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Alle ore19,30 del giorno
5 del mese di luglio dell'anno 1991, Angelo Mazza, Claudio Ferrari,
Gabriella Artioli e Mirella Gardosi presso lo studio del dr. Spinelli,
fondano la
ResidenT® s.r.l.
in Modena per fornire servizi di amministrazione condominiale ed
all'abitare di qualità.
L'attività inizia in
via Emilia Est 796 per trasferirsi nel 2000 in via Pietro Giardini
378 scala "C" e nel marzo 2007 in via Mario Vellani Marchi 20
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| tra Pamela e
Daewoo |
la bacheca |
4 in un
interno |
caffè |
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| con Andreas |
caffè |
con Trudy |
5 in un
interno |
da
http://www.storiaspqr.it/cronofile/cesare_lepido.htm
Quinto Lutazio Catulo e
Marco Emilio Lepido
Già nel 78 a.C., a pochi mesi dall'abdicazione di
Silla, i due consoli nominati per quell'anno, Quinto Lutazio Catulo e Marco
Emilio Lepido, dimostrarono già in occasione del loro insediamento, la
difficoltà a condividere il potere che gli era stato assegnato
Marco Emilio Lepido, aveva una storia caratterizzata
da continui salti di schieramento: Lepido aveva cambiato con frequenza le sue
posizioni e sempre in base alla convenienza.
Lepido era stato un mariano, quando Mario era al
culmine del potere; aveva sostenuto le idee più radicali di Lucio Apuleio
Saturnino, del quale aveva anche sposato la figlia Apuleia.
Ma quando il Senato aveva dichiarato lo stato di
emergenza e aveva incaricato proprio Mario di reprimere il tentativo
insurrezionale dello stesso Saturnino, Lepido si era distinto nelle operazioni
che avevano portato alla cattura e quindi all'uccisione di suo suocero.
Quando Silla, aveva conquistato Roma con la forza e
aveva imposto la sua dittatura, Lepido era diventato sillano e aveva anche
approfittato economicamente delle proscrizioni.
Il 1° gennaio del 78 a.C. i due consoli entrarono in
carica e nello stesso giorno, durante la cerimonia di investitura, i due consoli
furono in grado di compromettere le loro relazioni future, entrando in conflitto
già sulle prime decisioni da prendere.
Da quel momento il comportamento di Lepido fu più
vicino a quello di un capo-popolo piuttosto che a quello di un console.
Fece approvare leggi che neanche i Gracchi oppure
suo suocero Saturnino si erano sognati di far approvare, come la concessione
gratuita di 45 litri di grano al mese a chiunque ne facese richiesta.
Questa legge, chiamata Aemilia, fu approvata senza
che nessuno osò opporsi, probabilmente per la paura di mettersi contro un uomo
che era riuscito ad entrare nelle grazie del popolo grazie al suo programma
demagogico.
Lepido oltre tutto si rivolgeva al popolo in modo
diretto, senza l'intermediazione dei tribuni che, dopo i provvedimenti di Silla,
non avevano più alcun potere.
La rivolta in Etruria
Lepido continuò nella sua politica radicale,
dedicandosi alla demolizione sistematica di tutti i provvedimenti presi da
Silla.
Propose la restituzione dei poteri ai tribuni della
plebe e chiese che tutti coloro che si erano arricchiti con le proscrizioni e
con la confisca dei beni dei proscritti, restituissero il maltolto.
Le sue idee scatenarono una rivolta in Etruria,
nella zona di Fiesole (Faesulae), dove si erano insediati i veterani di Silla, i
quali venivano visti quasi alla stregua di truppe di occupazione.
Il Senato dichiarò allora lo stato d'emergenza e
inviò entrambi i consoli a domare la rivolta.
Gli stessi furono costretti a prestare un curioso
giuramento e cioè quello di andare d'accordo fino alla fine del mandato
consolare. Lepido, si trovava in una situazione imbarazzante: chiamato a
reprimere una rivolta che in qualche modo aveva lui stesso provocato.
Eppure, come aveva già fatto nella situazione in cui
il "cattivo" era suo suocero Saturnino, Lepido accettò l'incarico del Senato e
si recò in Etruria insieme con il collega Catulo.
La loro assenza da Roma impedì la nomina dei nuovi
consoli e costrinse il Senato a nominare Appio Claudio alla carica d'interré.
L'interré era chiamato a gestire il potere in attesa
che i nuovi consoli venissero eletti.
La ribellione di Lepido
Catulo decise di rientrare a Roma, mentre Lepido in
disaccordo, il mandato era scaduto e così il giuramento che imponeva la
concordai tra i due, rimase a presiedere le operazioni in Etruria.
Il Senato lo richiamò in modo perentorio, ma Marco
Emilio Lepido si rifiutò di obbedire cambiando ancora una volta la sua posizione
e tornando ad essere un ribelle.
Era l'inizio dell'anno 77 a.C. quando Lepido sposò
le motivazioni dei ribelli e rifacendosi agli ideali mariani diventò il capo
indiscusso della loro guerra contro Roma. A dare forza alla sua posizione,
l'alleanza con Marco Peperna, il figlio di Cinna, uno che in vita era stato un
irriducibile nemico di Silla.
Lepido presentò un ultimatum ai senatori con il
quale pretendeva: la concessione del diritto di cittadinanza agli abitanti della
Gallia Cisalpina, la restituzione dell'autorità ai Tribuni della Plebe, la
riabilitazione dei proscritti e la sua rielezione al consolato.
Il Senato tentennava, ma uno dei senatori, Lucio
Marcio Filippo li convinse a rifiutare la proposta e ad assegnare all'interré
Appio Claudio, al proconsole Quinto Lutazio Catulo e a Pompeo Magno, l'incarico
di reprimere con la forza il tentativo insurrezionale.
La scontro e l'epilogo
Fu proprio Pompeo Magno a mettere maggiormente sotto
pressione i ribelli, che si richiamavano all'ideale mariano, incalzandoli nella
Gallia Cisalpina. Fu lui a riconquistare le città che erano passate sotto il
controllo dei mariani, come Modena (Mutina) e Reggio Emilia (Rhegium Lepidum).
In queste battaglie persero la vita molti dei
luogotenenti di Lepido, come uno dei suoi figli e come Giuno Bruto.
Lepido, sentendosi ormai in pericolo, decise di
tentare la carta decisiva e cioè l'attacco diretto a Roma, al centro cioè di
quel potere che lui voleva conquistare.
Ma Roma era ben difesa, con le truppe di Catulo
schierate a difesa delle sue mura. Dopo un primo scontro avvenuto presso il
Campo Marzio, Lepido capì che l'impresa era disperata e tentò di tornare
indietro. Nel suo percorso verso nord si trovò di fronte alle truppe di Pompeo.
La battaglia si svolse in Maremma, presso Cosa, dove Lepido provò a sue spese
l'abilità militare di Pompeo.
Fu un'autentica disfatta e, al capo dei ribelli, non
restò altra scelta che scappare in Sardegna insieme ai suoi fedelissimi. Ma una
volta arrivato nell'isola trovò solo porte chiuse: le città della Sardegna gli
rifiutavano l'ingresso.
Deluso da questo atteggiamento e dalla fine dei suoi
sogni, Lepido, si ammalò per poi morire dopo pochi giorni.
I suoi fedelissimi, guidati da Marco Peperna, si
imbarcarono per la Spagna, dove si sarebbero aggregati ad un altro ribelle, quel
Quinto Sertorio che avrebbe rappresentato un nuovo incubo per il Senato di Roma.
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