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da
http://www.unipv.it/
Un Manifesto nostalgico Giorgio
Lunghini
AL GIORNO D'OGGI FACCIAMO DI TUTTO PER
SEPARARE LE DUE COSE:
VOGLIAMO UN UOMO CHE PENSA SEMPRE E UN ALTRO CHE
LAVORA SEMPRE;
UNO LO CHIAMIAMO GENTILUOMO, L'ALTRO OPERAIO. INVECE
L'OPERAIO DOVREBBE SPESSO PENSARE E L'INTELLETTUALE SPESSO LAVORARE, E
SAREBBERO ENTRAMBI GENTILUOMINI, NEL SENSO MIGLIORE.
COSÌ COME STANNO LE
COSE, LI RENDIAMO CATTIVI ENTRAMBI: L'UNO INVIDIA, L'ALTRO DISPREZZA IL
FRATELLO; L'INSIEME DELLA SOCIETÀ È' FATTO DI INTELLETTUALI MALSANI E DI
OPERAI MISERABILI.
(John Ruskin)
John Ruskin
(1819-1900) è noto sopratutto come studioso di estetica e come
storico dell'arte, e tale principalmente fu prima del 1860; poi volle
essere principalmente economista e riformatore sociale.
Economia politica dell'arte *
* The Political Economy of Art, del 1857,
raccoglie le conferenze tenute da Ruskin a Manchester nello stesso anno.
Fu
ripubblicato nel 1880 con il titolo A Joy for Ever (dall'oggi abusato
verso di Keats: "A Thing of Beauty is a Joy for Ever") è la cerniera fra
i due momenti del pensiero di Ruskin. Nella sua opera tuttavia non vi è
soluzione di continuità, poiché la base della sua economia politica è la
sua estetica, e fondamenta di entrambe sono l'etica e la religione.
Le idee economico-politiche di Ruskin non
sono né originali né sistematiche. Ruskin è fra quegli autori
dell'epoca, che contestano l'economia politica classica (di Adam Smith e
di David Ricardo) in quanto contestano la disumanità del capitalismo
industriale dell'Ottocento.
C'è qui, nella critica ruskiniana
dell'economia politica classica, un errore di metodo, che non si ritrova
nella critica marxiana dell'economia politica; ma è un errore nobile,
dettato dal desiderio di armonia nelle relazioni sociali, e
dall'aspirazione ad una società caratterizzata da cooperazione e
giustizia (e ordine gerarchico), anziché dalla concorrenza, l'avarizia,
lo spreco.
Confondendo analisi e oggetto
dell'analisi, Ruskin (e prima di lui il Carlyle della "dismal science")
critica l'economia politica poiché trascura gli aspetti morali
dell'azione umana, riduce la natura umana ad un astratto 'uomo
economico', alimenta dottrine irreligiose, legittima la speculazione,
l'interesse da capitale, la politica del laissez faire. Per Ruskin il
compromesso vittoriano è inaccettabile, la decadenza comincia con il
Rinascimento, il modello è il Medioevo. Un modello impraticabile, ma che
per contrasto serve a una critica indignata della modernità, apprezzata
anche da autori dotati di altra capacità di analisi e mossi da progetti
di diverso segno.
Il fiery devil e il compromesso
vittoriano. Il mondo vagheggiato da John Ruskin è quello che egli
immagina sia stato il Medioevo:
esiste un magnifico attributo del colore
nel tardo XII, l'intero XIII e il primo XIV secolo, ed è l'unione di un
colore con un altro con reciproca interferenza. E' questo un principio
magnifico perché è eterno e universale, non solo nell'arte, ma nella
vita umana.
E' il grande principio della Fratellanza, ottenuto non per mezzo
dell'uguaglianza o della somiglianza, ma per mezzo del dare e del
ricevere; le anime che sono diverse, le nazioni che sono diverse, e le
nature che sono diverse, sono legate in un tutto nobile, perché ciascuna
riceve qualcosa dei doni e della gloria delle altre.
Il mondo in cui Ruskin vive davvero, e
che ne susciterà lo scandalo, è ricostruito così da Mario Praz:
Il primo Reform Bill nel 1832,
l'abrogazione delle leggi sul grano (Corn Laws) del 1846, la Grande
Esposizione di Londra del 1851 sono le date principali dell'avvento e
dell'apoteosi della borghesia industriale in Inghilterra.
Se la seconda parte del regno della
regina Vittoria è l'età della finanza e dell'imperialismo, la prima
parte, che a un dipresso può considerarsi conclusa verso il 1865 colla
morte di lord Palmerston, è l'età dell'industria, e chi dice industria
dice vapore. Il deus ex machina del multiforme spettacolo dello sviluppo
industriale è proprio il fiery devil, il tonante demonio di fuoco, il
vapore. Nel 1836, quando cominciarono ad apparire i Pickwick Papers del
Dickens, per quanto si progettassero ferrovie per tutto il paese,
l'Inghilterra delle strade maestre, con le sue diligenze e le sue
locande, era ancora intatta; i servizi di corriera eran giunti al colmo
della loro perfezione; la rossa sedia di posta compiva in sole sedici
ore e mezzo il viaggio da Londra a Exeter. L'orizzonte del mare ancora
pullulava di vele: la Manica era affollata di piccole navi, ché la
lunghezza dei viaggi e la poca capacità dei vascelli ne avevano generato
una moltitudine.
Le navi a vapore, introdotte nel 1824,
non furono in grado di correre sul serio sulle acque altro che nel 1838,
con l'avvento della propulsione a elica; lo stesso anno nasceva il primo
bastimento a fasciame di ferro. L'introduzione del ferro nella
costruzione delle navi e la vicinanza dei cantieri alle miniere di
carbone e alle fonderie dettero all'Inghilterra tali vantaggi sulle
altre nazioni naviganti, che essa poté abrogare le leggi sulla
navigazione e adottare il libero scambio. Si erano appena aperti al
mondo i mercati britannici, che la scoperta dell'oro in California, e
subito dopo in Australia, causò una febbre di costruzioni navali.
Infine, dopo il Gold Rush, dopo l'ondata di cercatori d'oro, un'altra
ondata migratoria doveva dare enorme impulso al traffico marittimo: i
contadini affamati d'Irlanda e d'Europa, caricati sui piroscafi come
bestiame, per cercare non l'oro, ma soltanto il pane nel Nuovo Mondo.
L'interesse economico è la molla di tutto
il movimento industriale, ma benché la più sfrenata concorrenza e lo
sfruttamento irresponsabile del lavoro siano alla base della prosperità,
l'utilitarismo non è apertamente conclamato. I progressi scientifici, la
pubblicazione di opere come Principles of Geology di Charles Lyell
(1830-33) e The Origin of Species di Charles Darwin (1859), il successo
della teoria dell'evoluzione e del positivismo scuotono le credenze
tradizionali, ma si rifugge dal dedurre le estreme conclusioni, e si
cerca invece di contemperare opposte esigenze in un equilibrio che
riesce a mantenersi per buona parte del secolo. La borghesia, di origini
puritane, impone il suo tono morale a tutte le manifestazioni. La parola
d'ordine è un soddisfatto ottimismo per le "magnifiche sorti e
progressive". E' questo il cosiddetto compromesso vittoriano. ... L'eroe
dell'epoca vittoriana è l'uomo di scienza. L'epoca segnò dunque il
trionfo degl'ideali borghesi.
Sorge di qui, in questo contesto e contro
il razionalismo trionfante e l'illusione di un equilibrio ormai
definitivo, la reazione anticapitalista di Carlyle, di Ruskin, e di
altri: una critica del tempo presente fatta di nostalgia di un periodo
del passato come ideale da realizzare per il futuro. Negli stessi anni
Marx e Engels scrivono il Manifesto del Partito comunista.
Secondo Bertrand Russell da Rousseau a
Kant in poi ci sono state due scuole, che si possono distinguere ("a
fini di orientamento e come mezzo mnemonico") in: teste solide e cuori
teneri. Le teste solide passarono attraverso Bentham, Ricardo e Marx,
per successivi stadi logici, fino a Stalin; i cuori teneri per altri
stadi logici, attraverso Fichte, Byron, Carlyle e Nietzsche giunsero
fino a Hitler. L'influenza di Ruskin, per quanto a sua volta influenzato
da Carlyle, non è stata così perniciosa, visto che si è esercitata, e
potentemente, su Proust e Wilde, oltre che su Tolstoi e Gandhi; e, anche
attraverso William Morris (che così riassumerà l'opera di Ruskin:
"L'arte è una morale, la migliore fonte di cameratismo - il cameratismo
è la vita, l'assenza di cameratismo la morte"), sul movimento operaio
inglese di fine Ottocento.
(Circa l'importanza di Ruskin per Proust
è inutile dire, se non per rilevare che Proust colse di Ruskin soltanto
gli aspetti 'proustiani'. Di Wilde conviene ricordare due cose: il suo
lavoro di stradino, sotto la direzione di Ruskin, e il suo saggio Lo
spirito dell'uomo sotto il socialismo (del 1891). Philippe Jullian
racconta che quando nel 1878 Wilde arriva a Oxford, Ruskin, all'apice
della fama, trova il modo di utilizzare l'ardore sportivo dei suoi
allievi: costruire una strada tra due villaggi separati da uno stagno.
Wilde ha orrore per lo sport ma venera Ruskin, al punto di diventare uno
dei più ferventi sterratori e di non cedere a nessuno l'onore di
spingere la carriola del maestro. La strada non fu finita: "Come una
cattiva conferenza", dirà poi Wilde, "si fermò tutto a un tratto in
mezzo alle paludi". L'impronta di Ruskin si ritrova anche negli scritti
di Wilde, che nel saggio citato scrive: "Lo Stato farà ciò che è utile.
L'Individuo farà ciò che è bello").
Le fantastiche strade dei borghesi
affaticati.
Ruskin in ogni caso merita, oggi
soprattutto, un'attenzione generosa: quella che si deve ai grandi
critici borghesi della borghesia. Così nella critica d'arte come nella
critica della società (ma si è già notato che in Ruskin critica estetica
e critica sociale coincidono), Ruskin rovescia la prospettiva corrente,
e vede nel Rinascimento la fine dell'Età dell'oro, il principio degli
aridi 'tempi presenti', la riduzione della società da organismo vivente
e solidale a macchina efficiente ma inanimata, il sopravvento della
logica sul sentimento mistico, il prevalere del valore di scambio sul
valore d'uso, la divisione smithiana del lavoro che si fa lavoro diviso,
l'istituzione del denaro come nesso sociale: "la forza della ghinea che
porti in tasca dipende totalmente dalla mancanza della stessa nella
tasca del tuo vicino". Mentre per Ruskin la vera ricchezza è la
disponibilità di lavoro da scambiare con altro lavoro, la
tesaurizzazione compromette lo svolgersi armonioso del processo
economico, e l'interesse è usura.
Per Ruskin si è obbligati a una scelta
netta: di un essere vivente si può fare un uomo oppure una macchina, uno
strumento inanimato, ma non entrambe le cose. L'errore, il grande
errore, del Rinascimento consiste precisamente in questo, nel credere
che la scienza e l'arte siano la stessa cosa, e che il progresso
dell'una sia necessariamente il perfezionamento dell'altra:
in realtà, esse sono non soltanto cose
diverse, ma così opposte che, in novantanove casi su cento, il progresso
dell'una fa retrocedere l'altra. ... Tutto quello che è
incommensurabile, intangibile, indivisibile, e che è dello spirito, -
tutto ciò le scuole della scienza perdono sicuramente e cancellano dalla
loro visione: e cioé proprio tutto ciò che vale la pena di possedere e
di ricordare. ... le linee imperfette del pensiero che svanisce. ... E
il male disperato dell'intero sistema del Rinascimento, è che ogni senso
di misura vi fu dimenticato, che la scienza fu ritenuta l'unico bene e
che non si esaminò mai se gli uomini ne siano vivificati o paralizzati.
L'architetto del Rinascimento non
lavora per il volgo, lavora soltanto per gli uomini di accademia e di
corte:
E l'istinto del mondo lo sentì
immediatamente. Nella nuova precisione e nella legge accurata della
forma classica gli uomini percepirono qualcosa che si confaceva in modo
particolare alla esaltazione dello Stato: i principi se ne compiacquero,
ed i cortigiani. Il gotico era buono per il culto di Dio, ma questo era
buono per il culto dell'uomo. Il gotico era amico di tutti i cuori, ed
era universale, come la natura: poteva fabbricare un tempio per la
preghiera dei popoli, o abbassarsi alla scala a chiocciola di un povero.
Ma questa era un'architettura che non si sarebbe abbassata, che non
conosceva l'umiltà, né la pietà. Se ne rallegrarono i superbi principi e
signori. In ogni sua linea era piena di insulto per il povero. Non
avrebbe costruito coi materiali di cui poteva disporre il povero; non
avrebbe avuto per tetto stoppie o assicelle o neri tronchi di quercia;
né per pareti ruvida pietra o mattone; né avrebbe avuto piccole finestre
aperte là dove fosse necessario; nè si sarebbe rannicchiata, dovunque
riuscisse a trovar posto, agli angoli delle vie. Sarebbe stata invece di
pietra di taglio; e avrebbe avute le sue finestre e le sue porte, e le
sue scale e i suoi pilastri, in ordine signorile e dimensioni maestose;
e avrebbe avuto ali e corridoi, sale e giardini, come se la terra intera
fosse sua. E le rozze capanne dei montanari e le fantastiche strade dei
borghesi affaticati, sarebbero scomparse dalla sua via, come specie
inferiore.
Architettura e società.
Per Ruskin l'età dell'oro è il suo
Medioevo: "l'aspetto più mirabile delle scuole gotiche di architettura è
proprio questo: che accettano i risultati del lavoro delle menti più
umili, e da frammenti tanto visibilmente imperfetti, fanno con
indulgenza sorgere un tutto grandioso e inattaccabile". Ruskin descrive
così il carattere di quest'epoca, rinviando a passi del Chartism di
Carlyle:
In quei secoli silenti e lontani s'erano
svolti molti avvenimenti oscuri tra moltitudini di genti mute. Non
s'erano combattute soltanto le grandi battaglie, né stipulate solo le
celebri paci. Con immane fatica e con non poche sofferenze di milioni di
padri e di figli durante diciotto generazioni, la terra era stata
dissodata, prosciugata, coperte di bionde e ricche messi. I lutulenti
villaggi erano diventati città con dimore ben riparate, vie praticabili,
chiese e campanili; ed eran nate e cresciute le arti del ferro e quelle
dei tessuti ed erano divenute fiorenti; e i campi potevano esser messi
in vendita e trovar compratori.
Ognuno sapeva fare qualcosa, qualcosa di
meglio che non fosse spaccare il cranio al vicino con l'ascia di guerra.
E le arti erano raccolte in corporazioni di milioni di confratelli, i
quali con i loro martelli, con le loro spole, coi loro arnesi d'ogni
tipo - quale esercito immenso! - eran pronti a conquistare la terra e a
mantenerla ben salda dopo la conquista. E la gente aveva acquisito
l'abitudine a pensare e perfino a credere! E la coscienza d'ognuno s'era
sviluppata - la Coscienza con l'Intelligenza in guisa d'ancella! - e
innumeri idee circolavano liberamente fra quegli uomini: idee poetiche
ed anche devote, che per vie meravigliose dovevan trovare il loro
compimento. Ed anche questa dovremo chiamare una nuova espansione
dell'anima umana, per quanto difficile a definire e a tradurre in
parole: ogni uomo sentiva d'avere una coscienza propria all'infuori di
quella del suo prete; e questi - qualunque fosse il suo nome - doveva
convincersene.
Due sarebbero dunque gli elementi
necessari per una vita sociale ordinata e felice: lo sviluppo di una
possente classe di artefici e di mercanti, che abbiano acquisito la
destrezza manuale e la rettitudine dello scambio, e lo sviluppo della
coscienza individuale ("poiché nelle cose nostre, non ad altri compete
che non a noi il pensare e il fare"):
Allorché queste tre corporazioni di
uomini poterono vivere in perfetta armonia - i signori fedeli allo
stato, il clero alla fede e gli artigiani al lavoro - si verificò
realmente, con il massimo sviluppo delle a lungo incubate forze
nazionali, il fiorire della grande Arte del Medioevo. Molto più tardi,
la comune disgregazione della fine del Sedicesimo secolo doveva
risultare in maniera ineluttabile dalla superbia dei signori, dalla
cupidigia del clero, dal progressivo svilirsi del carattere
dell'artigiano e dell'artefice, tramutato - da un sobrio cittadino
capace di maneggiare i propri arnesi in pace, come le proprie armi in
guerra - in un mercante imbolsito, costretto a prezzolare truppe
mercenarie per difendere casa e bottega. L'esistenza delle arti più
nobili richiede che ciascuna di quelle classi serbi la propria fede e
che tutte siano in armonico equilibrio; ed è questa la condizione delle
cose che - più o meno intristita periodicamente dai vizi inerenti ad
ogni classe - perdura con vitalità produttiva dal Dodicesimo al
Quindicesimo secolo.
E in quel mondo si aveva non solo la
necessaria "giustezza" del lavoro (secondo Praz, Ruskin è il primo a
formulare l'idea di civismo mistico compendiata nella parola service),
ma anche più libertà:
in Inghilterra c'era forse più libertà
nel periodo feudale - benché le parole più fatue di un signore potessero
pesare quanto la vita di un uomo, e il sangue del contadino oppresso
inzuppasse i solchi dei campi - di quanto ce ne sia ora, che la vitalità
della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il
fumo delle fabbriche, e la sua forza viene quotidianamente sprecata per
ottenere un tessuto perfetto o consumata nello sforzo necessario per
eseguire senza errori una linea.
LA NOSTRA ANIMA È' COLMA
DELL'OBBROBRIO DEL RICCO.
Le premesse, la parte critica, del
socialismo estetico e nostalgico non sono dissimili da quelle del
socialismo 'scientifico' e progressivo, per il quale
La borghesia ha avuto nella storia una
funzione sommamente rivoluzionaria. Dove è giunta al potere, essa ha
distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache.
Essa ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società
feudale avvincevano l'uomo ai suoi superiori naturali, e non ha lasciato
tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato
"pagamento in contanti". Essa ha affogato nell'acqua gelida del calcolo
egoistico i santi fremiti dell'esaltazione religiosa, dell'entusiasmo
cavalleresco, della sentimentalità piccolo-borghese. Ha fatto della
dignità personale un semplice valore di scambio; e in luogo delle
innumerevoli franchige faticosamente acquisite e patentate, ha posto la
sola libertà di commercio senza scrupoli. In una parola, al posto dello
sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha messo lo
sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e arido.
La borghesia ha spogliato della loro
aureola tutte quelle attività che per l'innanzi erano considerate degne
di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il
prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati. La borghesia ha
strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti di
famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di denari. ... Il
lavoro dei proletari, con l'estendersi dell'uso delle macchine e con la
divisione del lavoro ha perduto ogni carattere d'indipendenza e quindi
ogni attrattiva per l'operaio. Questi diventa un semplice accessorio
della macchina, un accessorio a cui non si chiede che un'operazione
estremamente semplice, monotona, facilissima ad imparare.
Questo è Carlyle, il Carlyle del cash
nexus; e lo stesso Ruskin (che in una occasione disse di sé: "In
verità io sono un comunista della vecchia scuola, ancor più rosso dei
rossi") scrive cose non diverse circa la divisione capitalistica del
lavoro:
E' veramente questa degradazione
dell'operaio a macchina, che, molto più di ogni altro male dei nostri
tempi, sta spingendo le masse popolari di tutte le nazioni a una lotta
vana, incoerente e distruttiva, per una libertà di cui non sanno
spiegarsi la natura. ... e non perchè gli uomini sono mal nutriti, ma
perché non traggono alcun piacere dal lavoro col quale si guadagnano il
pane, e quindi cercano nella ricchezza l'unica felicità possibile. ...
Negli ultimi anni abbiamo molto studiato
e perfezionato quella grande invenzione della civiltà moderna che è la
divisione del lavoro: soltanto, le abbiamo dato un nome sbagliato. In
realtà non è il lavoro ad essere diviso, ma l'uomo. Diviso in meri
segmenti d'uomo, frantumato in frammenti e briciole di vita, sicché la
piccola porzione di intelligenza che gli vien lasciata, non e'
sufficiente per fare un ago o un chiodo, ma si esaurisce nell'atto di
fare la punta dell'ago o la testa del chiodo. Certo, è utile e
auspicabile fabbricare un gran numero di aghi al giorno, ma se soltanto
potessimo vedere con quale sabbia cristallina la loro punta è stata
molata - sabbia di spirito umano, tanto più magnificata quanto meno se
ne conosce la natura - penseremmo che forse stiamo perdendo qualcosa di
molto importante. Il grido che si leva da tutte le nostre città
industriali, più forte del fragore delle loro fornaci, vuol dirci
proprio questo: noi possiamo fabbricare tutto, ma non gli uomini.
Diverse sono le conclusioni, poiché
diametralmente opposto è il modo di guardare alla dialettica fra forze
produttive e rapporti di produzione. La conclusione di Marx e di Engels
è nota: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!". Quella di Ruskin,
"comunista" e conservatore (sempre di sé, Ruskin dice anche: "io sono,
violentemente, e mio padre lo era prima di me, un Tory della vecchia
scuola"), è che:
Si può ottenere qualcosa soltanto
attraverso una giusta comprensione, da parte di tutte le classi, dei
generi di lavoro adatti all'uomo, capaci di nobilitarlo e renderlo
felice, sacrificando consapevolmente vantaggi estetici e ed economici
conseguibili soltanto a prezzo della degradazione del lavoratore, e
richiedendo con fermezza i prodotti e risultati di un lavoro sano e
dignitoso.
Ma nonostante le differenze di
prospettiva, proprio i rivoluzionari riconoscono i meriti (critici) del
socialismo feudale. Scrive Engels:
E' nelle intenzioni della Giovane
Inghilterra [una frazione del partito conservatore che ebbe fra i
rappresentanti più in vista Disraeli e Carlyle] di ricostruire l'antica
merry England con i suoi aspetti brillanti e il suo romantico
feudalismo: naturalmente questo fine è inattuabile e perfino ridicolo, è
una caricatura di tutto il progresso storico, ma le buone intenzioni, il
coraggio di opporsi alla realtà attuale e ai pregiudizi esistenti e di
riconoscere l'infamia di questa realtà attuale hanno pure il loro
valore.
Giudizio analogo si dà nel Manifesto (con
riferimento a Sismondi e poi al socialismo e il comunismo
critico-utopistici):
Questo socialismo anatomizzò molto
acutamente le contraddizioni esistenti nei moderni rapporti di
produzione. Esso mise a nudo gli eufemismi ipocriti degli economisti.
... Quanto al suo contenuto positivo, però, questo socialismo, o vuole
ristabilire i vecchi mezzi di produzione e di scambio e con essi i
vecchi rapporti di proprietà e la vecchia società, oppure vuole per
forza imprigionare di nuovo i moderni mezzi di produzione e di scambio
nel quadro dei vecchi rapporti di proprietà ch'essi hanno spezzato e che
non potevano non spezzare. In ambo i casi esso è a un tempo reazionario
e utopistico. ... L'importanza del socialismo e del comunismo
critico-utopistici è in ragione inversa allo sviluppo storico. ...
Perciò, anche se gli autori di questi sistemi erano per molti aspetti
rivoluzionari, i loro scolari formano sempre delle sètte reazionarie.
Così come fu generoso Trockij, con
Carlyle e Ruskin:
S.[cheffler] non menziona né Carlyle, il
quale da tempo ha detto che il pagamento in contanti è ancora un legame
insufficiente dell'uomo con l'uomo, né Ruskin, il quale ha chiamato
sdegnatamente i propri compatrioti money-making mob, una plebe che fa i
soldi. Anche Ruskin voleva far rinascere la società mediante stabili
idee estetico-morali. Ma egli riconobbe apertamente la loro
incompatibilità con l'individualismo capitalistico, 'respinse' del tutto
l'industria contemporanea e chiese un ritorno alle corporazioni di
mestiere. E' follia, naturalmente! Ma la cosa ha almeno il vantaggio di
una bella coerenza.
A Ruskin probabilmente sarebbe
piaciuta l'economia politica di Keynes, del Keynes critico del laissez
faire e delle Prospettive economiche per i nostri nipoti (dove gli echi
di Ruskin sono evidenti):
Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad
alcuni dei princìpi più solidi e autentici della religione e della virtù
tradizionali: che l'avarizia è un vizio, l'esazione dell'usura una
colpa, l'amore per il denaro spregevole, e che chi meno s'affanna per il
domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda
saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene
all'utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l'ora e il
giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere
diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano.
A Thing of Beauty is a Joy for Ever.
Con Ruskin 'economista' Schumpeter è più severo di quanto non siano
Engels, Marx, e Trockij:
Il giudizio che pronuncio nei suoi
riguardi è esattamente lo stesso di quello che egli avrebbe pronunciato
nei riguardi di qualsiasi scrittore che si fosse messo per esempio a
criticare i dipinti di Turner senza essersi prima procurato, con uno
studio moralmente neutrale, una sufficiente padronanza dei fatti e delle
tecniche pertinenti.
In Economia politica dell'arte Ruskin si
muove sul suo campo, ma anche qui non è "moralmente neutrale" (convinto
come è che "nelle equazioni umane, contrariamente alle equazioni
algebriche, vi sono elementi morali che sconvolgono tutti i calcoli").
All'arte (che così distingue dalla manufattura: "Adopero la parola
'arte' qui solo in rapporto alle arti belle, perché per le arti minori
di produzione meccanica adopererei la parola 'manufattura'") applica
infatti le stesse regole di vita, semplici ma fondamentali, che fissa
per riconoscere "i prodotti e risultati di un lavoro sano e dignitoso":
1) Non incoraggiare la fabbricazione di articoli alla cui produzione non
partecipa l'invenzione, a meno che non siano assolutamente necessari. 2)
Non richiedere la precisione di rifinitura per se stessa, ma soltanto
per scopi pratici o nobili. 3) Non incoraggiare imitazioni o copie di
qualsivoglia genere, se non con l'intento di conservare la testimonianza
di grandi opere.
Il primo dovere dell'economista dell'arte
è far sì che nessuno intelletto brilli semplicemente alla maniera della
brina; ma che abbia lo splendore vetrificato di una finestra dipinta,
come essa disposto tra colonnine di pietra e barre di ferro, capace di
sopportare il calore del sole e lasciarlo filtrare attraverso, di
generazione in generazione".
[completare la bibliografia, e
controllare se esistono altre edizioni italiane di Ruskin. Di Economia
politica dell'arte c'è quella, con traduzione e introduzione di F.
Elefante, Moizzi editore, Bergamo 1980)]
Rinvii
Di Ruskin si veda, in italiano:
J. Ruskin, Le pietre di Venezia, a cura
di A. Grosso-Guidetti, UTET, Torino 1972.
J. Ruskin, La natura del gotico [sesto
capitolo del secondo volume di Le pietre di Venezia], con un saggio
introduttivo di F. Bernabei, Jaca Book, Milano 1981.
J. Ruskin, Mattinate fiorentine, a cura e
con l'introduzione di A. Brilli, Mondadori, Milano 1984.
Su Ruskin, sono qui citati o evocati:
Q. Bell, Ruskin, The Hogarth Press,
Londra 1978.
G.K.Chesterton, L'età vittoriana nella
letteratura, Bompiani, Milano 1945.
F. Engels, La situazione della classe
operaia in Inghilterra, ...
E. J. Hobsbawn, Le rivoluzioni borghesi,
Il trionfo della borghesia, L'età degli imperi, Laterza, Bari 1963,
1986, 1987, e "La cultura europea e il marxismo fra Otto e Novecento",
in: Storia del marxismo, Volume secondo (Il marxismo nell'età della
Seconda Internazionale), Einaudi, Torino 1979.
P. Jullian, Oscar Wilde, Einaudi, Torino
1972.
J. M. Keynes, "La fine del laissez faire",
e "Prospettive economiche per i nostri nipoti", in: La fine del laissez
faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991.
G.Lukàcs, La distruzione della ragione,
Einaudi, Torino 1959. K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito
comunista, ...
M. Praz, La letteratura inglese dai
romantici al novecento, Sansoni, Firenze 1967.
B. Russell, Storia della filosofia
occidentale, Longanesi, Milano 1953.
J. A. Schumpeter, Storia dell'analisi
economica, Bollati Boringhieri, Torino 1990.
L. Trockij, Letteratura e rivoluzione,
introduzione e traduzione di V. Strada, Einaudi, Torino 1973.
O. Wilde, "L'anima dell'uomo sotto il
socialismo", in Saggi, a cura di M. d'Amico, Mondadori, Milano 1981.
Una rivelatrice fotografia di Ruskin si
trova in: IGNOTO A ME STESSO, Bompiani, Milano 1987. |