTRATTI DI VENDITA 65. Per quel che
riguarda la regolamentazione dei beni immobili, il nostro diritto civile
sancisce che all'atto della vendita si dichiarino i difetti noti al venditore.
Difatti, mentre per le XII tavole era sufficiente rispondere delle cose
esplicitamente dichiarate, e chi rinnegava la pa-rola data era condannato a
pagare una multa del doppio, i giureconsulti stabilirono una pena anche per la
reticenza. Stabilirono, infatti, che il venditore deve rispondere di qualsiasi
difetto si trovi in un bene immobile, se a lui è noto e non è stato
espressamente dichiarato. 66. Ad esempio, poiché gli àuguri dovevano trarre gli
auspici sulla rocca ed avevano ordinato a Tiberio Claudio Centumalo, che aveva
una casa sul Celio, di abbattere quelle parti che, con la loro altezza, erano di
ostacolo agli auspici, Claudio mise in vendita il caseggiato, che fu acquistato
da Publio Calpurnio Lanario. Gli àuguri fecero a costui la stessa intimazione.
Calpurnio la demolì e venne a sapere che Claudio aveva messo in vendita la casa
dopo che gli àuguri gli avevano intimato di abbatterla; lo costrinse, pertanto,
a presentarsi davanti ad un arbitro che decidesse "che cosa in buona coscienza
gli si dovesse pagare o fare". Pronunziò la sentenza Marco Catone, padre del
nostro Catone. Quel giudice, dunque, emise questa sentenza: poiché nel vendere
conosceva i difetti e li aveva celati, doveva ri-spondere del danno presso il
compratore. 67. Ritenne, pertanto, che appartenesse alla "buona coscienza" la
conoscenza, da parte dell'acquirente, dei difetti noti al venditore. Se il suo
giudizio è stato giusto, hanno avuto torto a tacere sia il mercante di grano che
il venditore di quella casa malsana. Ma reticenze di tale specie non possono
essere abbracciate dal diritto civile; quante lo possono, sono perseguite
rigorosamente. Marco Mario Gratidiano, nostro parente, aveva venduto a Gaio
Sergio Orata la stessa casa che aveva acquistato da lui pochi anni prima. Essa
era gravata di una servitù, ma nel contratto Mario non l'aveva dichiarato. La
questione fu portata in tribunale: Crasso difendeva Orata, Gratidiano era difeso
da Antonio. Crasso invocava la legge, secondo cui " il venditore deve rispondere
di quei difetti che, pur essendo a lui noti, non sono stati da lui dichiarati",
Antonio l'equità, "poiché quel difetto non era ignoto a Sergio, che aveva già
venduto quella casa, non era necessaria una dichiarazione, né era stato
ingannato chi ben conosceva la situazione giuridica di ciò che comprava". A
quale scopo ti dico questo? Perché tu capisca che ai nostri padri non piacevano
i furbi.
XXII. LA POLITICA SI ISPIRI ALL'ETICA 86. Questo è stato
riconosciuto spesso in altre occasioni e specialmente da Gaio Fabrizio, console
per la seconda volta durante la guerra contro Pirro, e dal nostro senato.
Avendo, il re Pirro dichiarato di sua iniziativa guerra al popolo romano, e
svolgendosi la lotta per la supremazia con un re nobile e potente, giunse un
disertore negli accampamenti di Fabrizio e gli promise, in cambio di una
ricom-pensa, di ritornare negli accampamenti di Pirro di nascosto cem'era venuto
e di ucciderlo col veleno. Fabrizio lo fece ricondurre da Pirro e il suo
comportamento fu lodato dal senato. Eppure se noi ricerchiamo l'apparenza e il
concetto comune dell'utilità, un unico disertore avrebbe eliminato quella guerra
ed un pericoloso rivale della nostra supremazia, ma sarebbe stato per noi un
grande disonore e una grande colpa l'aver vinto non col valore, ma con il
delitto un avversario con cui si lottava per la gloria. 87. Sarebbe stato più
utile, dunque, sia per Fabrizio, che in questa città fu come Aristide in Atene,
sia per il nostro senato, che non disgiunse mai l'utilità della dignità,
combattere il nemico con le armi o col veleno? Se si deve mirare alla supremazia
per la gloria, si bandisca il delitto, in cui non può esistere gloria; se si
mira alla potenza in qualunque modo, non potrà giovare, se sarà unita
all'infamia. 88. E' possibile che ad un impero, che deve fondarsi sulla gloria e
sulla simpatia degli alleati, siano utili l'odio e l'in-famia?
XXIII. RASSEGNA DI ESEMPI 89. Il sesto libro 'Sui doveri' di
Ecatone è pieno di questioni simili: se sia proprio di un uomo onesto non
nutrire i propri schiavi in un periodo di estrema carestia. Egli discute il pro
e il contro, tuttavia alla fine regola il dovere più in base all'utilità che
all'umanità. Si domanda se, nel caso che si dovesse gettare in mare (parte del
carico), si debba gettare un cavallo di valore o uno schiavo di poco prezzo. In
questo caso divergono le vie del patrimonio e dell'umanità. "Se uno sciocco
avesse afferrato una tavola in un naufragio, un saggio gliela dovrebbe
sottrarre, se potesse?" Risponde di no, perché si tratterebbe di un'ingiustizia.
"Allora il padrone della nave potrebbe portargliela via, perché è sua?" Per
niente affatto, come non potrebbe in alto mare gettar giù dalla nave un
passeggero, perché la nave è sua. Difatti sin quando non si è giunti alla
destinazione, per cui la nave è stata noleggiata, essa non è dei proprietario,
ma dei passeggeri. 90. "Dunque, se ci fosse un'unica tavola e due naufraghi,
tutti e due sapienti, entrambi dovrebbero afferrarla o uno dovrebbe cedere all
'altro? " Bisogna cederla, ma a colui la cui vita è di maggiore importanza per
sé o per lo Stato. "E se in entrambi queste caratteristiche fossero uguali?" Non
vi sarà alcuna lotta, ma l'uno dovrebbe cedere all'altro quasi per sorteggio o
giocando alla morra. "E se un padre depredasse templi o scavasse gallerie verso
l'erario, il figlio dovrebbe denunziare il fatto ai magistra-ti?" Ciò sarebbe,
in verità, un delitto, ché anzi dovrebbe difendere il padre, se accusato. "La
patria, dunque, non è supe-riore a tutti i doveri?" Si, ma è nell'interesse
della patria stessa avere i cittadini affezionati ai propri genitori. "E se un
padre cercasse di divenir tiranno, di tradire la patria, il figlio dovrebbe
tacere?" No, piuttosto scongiurerà il padre a non farlo; se non riuscirà in
niente, lo accuserà, lo minaccerà pure: alla fine, se l'affare metterà in
pericolo l'esistenza della patria, anteporrà la salvezza della patria a quella
del padre. 91. Si chiede anche questo: se un saggio ha ricevuto senza
accorgersene monete false per buone, quando verrà a saperlo potrà darle in
pagamento come buone, a qualche debitore? Diogene dice di sì, Antipatro di no,
ed io sono d'accordo piuttosto con quest'ultimo. "Se uno vendesse, sapendolo,
vino che sta per inacidire, dovrebbe dirlo?" Diogene non lo reputa necessario,
Anti-patro lo ritiene compito di un galantuomo. Queste sono, per così dire,
questioni giuridiche controverse per gli Stoici. "Nella vendita di uno schiavo è
necessa-rio dichiararne i difetti, non quelli che, taciuti, provocherebbero,
secondo il codice civile, la restituzione dello schiavo, ma questi altri,
l'essere menzognero, giuocatore, facile ai furti, ubriacone?" Alcuni ritengono
che sia necessario dichiararli, altri no. 92. "Se uno vendendo oro, credesse di
vendere ottone, il galantuomo dovrebbe avvertirlo che si tratta di oro o
do-vrebbe acquistare per un denaro ciò che ne vale mille?" E' chiaro, ormai,
quale sia la mia opinione e quale la con-troversia tra i suddetti filosofi. XXIV.
NON OGNI PROMESSA E' DEBITO Ci si chiede se debbano essere sempre mantenuti i
patti e le promesse che, secondo la formula dei pretori, "non siano stati fatti
né con la violenza né con la frode". Se qualcuno avesse dato ad un altro una
farmaco per l'idropisia, ed avesse pattuito che costui, guarendo per mez-zo di
quel farmaco, non ne avrebbe più fatto uso in seguito, nel caso che fosse
sopravvenuta la guarigione per me-rito di quel farmaco, e a distanza di qualche
anno fosse nuovamente ricaduto nella stessa malattia, senza poter ot-tenere da
colui, col quale aveva stipulato il patto, il permesso d'usare nuovamente la
stessa medicina, che si do-vrebbe fare? Poiché è inumano colui che non lo
concede e non subisce alcuna ingiustizia, bisogna che si provveda alla vita e
alla salute. 93. E che? Se un sapiente fosse richiesto da uno che volesse
nominarlo erede, lasciandogli per testamento cento milioni di sesterzi, di
danzare pubblicamente nel foro in pieno giorno, prima di prendere possesso
dell'eredità, e il sapiente avesse promesso di farlo perché, in caso contrario,
quel tale non lo nominerebbe erede nel testamento, dovrebbe mantenere la sua
promessa o no? Preferirei che non avesse fatto una simile promessa e penso che
ciò sarebbe stato indizio di serietà; ma dal mo-mento che ha promesso, se
riterrà vergognoso danzare, sarà più onesta la menzogna non prendendo niente
dall'e-redità che prendendola, a meno che non voglia destinare quel denaro a
qualche grave necessità dello Stato, di mo-do che non sia turpe neppure danzare,
per venire in aiuto della patria.
XXV. ESEMPI PRESI DALLA MITOLOGIA 94. Ma non devono esser
mantenute neppure quelle promesse che non sono di utilità a coloro ai quali sono
state fatte. Per ritornare ai miti, il Sole disse al figlio Fetonte che avrebbe
esaudito qualunque suo desiderio; egli volle sa-lire sul cocchio del padre; vi
fu fatto salire. Ma prima di mettersi a sedere fu colpito e bruciato da un
fulmine. Quanto sarebbe stato meglio che in questo caso non fosse stata
mantenuta la promessa paterna! E che dire della promessa che Teseo pretese da
Nettuno? Avendogli Nettuno concesso tre desideri, chiese la mor-te del figlio
Ippolito, poiché questi era stato sospettato dal padre di illecita relazione con
la matrigna; ottenuto l'a-dempimento di questo desiderio, Teseo piombò nel
maggiore dei lutti. 95. E che dire di Agamennone? Avendo offerto in voto a Diana
quello che di più bello fosse nato nel suo regno in quell'anno, immolò Ifigenia,
della quale, almeno in quell'anno, niente era nato di più bello; avrebbe dovuto
fare a meno dì promettere, anziché commettere un delitto così infame. Non
sempre, dunque, bisogna promettere e non sempre bisogna restituire ciò che si è
avuto in deposito. Se uno sano di mente avesse depositato presso di te una spada
e, divenuto folle, te la richiedesse, sarebbe una colpa il restituirla, dovere
il non restituirla. E che? Se uno, che avesse depositato del denaro presso dì
te, muovesse guerra alla patria, dovresti restituirgli la somma depositata?
Credo di no, perché agiresti contro lo Stato, che deve starti a cuore più d'ogni
cosa. Così molte azioni, che sembre-rebbero oneste per natura, diventano in
particolari circostanze disoneste: mantenere le promesse, attenersi ai patti,
restituire i depositi, cambiate le utilità diventano azioni disoneste. Ed anche
di quelle azioni che, per una finzione di prudenza, sembrano essere utili, pur
contrastando la giustizia, credo di aver parlato a sufficienza.
XXVI. CONFLITTO TRA UTILITA' E FORTEZZA: ULISSE 97. Ulisse
parve attaccato all'utile, almeno secondo i poeti tragici; difatti in Omero,
autore degno della massima fe-de, non esiste alcun sospetto simile: ma le
tragedie lo accusano di aver voluto evitare la milizia fingendosi pazzo.
Decisione non onesta, ma utile, potrà forse dire qualcuno, regnare e vivere ad
Itaca in pace coi genitori, la moglie e il figlio. E tu credi che la gloria che
ci si procura nei travagli e nei pericoli d'ogni giorno possa essere messa a
confronto con questa tranquillità? Io, in verità, ritengo che sia da disprezzare
e da gettar via, perché penso che una cosa disone-sta non sia neppure utile. 98.
Che parole, secondo te, si sarebbe sentito dire Ulisse, se avesse perseverato in
quella sua finzione? Egli che, pur avendo compiuto grandissime imprese in
guerra, tuttavia si sente dire da Aiace: 'Del giuramento, di cui egli fu
promotore, come tutti sapete, solo tradi la fede. Si diede a fingersi pazzo, per
non unirsi a noi. E se la prudenza acuta di Palamede non ne avesse afferrato la
mali-ziosa audacia, egli avrebbe violato per sempre il vincolo del giuramento' .
99. Sarebbe stato meglio per lui combattere non solo con i nemici, ma anche coi
flutti, come fece, anziché abban-donare la Grecia concorde nel portar guerra ai
barbari. Ma lasciamo da parte i miti e i fatti stranieri e veniamo a un fatto
realmente accaduto e presso di noi.
L'ESEMPIO DI M. A. REGOLO Marco Attilio Regolo, console per la
seconda volta, catturato per mezzo di un'imboscata in Africa, quando era a ca-po
dell'esercito nemico Santippo, generale spartano, e comandante supremo Amileare,
padre di Annibale, fu inviato al senato sotto giuramento che sarebbe tornato a
Cartagine, se non fossero stati restituiti ai Cartaginesi alcuni nobili
prigionieri. Venuto a Roma, egli vedeva l'apparenza dell'utilità, ma, come
dichiarano i fatti, la giudicò falsa: e si trattava di restare in patria, in
casa propria con la moglie e i figli, conservare il grado della dignità
consolare, giudicando la disgrazia patita in guerra come una cosa normale nella
fortuna militare. Chi potrebbe affermare che non si tratta di cose utili? Chi
pensi che potrebbe farlo? Lo negano la grandezza e la fortezza d'animo. Vai
forse in cerca di prove più autorevoli?
XXVII. L'UTILE DELLA PATRIA E' L'UTILE DEL CITTADINO 100.
Caratteristica di queste virtù è il non aver timore di nulla, disprezzare tutte
le cose umane, non considerare in-sopportabile alcuna cosa che possa accadere ad
un uomo. Che fece egli, allora? Venne in senato, espose il suo mandato, si
rifiutò di esprimere il proprio parere, perché non era senatore, finché era
vincolato dal giuramento fatto ai nemici. E affermò persino che non era utile
restituire i prigionieri (qualcuno potrebbe dire: "O sciocco, nemico del suo
uti-le!"); infatti quelli - affermava - erano giovani e buoni comandanti, egli
era ormai sfinito dalla vecchiaia. Essendo prevalso il suo parere autorevole, i
prigionieri furono trattenuti, egli tornò a Cartagine e non lo trattenne né
l'amore per la patria né quello per i suoi cari. Eppure egli non ignorava,
allora, di andare incontro a un nemico crudelissimo ed a supplizi raffinati, ma
pensava che si dovesse mantenere il giuramento. E cosi allora, io dico, quando
lo uccidevano, si trovava in una situazione migliore che se fosse rimastò a
casa, vec-chio prigioniero e consolare spergiuro. 101. "Ma fu stolto, perché non
solo non propose la restituzione dei prigionieri, ma anche dissuase dal farlo".
E come stolto? Anche se recava giovamento allo Stato? E' possibile che quanto è
inutile allo Stato possa essere utile a qualche cittadino?
XXVIII. L'UTILITA' INSEPARABILE DALL'ONESTA' Gli uomini
sovvertono i fondamenti della natura nel separare l'utilità dall'onestà. Tutti,
infatti, desideriamo ciò che è utile e siamo trascinati verso di esso, senza
poter fare in alcun modo diversa-mente. Chi c'è che si terrebbe lontano
dall'utile? 0 chi, piuttosto, che non lo ricercherebbe con il massimo impegno?
Ma poiché possiamo trovarlo soltanto nella gloria, nella dignità, nell'onestà,
per tale motivo riteniamo questi come i primi e maggiori beni, mentre
consideriamo il termine 'utilità, non tanto magnifico quanto necessario. 102.
Che cosa c'è, dunque, potrebbe dire qualcuno, in un giuramento? Forse temiamo
l'ira di Giove? Ma è opinione comune di tutti i filosofi che il dio non si adira
mai e non reca nocumen-to. In che cosa, poi, Giove irato avrebbe potuto nuocere
a Regolo, più di quanto egli nocque a se stesso? Presso Accio si legge: 'Hai
violato la parola data? Non l'ho mai data né la do ad alcuno sleale.' E' vero
che ciò è detto da un re empio, ma detto, tuttavia, splendidamente. 103.
Aggiungono anche che, come noi diciamo che ci sembrano utili alcune cose che non
lo sono, così essi dicono che sembrano oneste alcune cose che non lo sono; ad
esempio può apparire onesto proprio l'esser tornato al sup-plizio per mantenere
un giuramento, ma finisce coi divenire non onesto, perché quanto si fa costretti
dai nemici non avrebbe dovuto esser mantenuto. Aggiungono anche che tutto ciò
che è molto utile diventa onesto, anche se in precedenza non sembrava tale.
Queste, all'incirca, sono le obiezioni rivolte a Regolo. Ma esaminiamo la prima.
XXIX. CONFUTAZIONE 104. Non bisogna temere che Giove, adirato,
nuocesse, perché non è solito adirarsi né fare del male. Questo argomento non è
valido tanto contro il giuramento di Regolo, quanto contro ogni giuramento. Ma
nel giuramento bisogna considerare non il timore (in caso di violazione), ma il
suo significato; il giuramento è, difatti, un'affermazione religiosa: quello che
uno ha promesso solennemente, come se il dio ne fosse testimone, deve esser
mantenuto. Non si tratta, difatti, dell'ira divina, che non esiste, ma della
giustizia e della fede; dice benissimo Ennio: 'O alma Fede, fornita d'ali, e
giuramento di Giove' Chi, dunque, viola un giuramento, viola la Fede, che i
nostri antenati vollero stesse sul Campidoglio accanto a Gio-ve Ottimo Massimo,
come si dice in un'orazione di Catone. 105. Ma neppure Giove adirato avrebbe
potuto nuocere a Regolo, più di quanto proprio Regolo nocque a se stesso. Certo,
se non esistesse altro male al di fuori del dolore fisico; ma i filosofi più
autorevoli affermano che non solo non è il male maggiore, ma non è neppure un
male. Non biasimate, di grazia, Regolo, testimone non mediocre, anzi forse
importantissimo (della fondatezza delle loro asserzioni). Difatti quale
testimone più autorevole andiamo cercando di uno dei più insigni cittadini
romani, che affrontò volonta-riamente il supplizio per mantenersi fedele al
dovere? Si dice, poi, 'il minore tra i mali' - scegliere, cioè, la vergogna
piuttosto che la sventura -, ma esiste un male più grande della vergogna? Se
essa nella deformità fisica ha qualche cosa di repellente, quanto ci deve
apparire grande la deformità e la brut-tezza di un animo corrotto? 106. Quelli
che trattano questo argomento con maggior vigore, hanno il coraggio di dire che
è unico male ciò che è vergognoso, mentre quanti ne discutono con maggiore
accondiscendenza non esitano, tuttavia, a chiamarlo som-mo male. Per quel che
riguarda le parole 'Non l'ho data né la do ad alcuno sleale' esse sono state
scritte giustamente dal poeta, perché, rappresentandosi il personaggio di Atreo,
bisognava tenersi strettamente legati ad esso. Ma se vorranno prenderle nel
senso che non esiste fede data ad un uomo sleale, badino a non cercare un mezzo
per occultare lo spergiuro. 107. [Anche il diritto di guerra e la fede nel
giuramento debbono spesso essere osservati nei confronti dei nemico.] Tutto ciò
che, difatti, è stato giurato con la piena consapevolezza della sua opportunità,
deve esser mantenuto; quello che è stato giurato in maniera diversa, se non
viene mantenuto non costituisce spergiuro. Per esempio, se non portassi ai
predoni il prezzo pattuito per la tua vita, non c'è frode, neppure se non lo
facessi dopo averlo giurato; il predone, difatti, non è compreso nel numero dei
nemici di guerra, ma è nemico comune di tutti; con lui non deve esserci in
comune alcuna fede né alcun giuramento. 108. Spergiurare, difatti, non significa
giurare il falso, ma costituisce spergiuro il non mantenere quello che hai
giu-rato 'secondo la tua coscienza', come dice un'espressione in uso presso di
noi. Dice bene Euripide: 'Ho giurato con la lingua, ma la mia mente è libera da
giuramenti.' Regolo, invero, non doveva sconvolgere con un falso giuramento le
condizioni e i patti di guerra stipulati col nemico; si aveva a che fare,
difatti, con un nemico giusto e legittimo, nei confronti del quale sono in
vigore il diritto feziale e molte altre norme comuni. Se non fosse cosi, il
senato non avrebbe mai consegnato in catene al nemico illustri cittadini.
XXX. L A GLORIA PIU' BELLA 109. Ma Tito Veturio e Spurio
Postumio, dopo l'infelice battaglia di Caudio e dopo che le nostre legioni
furono man-date sotto il giogo, avevano stipulato la pace con i Sanniti senza
l'approvazione del popolo e del senato e per que-sto furono consegnati ad essi.
Anche Tiberio Numicio e Quinto Melio, allora tribuni della plebe, siccome la
pace era stata stipulata con la loro auto-rizzazione, furono consegnati affinché
fosse annullata la pace coi Sanniti; lo stesso Postumio, che doveva venir
consegnato, fu sostenitore e promotore di questa procedura. Lo stesso fece,
molti anni dopo, Gaio Mancino, che, avendo stipulato un trattato coi Numantini
senza l'autorizzazio-ne del senato, sostenne la proposta presentata, per decreto
del senato, da Lucio Furio e Sesto Attilio; approvata la proposta, egli fu
consegnato ai nemici. Si comportò più onorevolmente lui di Quinto Pompeo che,
trovandosi nella medesima situazione, supplicò in modo tale che la legge non fu
accettata. In questo caso quella che sembrava utilità valse più dell'onestà, in
quelli precedenti una falsa apparenza d'utilità fu superata dall'autorevolezza
dell'onestà. 110. Ma non si doveva mantenere ciò che era stato estorto con la
forza. Perché, dunque Attilio Regolo, partiva per il senato, tenuto conto,
soprattutto, del fatto che aveva intenzione di sconsigliare la restituzione dei
prigionieri? Voi biasimate proprio il suo merito maggiore: egli non si
accontentò del suo giudizio, ma accettò l'incarico perché fosse il senato a
decidere, e se non fosse stato lui a consigliare, certamente i prigionieri
sarebbero stati restituiti ai Cartaginesi. In tal caso Regolo, restato incolume
in patria, giudicò onesto per sé esprimere il proprio parere e patirne le
conse-guenze tornando dai cartaginesi, ritenendolo utile per la patria.
XXXI. IL GIURAMENTO E' SACRO 111. Ma in tutto questo glorioso
comportamento di Regolo un atto è specialmente degno di ammirazione, il fatto
che egli propose di trattenere i prigionieri. L'esser tornato, difatti, sembra a
noi straordinario adesso, ma in quei tempi non avrebbe potuto comportarsi
diver-samente; di conseguenza questa è una lode che va rivolta non all'uomo, ma
ai tempi: i nostri antenati vollero che nessun vincolo fosse più saldo del
giuramento per impegnare a rispettare la parola data. Lo indicano le leggi delle
dodici tavole, le leggi esecratoríe, lo indicano i trattati, con i quali
s'impegna la parola an-che con i nemici, lo indicano le ammonizioni e i
rimproveri dei censori, che non giudicavano con maggiore scrupolo alcuna colpa
come quelle riguardanti il giuramento. 112. Il tribuno della plebe Marco
Pomponio citò in giudizio Lucio Manlio che era dittatore, perché aveva
prolungato di pochi giorni il periodo della sua dittatura; lo si accusava anche
di aver allontanato dal consorzio umano ed aver costretto a vivere in campagna
il figlio Tito, quello che in seguito fu soprannominato Torquato. Quando il
giovane figlio apprese che il padre aveva delle noie, si dice che accorresse a
Roma e sul far del giorno si recasse in casa di Pomponio. Essendogli stata
annunziata la sua visita, Pomponio, pensando che Tito adirato venisse a
riferirgli qualche cosa contro il padre, si alzò dal letto e, allontanati i
testimoni. ordinò che venisse fatto entrare il giovane. Ma questi, appena
entrato, sguainò la spada e giurò che lo avrebbe ucciso immediatamente se non
gli avesse giu-rato di liberare da ogni accusa il padre. Pomponio giurò,
costretto dal terrore; portò la questione dinanzi al popolo, lo informò del
motivo che lo costringeva a desistere dall'accusa e lasciò libero Manlio. Tanto
grande era il valore del giuramento in quei tempi.
XXXII. LA FRODE E LO SPERGIURO 113. Ma, come è degno di lode
Regolo per aver rispettato il giuramento, così sono degni di biasimo, quei dieci
ro-mani che, dopo la battaglia di Canne, Annibale inviò al senato, dietro
giuramento che sarebbero tornati nell'accampamento, di cui s'era impadronito, se
non avessero ottenuto il riscatto dei prigionieri cartaginesi. Sul loro
comportamento non tutti sono d'accordo. Difatti Polibio, storico tra i più
autorevoli, dice che dei dieci più nobili allora inviati, ne ritornarono nove
per non avere ottenuto il consenso del senato; uno dei dieci, che aveva fatto
ritorno negli accampamenti poco dopo esserne uscito, quasi avesse dimenticato
qualche cosa, rimase a Roma, perché giudicava, e a torto, d'essersi liberato dal
giuramento con quel suo ritorno nell'accampamento. La frode, difatti, aggrava e
non elimina lo spergiuro. Si trattò, dunque, d'una sciocca astuzia, che imitò
malamente la prudenza. Il senato decise, quindi, che quel furbo imbroglione
fosse ricondotto in catene ad Annibale. 114. Ma questo è il lato più importante.
Annibale teneva prigionieri ottomila uomini, che non erano stati catturati in
battaglia né erano fuggiti di fronte al pericolo di morte, ma erano stati
lasciati nell'accampamento dai consoli Paolo e Varrone. Il senato stabilì che
non si doveva pagare il riscatto, benché lo si potesse fare con un'esigua somma
di denaro, per-ché fosse ben radicato nell'animo dei nostri soldati il concetto
che bisognava vincere o morire. Lo stesso storico scrive che, udito il fatto,
l'animo di Annibale ne restò molto turbato, perché il senato e il popolo romano
avevano dimostrato una tale grandezza d'animo nelle avversità. Così, al paragone
con l'onestà, le azioni che sembrano utili finiscono con l'essere superate. 115.
E' chiaro, che tutto ciò che viene fatto con animo pavido, umile, depresso ed
avvilito (come sarebbe stata l'a-zione di Regolo, se avesse proposto, riguardo
ai prigionieri, quello che gli sembrava opportuno per sé, non per lo Stato, o
avesse voluto restare in patria) non è utile, perché è dannoso, disonorevole,
ripugnante.
XXXIII. CONFLITTO TRA UTILITA' E TEMPERANZA 116. Resta la
quarta parte, che consiste nella convenienza, nella moderazione, nella modestia,
nella continenza, nella temperanza. Può, dunque, qualche cosa essere utile, che
sia contraria a questo coro di virtù? Eppure i Cirenaici, seguaci di Aristippo,
e quelli che sono chiamati Annicerii, hanno posto ogni bene nel piacere ed hanno
ritenuto che la virtù sia degna di lode perché produttrice di piacere; passati
di moda questi fiorisce Epicuro, sostenitore e fautore quasi della stessa
dottrina. Con questi filosofi bisogna combattere con guerrieri e cavalli, come
si dice, se si vuole mantenere e salvaguardare l'onestà. 117. Se, difatti, non
solo l'utilità, ma l'intera felicità della vita consiste, come ha scritto
Metrodoro, nella salda costi-tuzione fisica e nella certa speranza della sua
durata, certamente questa utilità, che è pure la più grande, sarà in conflitto
con l'onestà. Infatti, in primo luogo, quale ruolo si assegnerà alla prudenza?
Quello, forse, di cercare piaceri in ogni dove? Quale infelice schiavitù, quella
della virtù assoggettata al piacere! E quale sarebbe il compito della prudenza?
Forse lo scegliere con intelligenza i piaceri? Ammetti pure che non esista
niente di più piacevole, ma che cosa si può immaginare di più turpe? Inoltre,
presso chi dice che il dolore è il sommo male, quale posto può tenere la
fortezza d'animo, che è spregio dei dolori e delle fatiche? 119. Riassumiamo,
dunque, in breve. Come abbiamo provato che non esiste utilità contraria
all'onestà, cosi dicia-mo che ogni piacere dei sensi è contrario all'onestà.
Tanto più ritengo che debbano essere biasimati Callifonte e Dinomaco, che
credettero di eliminare la controversia, unendo il piacere con l'onestà, il che
significa, all'incirca, accoppiare gli animali con l'uomo; l'onestà non ammette
questo connubio, lo spregia e lo respinge. Né, in verità, il fine del bene e del
male, che deve essere semplice, può essere costituito dalla mescolanza e dal
contemperamento di cose molto dissimili. |