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Nei
primi anni del ‘500 si consumarono, tra i boschi dell’Appennino reggiano e
modenese, scontri e battaglie e nel corso di
una
di queste trovò la morte, sotto una grande quercia, il bandito
Amorotto.Domenico Amorotto dè Bretti, “uomo di indomito coraggio”, protetto
anche dalla Curia romana, capo di una numerosa banda di montanari è considerato
uno dei più famosi “banditi” che sparse il terrore nelle nostre
terre.
Diventato
padrone di tutta la montagna, di rocche e castelli
arrivò a comandare un esercito di uomini e cavalli dotato perfino di
cannoni. A distruggerne la potenza provò Francesco Guicciardini, Governatore di
Reggio suo irriducibile avversario, che lo considerò “ribelle alla Chiesa”,
lo mise al bando e lo sfrattò dalla Rocca di Carpineti dove si era
insediato.
Era
stato il Governatore precedente, Giovanni Gozzadini, a conferirgli il titolo di
Signore di Carpineti, per conto del Papa Giulio II, per i suoi meriti nelle
guerre della Chiesa contro gli Estensi. Guicciardini, stanco delle scorrerie dei
morottiani in montagna, avendo scoperto una congiura contro la sua vita in cui
era implicato anche l’Amorotto, fece spianare tutte le case del bandito e dei
suoi seguaci e pose anche una taglia sulla sua persona.
I
guai del nostro Domenico Amorotto, che comunque si dichiarava devoto alla causa
della Santa Sede, aumentarono quando decise di combattere contro un altro
bandito che imperversava nel modenese: Cato da Castagneto, partigiano del Duca
Alfonso d’Este. Con 300 seguaci l’Amorotto attaccò il suo nemico a Fanano e
lo uccise; il fratello di Cato, Virginio lo volle vendicare
e tese ai morottiani, che si consideravano ormai i padroni della
montagna, un agguato ben nascosto tra le selve. “in località Sabbioni-
racconta Siligardi nella sua Storia di Reggio- grandinarono le archibugiate
sui seguaci di Amorotto che sfilavano sul sentiero; la confusione fra le loro
schiere fu grande, il combattimento breve. I morti molti, si disse 300. Amorotto
abbandonato dai suoi, ferito alla gola fu fatto prigioniero. Lo condussero in
uno spiazzo dove c’era una grande quercia e lo finirono a pugnalate”. Lo
spiazzo c’è ancora: lo chiamano “al pianel ed Morot”.
Francesco
Guicciardini scriverà al fratello che la morte dell’Amorotto è stata
utilissima per portare un po’ di tranquillità nella montagna reggiana. Nei
pressi di Civago, anche se pesantemente danneggiata dal terremoto del 1920,
esiste la torre dell’Amorotto, una parte dell’antica rocca delle Scalelle,
occupata all’inizio del ‘500 dal nostro bandito. |