|
Capitoli 1-52
[Nota: il simbolo † indica lacune nel
manoscritto originario]
1 Signori imperadori, re e duci e tutte altre
genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle
regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime
maraviglie e gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Persia e di Tarteria,
d'India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente
siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia, le conta in
questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v'à di quelle cose le quali
elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà
di veduta e l'altre per udita, acciò che 'l nostro libro sia veritieri e sanza
niuna menzogna. Ma io voglio che voi sappiate che poi che Iddio fece Adam nostro
primo padre insino al dí d'oggi, né cristiano né pagano, saracino o tartero,
né niuno uomo di niuna generazione non vide né cercò tante maravigliose cose
del mondo come fece messer Marco Polo. E però disse infra se medesimo che
troppo sarebbe grande male s'egli non mettesse in iscritto tutte le maraviglie
ch'egli à vedute, perché chi non le sa l'appari per questo libro. E sí vi
dico ched egli dimorò in que' paesi bene trentasei anni; lo quale poi, stando
nella prigione di Genova, fece mettere in iscritto tutte queste cose a messere
Rustico da Pisa, lo quale era preso in quelle medesime carcere ne gli anni di
Cristo 1289.
2 Lor partita di Gostantinopoli. Egli è vero che al tempo che
Baldovino era imperadore di Gostantinopoli - ciò fu ne gli anni di Cristo 1250
-, messere Niccolaio Polo, lo quale fu padre di messere Marco, e messere Matteo
Polo suo fratello, questi due fratelli erano nella città di Gostantinopoli
venuti da Vinegia con mercatantia, li quali erano nobili e savi sanza fallo.
Dissono fra loro e ordinorono di volere passare lo Gran Mare per guadagnare, e
andarono comperando molte gioie per portare, e partironsi in su una nave di
Gostantinopoli e andarono in Soldania. Quand'e' furono dimorati in Soldania
alquanti dí, pensarono d'andare piú oltre. E missonsi in camino e tanto
cavalcarono che venne loro una ventura che pervennero a Barca, re e signore
d'una parte de' Tarteri, lo quale era a quel punto a Bolgara. E lo re fece
grande onore a messere Niccolaio e a messere Matteo ed ebbe grande allegrezza
della loro venuta. Li due fratelli li donarono delle gioe ch'egli avevano in
gran quantità, e Barca re le prese volentieri e pregiogli molto; e donò loro
due cotanti che le gioie non valevano.
3 Quando furono stati un anno in questa
città, si levò una guerra tra lo re Barca e Alau, re de' Tarteri del Levante.
E l'uno venne contro all'altro, e qui ebbe gran battaglia e morí una
moltitudine di gente, ma nella fine Alau vinse; sicché per le guerre niuno
potea andare per camino che non fosse preso. E questo Alau era da quella parte
donde i dui frategli erano venuti; ma innanzi potevano eglino bene andare, e
misorsi con loro mercatantia a andare verso levante per ritornare da una parte.
E partiti da Bolgara, andarono a un'altra città la quale à nome Ontaca, ch'era
alla fine delle signorie del Ponente. E da quella si partirono e passarono il
fiume del Tigri e andarono per uno diserto lungo diciotto giornate; e non
trovarono n(i)una abitazione, ma Tarteri che stavano sotto loro tende e viveano
di loro bestiame.
4 Come si partiro dal re Barca. Quando ebbono passato in
ponente overo il diserto, vennero a una città ch'à nome Baccara, la piú
grande e la piú nobile del paese; e eravi per signore uno ch'avea nome Barac.
Quando i due fratelli vennero a questa città, non poterono passare piú oltre e
dimoró[n]vi tre anni. Adivenne in que' tempi che 'l signore del Levante mandò
imbasciadori al Gran Cane, e quando vidono in questa città i due frategli,
fecionsi grande maraviglia perché mai none aveano veduto niuno latino; e
fecionne gran festa e dissono loro, s'eglino voleano venire con loro al Grande
Signore e Gran Cane, e egli gli porrebbe in grande istato, perché il Gran Kane
none avea mai veduto nessuno latino. Li dui fratelli risposono:
"Volentieri".
5 Or si misero li due fratelli (a) la via con questi ambasciadori, e andarono uno anno per tramontana e per uno vento ch'à nome
greco. E prima che là giugnessero, (trovarono) grande maraviglia, le quali si
conteranno poscia.
6 Come giunsono al Gran Cane. Quando li due frategli vennero
al Grande Kane, egli ne fece grande festa e grande gioia, siccome persona che
mai non avea veduto latino niuno. E dimandògli dello imperadore, che signore
era, e di sua vita e di sua iustizia e di molte altre cose di qua; e dimandògli
del papa e de la chiesa di Roma e di tutti i fatti (e stati) de' cristiani. Li
due frategli rispuosero bene (e saviamente), siccome savi uomini ch'egli erano;
e bene sapéno parlare tartaresco.
7 Come il Grande [Kane] mandò gli due
[fratelli] al papa per amb[asciadori]. Quando lo Grande Signore, che Cablai avea
nome, ch'era signore di tutti li Tartari del mondo e di tutte le province e
regni di quelle grandissime parti, ebbe udito de' fatti de' latini dagli due
frategli, molto gli piacque, e disse fra se stesso di volere mandare mesaggi a
messer lo papa. E chiamò gli due frategli, pregandoli che dovessero fornire
questa ambasciata a messer lo papa. Gli due frategli rispuosero: "Volontieri".
Alotta lo Signore fece chiamare uno suo barone ch'avea nome Cogotal, e disseli
che volea ch'andasse co li due frategli al papa. Quegli rispuose:
"Volentieri", siccome per signore. Alotta lo Signore fece fare carte
bollate come li due frategli e 'l suo barone potessero venire per questo
viaggio, e impuosegli l'ambasciata che volea che dicessero, tra le quali mandava
dicendo al papa che gli mandasse 100 uomini savi e che sapessero tutte le 7
arti, e che sapessero bene mostrare a l'idoli e a tutte altre generazione di là
che la loro legge era tutta altramenti e come ella era tutta opera di diavolo, e
che sapessero mostrare per ragione come la cristia[n]a legge era migliore.
Ancora pregò li due frategli che gli dovessero recare de l'olio de la làmpana
ch'arde al sepolcro (di Cristo) in Gerusalem.
8 Come 'l Grande Kane donò a li
due fratell[i] la tavola de l'oro. Quando lo Grande Kane ebbe imposta
l'ambasciata a li due frategli e al barone suo, sí li diede una tavola d'oro
ove si contenea che gli mesaggi, in tutte parti ove andassero, li fosse fatto
ciò che loro bisognasse. E quando li mesaggi furo aparecchiati di ciò che
bisognava, presero comiato e misersi in via. Quando furo cavalcati alquanti die,
lo barone ch'era cogli (due) fratelli non potte piú cavalcare, ch'era malato, e
rimase in una città ch'à nome Alau. Li due frategli lo lasciaro e misersi in
via; e in tutte le parti ov'egli giugneano gli era fatto lo magiore onore del
mondo per amore de la tavola, sicché gli due frategli giunsero a Laias. E sí
vi dico ch'egli penaro a cavalcare tre anni; e questo venne ché non poteano
cavalcare per lo male tempo e per li fiumi ch'eran grandi.
9 Come li due
fratelli vennero a la città d' A [cri]. Or si partiro da Laias e vennero ad
Acri del mese d'aprile ne l'anno 1272; e quivi seppero che 'l papa era morto, lo
quale avea nome papa Clement. Li due frategli andaro a uno savio legato, ch'era
legato per la chiesa di Roma ne le terre d'Egitto, e era uomo di grande
ottulitade, e avea nome messer Tedaldo da Piagenza. E quando li due frategli gli
dissero la cagione perché andavano al papa, lo legato se ne diede grande
meraviglia; e pensando che questo era grande bene e grande onore de la
cristianitad[e], sí disse che 'l papa era morto e che elli si soferissoro tanto
che papa fosse chiamato, che sarebbe tosto; poscia potrebbero fornire loro
ambasciata. Li due frategli, udendo ciòe, pensaro d'andare in questo mezzo a
Vinegia per vedere loro famiglie; alora si partiro d'Acri e vennero a Negroponte
e poscia a Vinegia. E qui vi trovò messer Niccolao che la sua moglie era morta,
e erane rimaso uno figliulo di 15 anni, ch'avea nome Marco; e questi è quello
messer Marco di cui questo libro parla. Li due frategli istettero a Vinegia 2
anni aspettando che papa si chiamasse.
10 Come li due fra[telli] si partiro da Vine[gia]
per tornare al Grande [Kane]. Quando li due frategli videro che papa non si
facea, mossersi per andarne al Grande Cane, e menarne co loro questo Marco,
figliuolo di messer Niccolao. Partirsi da Vinegia tutti e tre, e vennero ad Acri
al savio legato che v'aveano lasciato, e disserli, poscia che papa non si facea,
voleano ritornare al Grande Cane, ché troppo erano istati; ma prima voleano la
sua parola d'andare in Gerusale(m) per portare al Grande Kane de l'olio de la
làmpana del Sepolcro: e 'l legato gliele diede loro. Andaro al Sepolcro e
ebbero di quello olio; e ritornaro a lo legato. Vede(n)do 'l legato che pure
voleano andare, fece loro grande lettere al Grande Cane, come gli due frategli
erano istati cotanto per aspettare che papa si facesse, per loro testimonianza.
11 Come li due fratelli si partiro d'Acri. Or si partiro gli due frategli da
Acri colle lettere del legato, e giunsero a Laias. E stando a Laias, udirono la
novella come questo legato ch'aveano lasciato in Acri, era chiamato papa: e ebbe
nome papa Gregorio di Piagenzia. In questo istando, questo legato mandò un
messo a Laias dietro a questi due frategli, ché tornassero adrieto. Quelli con
grande alegrezza tornaro adrieto in su una galea armata che li fece aparechiare
lo re d'Erminia. Or se tornan li due frategli al legato.
12 Come li due fratelli
vanno al papa. Quando li due frategli vennero ad Acri, lo papa chiamato fece
loro grande onore e ricevetteli graziosamente, e diedegli due frati ch'andassero
co loro al Grande Kane, li piú savi uomini di quelle parti: e l'uno avea nome
frate Niccolao da Vinegia e l'altro frate Guiglie(l)mo da Tripoli. E donògli
carte e brivilegi, e impuosegli l'ambasciata che volea che facessero al Grande
Kane. Data la sua benedizione a tutti questi 5 - cioè li due frati e li due
fratelli e Marco, figliuolo di messer Niccolao -, partirsi d'Acri e vennero a
Laias. Come quivi furono giunti, uno ch'avea nome Bondocdaire, soldano di
Babilonia, venne con grande oste sopra quella contrada, faccendo grande guerra.
E li due frati ebbero paura d'andare piú inanzi, e diedero le carte e li
brivilegi a li due frategli, e no andaro piú oltra; e andaronsine a(l) signore
del Tempio quelli due frati.
13 Come li due frate[lli] vegnono a la città di
Chemeinfu, ov 'è lo [ Gran ] de Kane. Messer Nicc[o]lao e messer Matteo e
Marco, figliulo di messer Niccolao, si misero ad andare tanto che egli si erano
giunti ove era lo Grande Cane, ch'era a una città ch'à nome Chemeinfu, cittade
molto ricca e grande. Quello che trovaro nella via no si conta (ora), perciò
che si conterà inanzi. E penaro ad andare tre anni per lo male tempo e per li
fiumi, ch'erano grandi e di verno e di state, sicché non poteano cavalcare. E
quando il Grande Cane seppe che gli due frategli veniano, egli ne menò grande
gioia e ma(n)dògli i messi incontro bene 40 giornate; e molto furo serviti e 'norati.
14 Come i due fratelli vennero al Grande Cane. Quando li due frategli e Marco
giugnéro a la grande città, andaro al mastro palagio, ov'era il Grande Cane e
co molti baroni, e 'nginocchiarsi dinanzi al Grande Cane e molto s'umiliaro a
lui. Egli gli fece levare e molto mostrò grande alegrezza, e dimandò chi era
quello giovane ch'era con loro. Disse messer Niccolò: "Egli è vostro uomo
e mio figliuolo". Disse il Grande Cane: "Egli sia il benvenuto, e
molto mi piace". Date ch'ebbero le carte e' privilegi che recavano dal
papa, lo Grande Cane ne fece grande alegrezza, e dimandò com'erano istati.
"Messer, bene, dacché v'abiàno trovato sano ed allegro". Quivi fu
grande alegrezza della ro venuta; e de quanto istettero ne la corte ebbero onore
piú di niuno altro barone.
15 Come lo Grande Kane mandò Marco, figliuolo di
messer Nicolao, per suo messaggio. Or avenne che questo Marco, figliuolo di
messer Nicolao, poco istando nella corte, aparò li costumi de' Tartari e loro
lingue e loro lettere, e diventò uomo savio e di grande valore oltra misura. E
quando lo Grande Cane vide in questo giovane tanta bontà, mandòllo per suo
mesaggio a una terra, ove penò ad andare 6 mesi. Lo giovane ritornò: bene e
saviamente ridisse l'ambasciata ed altre novelle di ciò ch'elli lo domandò,
perché 'l giovane avea veduto altri ambasciadori tornare d'altre terre, e non
sappiendo dire altre novelle de le contrade fuori che l'ambasciata, egli gli
avea per folli, e dicea che piú amava li diversi costumi de le terre sapere che
sapere quello perch'egli avea mandato. E Marco, sappiendo questo, aparò bene
ogni cosa per ridire al Grande Cane.
16 Come messer Marco tornò al Grande Kane.
Or torna messer Marco al Grande Kane co la sua ambasciata, e bene seppe ridire
quello perch'elli era ito, e ancora tutte le meraviglie e le nuove cose ch'egli
avea trovate, sicché piacque al Grande Cane e tutti suoi baroni, e tutt[i] lo
comendaron di grande senno e di grande bontà; e dissero, se vivesse,
diventerebbe uomo di grandissimo valore. Venuto di questa ambasciata, sí 'l
chiamò il Grande Cane sopra tutte le sue ambasciate. E sappiate che stette col
Grande Kane bene 27 anni, e in tutto questo tempo non finò d'andare in
ambasciate per lo Grande Kane, poiché recò cosí bene la prima ambasciata; e
faceali (il Gran Cane) tanto d'onore che gli altri baroni n'aveano grande
invidia. E questo è la ragione perché messer Marco seppe piú di quelle cose
che niuno uomo che nascesse anche.
17 Come messer Niccolao e messer Mafeo e
messer Marco dimandaro comiato dal Grande Kane. Quando messer Niccolao e messer
Mafeo e messer Marco furono tanto istato col Grande Kane, volloro lo suo comiato
per tornare a le loro fameglie; tanto piacea lo loro fatto al Grande Kane che
per nulla maniera glile volle dare. Or avenne che la reina Bolgara, ch'era
moglie d'Argon, si morío, e la reina lasciò che Argon non potesse tòrre
moglie se non di suo legnaggio. E ' mandò tre ambasciadori al Grande Kane - uno
de li quali avea nome Oularai, l'altro Pusciai, l'atro Coia - con grande
compagnia, ché gli dovesse mandare moglie del legnaggio della raina Bolgara,
imperciò che la reina era morta e lasciò che non potesse prendere altra
moglie. E ('l) Grande Cane gli mandò una giovane di quello legnaggio e forní
l'ambasciata di coloro con grande festa e alegrezza. In quella messer Marco
tornò d'un'ambasciaria d'India, dicendo l'ambasciata e le novitade ch'avea
trovate. Questi tre ambasci[a]dori ch'erano venuti per la raina, dimandaro
grazia al Grande Cane che questi 3 latini dolvessero acompagnare loro in quella
andata co la donna che menavano. Lo Grande Cane gli fece la grazia a pena e
malevolentieri, tanto gli amava, e dée parola a li tre latini ch'acompagnassoro
li tre baroni e la donna.
18 Qui divisa come messer Marco e messer Niccolao e
messer Mafeo si partiro dal Grande Cane. Quando lo Grande Cane vide che messer
Niccolao e messer Mafeo e messer Marco si doveano partire, egli li fece chiamare
a sé, e sí li fece dare due tavole d'oro, e comandò che fossero franchi per
tutte sue terre e fosseli fatte tutte le spese a loro e a tutta loro famiglia in
tutte parti. E fece aparecchiare 14 nave, de le quali ciascuna avea quattro
alberi e molto andavano a 12 vele. Quando le navi furo aparechiate, li baroni e
la donna e questi tre latini ebbero preso commiato dal Grande Kane, si misero
nelle navi co molta gente; e 'l Grande Kane diede loro le spese per due anni. E
vennero navicando bene tre mesi, tanto che giunsero a l'isola Iava, nella quale
à molte cose meravigliose che noi conteremo in questo libro. E quando elli
furono venuti, que' trovaro che Argon era morto (colui a cui andava questa
donna). E dicovi sanza fallo ch'entrò nel[e n]avi bene 700 persone senza li
marinari; di tutti questi non campò se no 18. E' trovaro che la segnoria
d'Argon tenea Acatu. Quando ebbero raccomandata la donna e fatta l'ambasciata
che gli era imposta dal Grande Kane, presero comiato e misersi a la via. E
sappiate che Acatu donò a li tre latini, mesaggi del Grande Kane, 4 tavole
d'oro [...] e l'altra era piana, ove era iscritto che questi tre latini fossero
serviti e 'norati e dato loro ciò che bisognava per tutta sua terra. E cosíe
fue fatto: ché molte volte erano acompagnati da 400 cavalieri e piú e men[o],
quando bisognava. Ancora vi dico per riverenza di questi tre mesaggi, che 'l
Grande Cane sí fidava di loro che egli gli afidò la reina Cacesi e la
figliuola del re de' Mangi, che le dorvesser menare ad Argon, al signore di
tuttutto il Levante; e cosí fu fatto. E queste reine li tenevano per loro
padri, e cosí gli ubidiano; e quando questi si partiro per tornare in loro
paese, queste reine pia(n)sero di grande dolore. Sapiate che, poscia che due sí
grandi reine furono fidate a costoro di menare a loro segnori sÍ a lunga parte,
ch'egli erano bene amati e tenuti in grande capitale. Partiti li tre mesaggi d'Acatu,
sí se ne vennero a Trapisonde, e poscia a Costantinopoli, e poscia a Negropont
'e poscia a Vinegia; e questo fue de l'anni 1295. Or v'ò conta[to] lo prolago
del libro di messer Marco Polo, che comincia qui.
19 Qui divisa de la
[provincia] d'Erminia. Egli è vero che sono due Armin(i)e, la Picciola e la
Grande. Nella Picciola è signore uno che mantiene giustizia buona e è sotto lo
Grande Cane. Quine àe molte ville e molte castella, e abondanza d'ogni cosa; e
àvi ucellagioni e cacciagioni assai. Quivi solea già essere di valentri
uomini; or sono tutti cattivi, solo gli è rimasa una bontà, che sono
grandissimi bevitori. Ancora sappiate che sopra il mare è una villa ch'à nome
Laias, la quale è di grande mercatantia; e quivi si sposa tutte le spezierie
che vengono di là entro, e li mercatanti di Vinegia e di Genova e d'ogni parti
quindi le levano, e li drappi di làe e tutte altre care cose. E tutti li
mercatanti che voglio andare infra terra, prende via da questa villa. Or
conteremo di Turcomania.
20 Qui divisa de la provincia di Turcomannia. In
Turcomannia è tre generazione di genti. L'una gente sono turcomanni e adorano
Malcometto; e sono semplice genti e ànno sozzo linguaggio. E' stanno in
montagne e 'n valle e vivono di bestiame; e ànno cavagli e muli grandi e di
grande valore. E gli altri sono armini e greci che dimorano in ville e in
castella, e viveno di mercatantia e d'arti. E quivi si fanno li sovrani tappeti
del mondo ed i piú begli; fannovisi lavori di seta e di tutti colori. Altre
cose v'a che non vi conto. Elli sono al Tartero del Levante. Or ci partiremo di
qui e anderemo a la Grande Arminia.
21 De la Grande Erminia. La Grande Erminia
è una grande provincia; e nel cominciamento è una città ch'à nome Arzinga,
ove si fa lo migliore bucherame del mondo, ov'è la piú bella bambagia del
mondo e la migliore. Quivi à molte cittadi e castella, e la piú nobile è
Arzinga, e àe arcivescovo; l'altr[e] sono Arziron ed Arzici. Ell'è molto
grande provinci[a]: quivi dimorano la state tutto il bestiame de' Tartari del
Levante per lo buono pasco che v'è; di verno non vi stanno per lo grande
freddo, ché non camperebbono le loro bestie. Ancor vi dico che in questa Grande
Erminia è l'arca d[i] Noè in su una grande montagna, ne le confine di mezzodie
in verso il levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani,
che sono iacopini e nestarini, delli quali diremo inanzi. Di verso tramontana
confina con Giorgens, e in queste confine è una fontana, ove surge tanto olio e
in tanta abondanza che 100 navi se ne caricherebboro a la volta. Ma egli non è
buono a mangiare, ma sí da ardere, e buono da rogna e d'altre cose; e vegnoro
gli uomini molto da la lunga per quest'olio; e per tutta quella contrada non
s'arde altr'olio. Or lasciamo de la Grande E(r)minia, e vi conteremo de la
provincia di Giorgens.
22 Del re di Giorgens. In Giorgens à uno re lo quale si
chiama sempre David Melic, ciò è a dire in fra(n)cesco David re; e è soposto
al Tartaro. E anticamente a tutti li re, che nascono in quella provincia, nasce
uno [segno] d'aquila sotto la spalla diritta. Egli sono bella gente, prodi di
battaglie e buoni ar[c]ieri. Egli sono cristiani e tengono legge di greci; li
cavalli ànno piccoli [a] guisa di chereci. E questa è la provincia che
Alessandro non potte passare, perché dall'uno lato è 'l mare e (da)ll'atro le
montagne: † da l'altro lato è la via sí stretta che non si può cavalcare; e
dura questa istretta via piú (di) 4 leghe, sicché pochi uomini terebbero lo
passo a tutto il mondo: perciò non vi passò Alesandro. E quivi fece fare
Alesandro una torre con grande fortezza, perché coloro non potessero pasare per
venire sopra lui; e chiamasi la Porta del Ferro. E questo è lo luogo che dice
lo libro d'Alesandro, che dice che rinchiuse li Tartari dentro da le montagne;
ma egli non furono Tartari, ma furo una gente ch'ànno nome Cuma[n]i e altri
generazioni asai, ché Tartari non erano a quello tempo. Egli ànno cittadi e
castella assai, e ànno seta assai e fanno drappi di seta e d'oro assai, li piú
belli del mondo. Egli ànno astori gli migliori del mondo, e ànno abondanza
d'ogni cosa da vivere. La provincia è tutta piena di grande montagne, sí vi
dico che li Tartari non pòttero avere interamente la segnoria ancora di tutta.
E quivi si è lo monistero di santo Leonardo, ove è tale meraviglia, che d'una
montagna viene uno lago dinanzi a questo munistero e no mena niuno pesce di
niuno tempo, se no di quaresima; e comincia lo primo die di quaresima e dura
infino a sabato santo, e e' viene in grande abondanza. Dal dí inanzi uno no vi
si ne truova, per maraviglia, infino a l'altra quaresima. E sappiate che 'l mare
ch'i' v'ò contato si chiama lo mare di Geluchelan, e gira 700 miglia e è di
lungi da ogni mare bene 12 giornate; e venev'entro molti grandi fiumi. E
nuovamente mercatanti di Genova navica per quello mare. Di là viene la seta
ch'è chiama ghele. Abiàno contado de le confini che sono d'Arminia di verso
[tramontana]; or diremo de li confini che sono di verso mezzodie e levante.
23
Del reame di Mosul. Mosul è uno grande reame, ove è molte generazioni di
genti, le quali vi conterò incontenente. E v'à una gente che si chiamano
arabi, ch'adorano Malcometto; un'altra gente v'à che tengono la legge
cristiana, ma no come comanda la chiesa di Roma, ma fallano in piú cose. Egli
sono chiamati nestorini e iacopi, egli ànno uno patriarca che si chiama Iacolic,
e questo patriarca fa vescovi e arcivescovi e abati; e fagli per tutta India e
per Baudac e per Acata, come fa lo papa di Roma; e tutti questi cristiani sono
nestorini e iacopit. E tutti li panni di seta e d'oro che si chiamano mosolin si
fanno quivi, e li grandi mercatanti che si chiamano mosolin sono di quello reame
di sopra. E ne le montagne di questo regno sono genti che si chiamano † di
cristiani nestorini e iacopit; l'altre parti sono saracini ch'adorano Malcometto,
e sono mala gente, e rubano volontieri li mercatanti. Ora diremo de la grande
città di Baudac.
24 Di Baudac, come fu presa. Baudac è una grande cittade,
ov'è lo califfo di tutti li Saracini del mondo, cosí come a Roma il papa di
tutti li cristiani. Per mezzo la città passa uno fiume molto grande, per lo
quale si puote andare infino nel mare d'India, e quindi vanno e vegnono me(r)catanti
e loro mercatantie. E sappiate che da Baudac al mare giú per lo fiume àe bene
18 giornate. Li mercatanti che vanno in India vanno per quello fiume infino a
una città ch'à nome Chisi, e quivi entrano nel mare d'India. E su per lo fiume
tra Baudac e Chisi (è) una cittade ch'à nome Bascra, e per quella cittade e
per li borghi nasce gli migliori dattari del mondo. In Baudac si lavora diversi
lavorii di seta e d'oro in drappi a bestie e a uccelli. Ell'è la piú nobile
città e la m[a]giore di quella provincia. E sappiate ch'a(l) califfo si trovò
lo maggiore tesoro d'oro e d'ariento e di priete preziose che mai si trovasse
alcuno uomo. Egli è vero che in anni Domini 1255 lo grande Tartero ch'ave' nome
Alau, fratello del signore che oggi regna, ragunò grande oste, e venne sopra
Baudac e la prese per forza. E questo fue grande fatto, imperciò che 'n Baudac
avea piú de 100.000 di cavalieri, senza li pedoni. E quando Alau l'ebbe presa,
trovò al calif piena una torre d'oro e d'ariento e d'altro tesoro, sí che
giamai non si ne trovò tanto insieme. Quando Alau vide tanto tesoro, molto si
ne maravigliò, e mandò per lo califfo ch'era preso, e sí li disse:
"Califfo, perché raunasti tanto tesoro? Che ne volevi tue fare? Quando tu
sapei ch'io venía sopra te, ché none soldavi tu cavalieri e genti per
difendere te e la terra tua e (la tua) gente?". Lo calif non li seppe
rispondere. Alotta disse Alau: "Calif, da che tue ami tanto l'avere, io te
ne voglio dare a mangiare". E fecel mettere in questa torre, e comandò che
no li fosse dato né mangiare né bere; e disse: "Ora ti satolla del tuo
tesoro". Quattro die vivette e poscia si trovò morto. E perciò me' fosse
che l'avesse donato a gente per difendere sua terra; né mai poscia in quella
città no ebbe califo alcuno. Non diremo piú di Baudaca, però che sarebbe
lunga matera; e diremo della nobile città di Toris.
25 Della nobile città di Toris. Toris è una grande cittade ch'è in una provincia ch'è chiamata Irac,
nella quale è ancora piú cittadi e piú castella. Ma contarò di Toris,
perch'è la migliore città de la provincia. Gli uomini di Tor(i)s vivoro di
mercatantia e d'arti, cioè di lavorare drappi a seta e a oro. E è in luogo sí
buono, che d'India, di Baudac e di Mosul e di Cremo vi vengono li mercatanti, e
di molti altri luoghi. Li mercatanti latini vanno quivi per le mercatantie
strane che vegnono da lunga parte e molto vi guadagnano; quivi si truova molte
priete preziose. Gli uomini sono di piccolo afare, e àvi di molte fatte genti.
E quivi àe armini, nestarini, iacopetti, giorgiani, i persiani, e di quelli
v'à ch'aorano Malcometto, cioè lo popolo de la terra, che si chiamano
taurizins. Atorno a la città è belli giardini e dilettevoli di tutte f(r)utte.
Li saracini di Toris sono molti malvagi e disleali.
26 De la maravigli(a) di
Baudac, de la montagna. Or vi conterò una maraviglia ch'avenne a Baudac e Mosul.
Nell'anno del 1275 era uno calif in Baudac che molto odiava li cristiani (e ciò
è naturale a li saracini). E' pensò via di fare tornare li cristiani saracini
[o] d'uccidelli tutti; e (a) questo avea suoi consiglieri saracini. Ora mandò
lo califo per li cristiani ch'erano di là, e miseli dinanzi questo punto: che
elli trovava in uno Va[ngelo] che se alcuno cristiano avesse tanta fede quant'è
uno grano di senape, per suo priego che facesse a Dio, farebbe giugnere due
montagne insieme; e mostrògli lo Va[ngelo]. I cristiani dissero che be(n) era
vero. "Dunque," disse lo califo, "tra voi tutti dé essere tanta
fede quant'è uno grano di senape; ordunque fate rimuovere quella montagna o io
v'ucciderò tutt[i], o voi vi farete saracin[i], ché chi non à fede d(é)
essere morto". E di questo fare li diede termine 10 die.
27 Quando li
cristiani udirono ciò che 'l calif disse, ebbero grandissima paura e non
sapeano che si fare. Raunarosi tutti, piccioli e grandi, maschi e femine,
l'arcivescovo e 'l vescovo e' pre(ti), ch'aveano assai; aste[t]taro 8 die e
tutti in orazione ché Dio gli aiutasse e guardasseli di sí crudele morte. La
nona notte aparve l'angelo al vescovo, ch'era molto santo uomo, e disseli
ch'andasse la mattina a cotali ciabattieri, e che li dicesse che la montagna si
muterebbe. Quello ciabattie(r) era buono uomo e di sí buona vita, che uno die
una femmina venne a sua bottega, molto bella, ne la quale p[e]ccò cogli occhi,
e elli co la lesina vi si percosse, sí che mai non ne vide; sicché egli era
santo e buono.
28 Quando la visione venne al vescovo che per lo priego del
ciabattiere si mutarebbe la montagna. Quando questa visione venne al vescovo,
fece ragunare tutti li cristiani e disse la visione. Lo vescovo pregò lo
ciabattiere che pregasse Idio che mutasse la montagna; egli disse che non era
uomo soficiente a ciò. Tanto fue pregato per li cristiani che 'l ciabattiere si
mise in orazione.
29 Quando lo termine fue compiuto, la mattina tutti li
cristiani andarono a la chiesa e fecero cantare la messa, pregando Idio che gli
'iutasse. Poscia tolsero la croce e andaro nel piano dinanzi a questa montagna;
e quivi erano, tra maschi e femine e piccioli e grandi, bene 100.000. E 'l
califa vi venne co molti saracini armati per uccidire tutti li cristiani,
credendo che la montagna non si mutasse. Istando li cristiani dinanzi a la croce
in ginocchioni pregando Idio di questo fatto, la montagna cominciò a ruvinare e
mutarsi. Li saracini, vedendo ciòe, si maravigliaro molto, e 'l califfo si
convertío e molti saracini. E quando lo califa morío, si trovò una croce a
collo; e li saracini, vedendo questo, nol sotteraro nel munimento cogli altri
califfi passati, anzi lo misero in un altro luogo. Or lasciamo de Toris e
diciamo di Persia.
30 De la grande provincia di Persia: de' 3 Magi.
Persia si è una provincia grande e nobole certamente, ma 'l presente l'ànno
guasta li Tartari. In Persia è l[a] città ch'è chiamata Saba, da la quale si
partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son
soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con
barba e co' capegli: l'uno ebbe nome Beltasar, l'altro Gaspar, lo terzo Melquior.
Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene
seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente. Andando 3
giornate, trovaro uno castello chiamato Calasata, ciò è a dire in francesco
'castello de li oratori del fuoco'; e è ben vero che quelli del castello adoran
lo fuoco, e io vi dirò perché. Gli uomini di quello castello dicono che
anticamente tre lo' re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo
quale era nato, e portarono 3 oferte: oro per sapere s'era signore terreno,
incenso per sapere s'era idio, mirra per sapere se era eternale. E quando furo
ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di
suo tempo; e poscia 'l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé
parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch'avea veduto,
molto si maravigliaro, e pensaro d'andare tutti insieme; e andando insieme, a
tutti parve quello ch'era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l'oro, lo
'ncenso e la mirra, e lo fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò a li tre re
uno bossolo chiuso. E li re si misoro per tornare in loro contrada.
31 De li tre
Magi. Quando li tre Magi ebbero cavalcato alquante giornate, volloro vedere
quello che 'l fanciullo avea donato loro. Aperso[r]o lo bossolo e quivi trovaro
una pietra, la quale gli avea dato Idio in significanza che stessoro fermi ne la
fede ch'aveano cominciato, come pietra. Quando videro la pietra, molto si
maravigliaro, e gittaro questa pietra entro uno pozzo; gittata la pietra nel
pozzo, uno fuoco discese da cielo ardendo, e gittòssi in quello pozzo. Quando
li re videro questa meraviglia, pentérsi di ciò ch'aveano fatto; e presero di
quello fuoco e portarone in loro contrada e puoserlo in una loro chiesa. E tutte
volte lo fanno ardere e orano quello fuoco come dio; e tutti li sacrifici che
fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l'orig[i]nale, che
sempre sta aceso, né mai non l'accenderebboro se non di quello. Perciò adorano
lo fuoco quegli di quella contrada; e tutto questo dissero a messer Marco Polo,
e è veritade. L'uno delli re fu di Saba, l'altro de Iava, lo terzo del
Castello. Or vi diremo de' molti fatti di Persia e de' loro costumi.
32 De li 8
reami di Persia. Sappiate che in Persia àe 8 reami: l'ono à nome Causom, lo
secondo Distan, lo terzo Lor, lo quarto Cielstan, lo quinto Istain, lo 6°
Zerazi, lo 7° Soncara, lo 8° Tunocain, che è presso a l'Albaro Solo. In
questo reame à molti begli distrieri e di grande valuta, e molti ne vegnono a
vendere in India: la magiore parte sono di valuta di libbre 200 di tornesi.
Ancora v'à le piú belle asine del mondo, che vale l'una ben 30 marchi
d'argento, che bene corrono e ambiano. Gli uomini di questa contrada menano
questi cavagli fino a due cittade che sono sopra la ripa del mare: l'una à nome
Achisi e l'altra Acummasa; quivi sono i mercatanti che li menano in India.
Questi sono mala gente: tutti s'uccid[o]no tra loro, e se non fosse per paura
del signore, cioè del Tartaro del Levante, tutti li mercatanti ucciderebboro.
Quivi si fa drappi d'oro e di seta; e quivi àe molta bambagia, e quivi àe
abondanza d'orzo, di miglio e di pan(i)co e di tutte biade, di vino e di frutti.
Or lasciamo qui, e conteròvi de la grande città d'Iadis tutto suo afare e suoi
costumi.
33 Della città di Iadis. Iadis è una cittade di Persia molto bella,
grande, e di grandi mercatantie. Quivi si lavora drappi d'oro e di seta, che si
(chi)ama ias[d]i, e che si portano per molte contrade. Egli adorano Malcometto.
Quando l'uomo si parte di questa terra per andare inanzi, cavalca 7 giornate
tutto piano; e non v'à abita[zione] se no in tre luoghi, ove si possa
albergare. Quivi àe begli boschi e piani per cavalcare; quivi àe pernice e
cuntornici asai. Quindi si cavalca a grande solazzo, quivi àe asine salvatiche
molto belle. Di capo di queste 7 giornate àe uno reame ch'à nome Creman.
34
Del reame di Creman. Creman è uno regno di Persia che solea avere signore per
eredità, ma poscia che li Tartari lo presero, vi màndaro signore cui loro
piace. E quivi nasce le prietre che si chiamano turchies[ch]e in grande
quantità, che si cavano de le montagne; e ànno [vene] d'acciaio e d'andan(i)co
assai. Lavorano bene tutte cose da cavalieri, freni, selle e tutte arme e
arnesi. Le loro donne lavorano tutte cose a seta e ad oro, a ucelli e a bestie
nobilemente, e lavorano di cortine e d'altre cose molto riccamente, e coltre e
guanciali e tutte cose. Ne le montagne di questa contrada nasce li migliori
falconi e li piú volanti del mondo, e sono meno che falconi pelegrini: niuno
uccello no li campa dinanzi. Quando l'uomo si parte di Creman, cavalca 7
giornate tuttavia per castela e per cittade con grande solazzo; e quivi àe
uccellagioni di tutti uccelli. Di capo de le 7 giornate truova una montagna, ove
si scende, ché bene si cavalc[a] due giornate pure a china, tuttavia trovando
molti frutti e buoni. Non si truova abitazioni, ma gente co loro bestie assai.
[E] da Cre(man) infino a questa iscesa è bene tale freddo di verno, che no vi
si può passare se non co molti panni.
35 Di Camandi. A la discesa de la
montagna àe uno bello piano, e nel cominciamento àe una città ch'à nome
Camandi. Questa solea essere magiore terra che no è, ch'e Tartari d' altra
parte gli ànno fatto danno piú volte. Questo piano è molto cavo. E questo
reame à nome Reobales, suoi frutti sono dattari, pistacchi, frutti di paradiso
e altri frutti che non son di qua. Ànno buoi grandi e bianchi come nieve, col
pelo piano per lo caldo luogo, le corne cort'e grosse e non agute; tra le spalle
ànno uno gobbo alto due palmi, e sono la piú bella cosa del mondo a vedere.
Quando si vogliono caricare, si conciano come camegli, e caricati cosí, si
levano, ché sono forti oltra misura. E v'à montoni come asini, che li pesa la
coda bene 30 libbre, e sono bia(n)chi e begli e buoni da mangiare. In questo
piano à castella e città e ville murate di terra per difender(si) da scherani
che vanno ro(b)ando. E questa gente che corre lo paese, per incantamento fanno
parere notte 7 giornate a la lunga, perché altri non si possa guardare; quando
ànno fatto questo, vanno per lo paese, ché bene lo sanno. E' son bene 10.000,
talvolta piú e meno, sicché per quello piano no li scampa né uomo né bestia:
li vecchi ucidono, gli giovani ménagli a vendere per ischiavi. Lo loro re à
nome Nogodar, e sono gente rea e malvage e crudele. E sí vi dico che messer
Marco vi fu tal qual preso in quella iscuritade, ma scampò a uno castello ch'à
nome Canosalmi, e de' suo compagni furo presi asai e venduti e morti.
36 De la
grande china. Questo piano dura verso mezzodie 5 giornate. Da capo de le cinque
giornate è un'altra china che dura 20 miglia, molto mala via, e àvi molti mali
uomini che rubano. Di capo della china à uno piano molto bello, che si chiama
lo piano di Formosa, e dura due giornate di bella riviera; e quivi àe
francolini, papagalli e altri uccelli divisati da li nosti. Passate due
giornate, è lo mare Oziano e 'n su la ripa è una città con porto, ch'à nome
Cormos, e quivi vegnono d'India per navi tutte ispezzerie, drappi d'oro e (denti
di) leofanti (e) altre mercatantie assai; e quindi le portano li mercatanti per
tutto lo mondo. Questa è terra di grande mercatantia; sotto di sé àe castella
e cittadi assai, perch'ella è capo de l(a) provincia; lo re à nome Ruccomod
Iacomat. Quivi è grande caldo; inferma è la terra molto, e se alcuno
mercatante d'altra terra vi muore, lo re piglia tutto suo avere. Quivi si fa lo
vino di dattari e d'altre ispezie asai, e chi 'l bee e non è uso, sé 'l fa
andare a sella e purgalo; m[a] chi n'è uso fa carne assai. Non usano nostre
vivande, ché se manicassero grano e carne, infermarebbero incontanente; anzi
usano per loro santà pesci salati e dattari e cotali cose grosse, e con queste
dimorano sani. Le loro navi sono cattive e molte ne pericala, perché non sono
confitte con aguti di ferro, ma con filo che si fa della buccia delle noci
d'India, che si mette in molle ne l'(a)cqua e fassi filo come setole; e con
quello le cuciono, e no si guasta per l'acqua salata. Le navi ànno una vela, un
timo[n]e, uno àbore, una coverta, ma quando sono caricate, le cruopono di cuoie,
e sopra questa coverta pongono i cavalli che menano in India. No ànno ferro per
fare aguti e è grande pericolo a navicare con quelle navi. Questi adorano
Malcometto. E èvi sí grande caldo, che se no fosse li giardini co molta acqua
di fuori da la città, ch'egli ànno, non camperebboro. Egli è vero che vi
viene uno vento la state talvolta di verso lo sabione con tanto caldo che, se
gli uomini non fugissoro a l'acqua, non camperebboro del caldo. Elli seminano
loro biade di novembre e ricogliele di marzo, e cosí fanno di tutti loro
frutti; a da marzo inanzi non si truova niuna cosa viva, cioè verde, sopra
terra, se non lo dattaro, che dura infino a mezzo maggio; e questo è per lo
grande caldo. Le navi non sono impeciate, ma sono unte d'uno olio di pesce. E
quando alcuno vi muore, sí fanno grande duolo; e le donne si pia(n)gono li loro
mariti bene quattro anni, ogne die almeno una volta, con vi(ci)ni e co' parenti.
Or tornaremo per tramontana per contare di quelle province, e ritornaremo per
un'altra via a la città di Creman, la quale v'ò contato, perciò che [a]
quelle contrade ch'io vi voglio contare, no vi si può andare se non da Creman.
E vi dico che questo re Ruccomod Iacamat, do[nde] noi ci partiamo aguale, è re
di Creman. E in ritornare da Cormos a Creman à molto bello piano e abondanza di
vivande, e èvi molti bagni caldi; e àvi ucelli assai e frutti. Lo pane del
grano è molto amaro a chi non è costumato, e questo è per lo mare che vi
viene. Or lasciàno queste parti, e andiamo verso tramontana; e diremo come.
37
Come si cavalca per lo diserto. Quando l'uono si pa(r)te da Crema(n), cavalca
sette giornate di molta diversa via; e diròvi come. L'uomo va 3 giornate che l'uono
non truova acqua, se non verde come erba, salsa e amara; e chi ne bevesse pure
una gocciola, lo farebbe andare bene 10 volte a sella; e chi mangiasse uno
granello di quello sale che se ne fa, farebbe lo somigliante; e perciò si porta
bevanda per tutta quella via. Le bestie ne beono per grande forza e per grande
sete, e falle molto scorrere. In queste 3 giornate no à abitazione, ma tutto
diserto e grande secchitade, bestie non v'à, ché no v'averebboro che mangiare.
Di capo di queste 3 giornate si truova un altro luogo che dura 4 giornate, né
più né meno fatto, salvo che vi si truovano asine salvatiche. Di capo di
queste 4 giornate finisce lo regno di Creman e truovasi la città di Gobiam.
38
De Gobiam. Cobia(m) è una grande cittade. E' adorano Macomet. Egli ànno ferro
e acciaio e andanico assai. Quivi si fa la tuzia e lo spodio, e diròvi come.
Egli ànno una vena di terra la quale è buona a ciò, e pongolla nella fornace
ardente, e 'n su la fornace pongono graticole di ferro, e 'l fumo di quella
terra va suso a le graticole: e quello che quivi rimane apiccato è tuzia, e
quello che rimane nel fuoco è spodio. Ora andiàno oltre.
39 D'uno diserto.
Quando l'uomo si parte de Gobia[m], l'uomo va bene per uno diserto 8 giornate,
nel quale à grande sechitadi, e non v'à frutti né acqua, se non amara, come
in quello di sopra. E quelli che vi passano portano da bere e da mangiare, se
non che gli cavagli beono di quella acqua malvolontieri. E di capo delle 8
giornate è una provincia chiamata Tonocan; e àvi castella e cittadi asai, e
confina con Persia verso tramontana. E quivi è una grandissima provincia piana,
ov'è l'Albero Solo, che li cristiani lo chiamano l'Albero Secco; e diròvi
com'egli è fatto. Egli è grande e grosso; sue foglie sono da l'una parte verdi
e da l'altr[a] bianche, e fa cardi come di castagne, ma non v'à entro nulla;
egli è forte legno e giallo come busso. E non v'à albero presso a 100 miglia,
salvo che da l'una parte a 10 miglia. E quivi dicono quelli di quella parte che
fu la bataglia tra Allexandro e Dario. Le ville e le castelle ànno grande
abondanza d'ogne buona cosa; lo paese è temperato, e adorano Malcometto. Quivi
àe bella gente e le femine sono belle oltra misura. Di qui ci partiamo e
direnvi d'una contrada che si chiama Milice, ove il Veglio della Montagna solea
dimorare.
40 Del Veglio de la Montagna e come fece il
paradiso, e li assessini. Milice è una contrada ove 'l Veglio de la Montagna
solea dimorare anticamente. Or vi conterò l'afare, secondo che messer Marco
intese da più uomini. Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea
fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e 'l piú grande
del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti
dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a
per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del
mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere
a costoro che quello era lo paradiso. E perciò 'l fece, perché Malcometto
disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse,
e quivi troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò 'l fece simile
a quello ch'avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano
veramente che quello fosse lo paradiso. E in questo giardino non intrava se none
colui cu' e' volea fare assesin[o]. A la 'ntrata del giardino ave' uno castello
sí forte, che non temea niuno uomo del mondo. Lo Veglio tenea in sua corte
tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini.
Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea
dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e
là entro gli facea isvegliare.
41 Quando li giovani si svegliavano e si
trovavano là entro e vedeano tutte queste cose, veramente credeano essere in
paradiso. E queste donzelle sempre stavano co loro in canti e in grandi solazzi;
e aveano sí quello che voleano, che mai per loro volere non sarebboro partiti
da quello giardino. E 'l Veglio tiene bella corte e ricca e fa credere a quegli
di quella montagna che cosí sia com'è detto. E quando elli ne vuole mandare
niuno di quegli giovani ine uno luogo, li fa dare beveraggio che dormono, e
fagli recare fuori del giardino in su lo suo palagio. Quando coloro si svegliono
(e) truovansi quivi, molto si meravigliano, e sono molto tristi, ché si
truovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio,
credendo che sia uno grande profeta, inginocchiandosi; e egli dimand[a] onde
vegnono. Rispondono: "Del paradiso"; e contagli tutto quello che vi
truovano entro e ànno grande voglia di tornarvi. E quando lo Veglio vuole fare
uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo piú vigoroso, e fagli
uccidire cui egli vuole. E coloro lo fanno volontieri, per ritornare al
paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire,
credendo ritornare al paradiso. E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno
uomo, egli lo prende e dice: "Va' fà cotale cosa; e questo ti fo perché
ti voglio fare tornare al paradiso". E li assesini vanno e fannolo molto
volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la
Montagna a cu'elli lo vuole fare; e sí vi dico che piú re li fanno trebuto per
quella paura.
42 Come Alau, signore de' Tarteri del Levante il distrusse. Egli
è vero che 'n anni 1277 Alau, signore delli Tartari del Levante, che sa tutte
queste malvagità, egli pensò fra se medesimo di volerlo distruggere, e mandò
de' suoi baroni a questo giardino. E' stettero 3 anni attorno a lo castello
prima che l'avessero, né mai non l'avrebboro avuto se no per fame. Alotta per
fame fu preso, e fue morto lo Veglio e sua gente tutta. E d'alora in qua non vi
fue piú Veglio niuno: in lui s'è finita tutta la segnoria. Or lasciamo qui, e
andiamo inanzi.
43 De la città Supunga. Quando l'uomo si parte di questo
castello, l'uomo cavalca per bel piano (e) per belle coste, ov'è buon pasco e
frutti assai e buoni; e dura 7 giornate. E àvi ville e castella asai, e adorano
Macomet. E alcuna volta truova l'uomo diserti di 50 miglia e di 60, nelle quali
non si truova acqua, e conviene che l'uomo la porti e per sé e per le bestie,
infino che ne sono fuori. Quando àe passato 7 giornate, truova una città ch'à
nome Supunga. Ella è terra di molti alberi. Quivi àe li migliori poponi del
mondo e ('n) grandissima quantità, e fannogli seccare in tale maniera: egli gli
tagliano atorno come coreggie, e fannogli seccare, e diventano piú dolci che
mèle. E di questo fanno grande mercatantia per la contrada. E v'è cacciagioni
e uccellagioni assai. Or lasciamo di questa, e diremo di Balac.
44 Di Balac.
Balac fue già una grande città e nobile piú che non è oggi, ché li Tartari
l'ànno guasta e fatto grande danno. E in questa cittade prese Alesandro per
moglie la figliuola di Dario, siccome dicono quegli di quella terra. E' addorano
Maccometto. E sappiate che fino a questa terra dura la terra del signore delli
Tartari del Levante, e a questa cittade sono li confini di Persia entr[o] creco
e levante. Quando si passa per questa terra, l'uomo cavalca bene 12 giornate tra
levante e greco, che no si truova nulla abitazioni, perché gli uomini, per
paura de la mala gente e degli osti, sono tutti iti a le fortezze de le
montagne. In questa via àe acqua asai e cacciagioni e leoni. In tutte queste 12
giornate non truovi vivande da mangiare, anzi conviene che si porti.
45 De la
montagna del sale. Quando l'uomo à cavalcato queste 12 giornate, trova uno
castello ch'à nome Tahican, ov'è grande mercato di biada; e è bella contrada.
E le montagne di verso mezzodie sono molto grandi, e sono tutte sale. E vengono
da la lunga 30 giornate per questo sale, perch'è lo migliore del mondo; e è
sí duro che no se ne può rompere se non con grandi picconi di ferro; e è
tanto che tutto il mondo n'avrebbe assai i(n)fino a la fine del secolo.
Partendosi di qui, l'uomo cavalca 3 giornate tra greco e levante, sempre
trovando belle terre e belle abitazioni e frutti e biade e vigne. E' adorano
Maccomet. E' sono mala gente e micidiale: sempre stanno col bicchiere a bocca,
ché molto beono volontieri, ché egli ànno buono vino cotto. In capo non
portano nulla, se no una corda lunga 10 palmi si volgono atorno lo capo. E' sono
molto begli cacciatori e prendono bestie molte, e de le pelle si vestono e
calzano; e ogni uomo sa conciare le pegli de le [bestie] che pigliano. Di làe
tre giornate àe cittade e castella asai, e èvi una città ch'à nome Scasem, e
per lo mezzo passa uno grande fiume. Quivi àe porci ispinosi assai. Poscia si
cavalca tre giornate che no si truova abitazione, né bere né mangiare. Di capo
de le 3 giornate si truova la provincia de Balascam. e io vi conterò com'ell'è
fatta.
46 Di Balascam. Balasciam è una provincia che la gente adorano Malcometo,
e ànno lingua per loro. Egli è grande reame e discende lo re per reditade; e
scese del legnaggio d'Allesandro e de la figlia di Dario, lo grande signore di
Persia. E tutti quegli re si chiamano Zulcarnei in saracino, ciò è a dire Ales[a]ndro,
per amore del grande Allexandro. E quivi nasce le priete preziose che si
chiamano balas[c]i, che sono molto care, e cavansi ne le montagne come l'altre
vene. E è pena la testa chi cavasse di quelle pietre fuori del reame, perciò
che ve n'à tante che diventerebboro vile. E quivi, in un'altra montagna, †
ove si cava l'azurro, e è 'l migliore e 'l piú fine del mondo; e le pietre
onde si fa l'azurro, è vena di terra. E àvi montagne ove si cava l'argento. E
la provincia è molto fredda. E quivi nasce cavagli assai e buoni coritori, e
non portano ferri, sempre andando per le montagne. E nascevi falconi molto
volanti e li falconi laineri: cacciare e uccellare v'è lo migliore del mondo.
Olio non ànno, ma fannone di noci. Lo luogo è molto forte da guerra; e' sono
buoni arcieri e vestonsi di pelle di bestie, perciò ch'ànno caro di panni. E
le grandi donne e le gentili portano brache, che v'è ben 100 braccia di panno
bambagino, e tal 40 e tal 80; e questo fanno per parere ch'abbiano grosse le
natiche, perché li loro uomini si dilettano in femine grosse. Or lasciamo
questo reame, e conteremo d'una diversa gente, ch'è lungi da questa provincia
10 giornate.
47 De la gente di Bastian. Egli è vero che di lungi a Balascia(m)
10 giornate àe una provincia ch'à nome Bastian; e ànno lingua per loro. Egli
adorano gl'idoli e suno bruni; e sanno molto d'arti de diavoli e sono malvagia
gente. E' portan agli orecchi cerchiegli d'oro e d'ariento e di perle e di
pietre preziose. Quivi àe molto grande caldo. Loro vivande è carne e riso. Or
lasciamo questa, e anderemo a un'altra ch'è di lungi di questa 7 giornate verso
isciro[cc]o, ch'à no[me Che]simu[n].
48 Di Chesimun. Chesimun è una provincia
che adorano idoli e àe lingua per sé. Questi sanno tanto d'incantamento di
diavolo che fanno parlare gl'idoli; e fanno cambiare lo tempo e fanno grandi
iscuritadi e fanno tali cose che non si potrebbe credere. E sono capo di tutti
gl'idoli, e de lor descese gl'idoli. E di questo luogo si puote andare al mare
d'India. Gli uomini e le femine sono bruni e magri; lor vivande è riso e carne.
E è luogo temperato, tra caldo e freddo. E là à castella assai e diserti; e
è luogo molto forte, e tiensi per sé medesimo; e èvi re che mantiene
giustizia. E quivi àe molti romitaggi e fanno grande astinenzia, né non fanno
cosa di peccato né che sia contra loro fede per amore di loro idoli; e ànno
badie e monisteri di loro legge. Or ci partiamo di qui e anderemo inanzi,
perciò che ci converrebbe intrare in India; e noi non vogliamo entrare, perché
al ritornare de la nostra via conteremo tutte le cose d'India per ordine. E
perciò retornaremo a nostre province verso Baudascian, perciò che d'altra
parte non potremo passare.
49 De(l) grande fiume di Baudascian. E quando l'uomo
si parte da Baudascian, sí si va 12 giornate tra levante e crego su per uno
fiume, che è del fratello del segnore di Baudascian, ov'è castella e
abitazioni assai. La gente è prode e adorano Macometto. Di capo di 12 giornate
si truova una provincia piccola che dura 3 giornate da ogne parte, e à nome
Vocan. E' adorano Macometto e ànno lingua per loro e sono prodi uomini; e sono
sottoposti al signore di Baudascian. Egli ànno bestie salvatiche assai,
cacciagioni e uccellagioni d'ogne fatt[a]. E quando l'uomo va tre giornate piú
inanzi, va pure per montagne; e questa si dice la piú alta montagna del mondo.
E quando l'uomo è 'n su quell'alta montagna, truova uno piano tra due montagne,
ov'è molto bello pasco, e quivi è uno fiume molto bello e grande; e è sí
buono pasco una bestia magra vi doventa grassa in 10 dí. Quivi àe tutte
salvagine e assai; e èvi montoni salvatich[i] asai e grandi, e ànno lunghe le
corne 6 spanne, e almeno 4 o 3; e in queste corni mangiano li pastori, che ne
fanno grande scodelle. E per questo piano si va bene 12 giornate senza
abitazione, né non si truova che mangiare, s'altri nol vi porta. Niuno uccello
non vi vola, per l'alto luogo e freddo, e 'l fuoco non v'à lo colore ch'egli
àe in altre parte, né non è sí cocente colà suso. Or lasciamo qui e
conteròvi altre cose per greco e per levante. E quando l'uomo va oltra 3
giornate, e' conviene che l'uomo cavalca bene 40 giornate per montagne e per
coste, tra creco e levante, e per valle, passando molti fiumi e molti luoghi
diserti. E per tutto questo luogo non si truova abitazione né albergagione, ma
conviene che si porti la vivanda. Questa contrada si chiama Belor. La gente
dimora ne le montagne molto alte: adorano idoli e sono salvatica gente, e vivono
de le bestie che pigliano. Loro vestire è di pelli di bestie, e sono uomini
malvagi. Or lasciamo questa contrada, e diremo de la provincia di Casciar.
50 Del reame di Casciar. Casciar fue anticamente
reame; aguale è al Grande Kane; e adorano Malcometto. Ell'à molte città e
castella, e la magiore è Casciar; e sono tra greco e levante. E' vivono di
mercatantia e d'arti. Egli ànno begli giardini e vigne e possessioni e bambagie
assai; e sonvi molti mercanti che cercano tutto il mondo. E' sono gente scarsa e
misera, ché male mangiano e mal beono. Quivi dimorano alquanti cristiani
nestorini, che ànno loro legge e loro chiese; e ànno lingua per loro. E dura
questa provincia 5 giornate. Ora lasciamo di questa, e andremo a Samarcan.
51 Di Samarcan. Samarcan è una nobile cittade, e sonvi cristiani e saracini. E' sono
al Grande Cane, e sono verso maestro. E diròvi una maraviglia ch'avenne in
questa terra. E' fu vero, né no è grande tempo, che Gigata, fratello del
Grande Cane, si fece cristiano, e era signore di questa contrada. Quando li
cristiani della cittade videro che lo signore era fatto cristiano, ebbero grande
alegrezza; e allora fecero in quella cittade una grande chiesa a l'onore di san
Giovanni Batista, e cosí si chiama. E' tolsero una molto bella pietra ch'era
dei saracini e poserla in quella chiesa e miserla sotto una colonna in mezzo la
chiesa, che sostenea tutta la chiesa. Or venne che Gigatai fu morto e gli
saracini, vedendo morto 'l segnore, abiendo ira di quella pietra, la volloro
tòrre per forza; e poteallo fare, ch'erano 10 cotanti che gli cristiani. E
mossorsi alquanti saracini e andarono a li cristiani, e dissero che voleano
questa pietra. Li cristiani la voleano comperare ciò che ne voleano; li
saracini dissero che no voleano se non la pietra. E alott[a] l[i] signoregiava
lo Grande Cane, e comandò a li cristiani che 'nfra 2 die Ii rendessero la loro
pietra. Li cristiani, udendo lo comandamento, funno molto tristi e non sapeano
che si fare. La mattina che la pietra si dovea cavare di sotto dalla colonna, la
colonna si trovò alta di sopra a la pietra bene 4 palmi; e non toccava la
pietra per lo volere del Nostro Signore. E questa fue tenuta grande meraviglia e
è ancora; e tuttavia v(i) stette poscia la prieta. Or lasciamo qui, e diròvi
di un'altra provincia ch'à nome Carcam.
52 De Carcam. Carcam è una provincia
che dura 5 giornate. E' adorano Macometto; e sonvi cristiani e nestorini. E'
sono al Grande abondanza † d'ogni cose. Quivi non à altro da ricordare. Or
lasciamo qui, e diremo di Cotam. |