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Un Manifesto nostalgico Giorgio Lunghini

AL GIORNO D'OGGI FACCIAMO DI TUTTO PER SEPARARE LE DUE COSE:
VOGLIAMO UN UOMO CHE PENSA SEMPRE E UN ALTRO CHE LAVORA SEMPRE;
UNO LO CHIAMIAMO GENTILUOMO, L'ALTRO OPERAIO. INVECE L'OPERAIO DOVREBBE SPESSO PENSARE E L'INTELLETTUALE SPESSO LAVORARE, E SAREBBERO ENTRAMBI GENTILUOMINI, NEL SENSO MIGLIORE.
COSÌ COME STANNO LE COSE, LI RENDIAMO CATTIVI ENTRAMBI: L'UNO INVIDIA, L'ALTRO DISPREZZA IL FRATELLO; L'INSIEME DELLA SOCIETÀ È' FATTO DI INTELLETTUALI MALSANI E DI OPERAI MISERABILI.

(John Ruskin)

John Ruskin (1819-1900) è noto sopratutto come studioso di estetica e come storico dell'arte, e tale principalmente fu prima del 1860; poi volle essere principalmente economista e riformatore sociale.

Economia politica dell'arte *

* The Political Economy of Art, del 1857, raccoglie le conferenze tenute da Ruskin a Manchester nello stesso anno.

John Ruskin in his study at Brantwood 1881Fu ripubblicato nel 1880 con il titolo A Joy for Ever (dall'oggi abusato verso di Keats: "A Thing of Beauty is a Joy for Ever") è la cerniera fra i due momenti del pensiero di Ruskin. Nella sua opera tuttavia non vi è soluzione di continuità, poiché la base della sua economia politica è la sua estetica, e fondamenta di entrambe sono l'etica e la religione.

Le idee economico-politiche di Ruskin non sono né originali né sistematiche. Ruskin è fra quegli autori dell'epoca, che contestano l'economia politica classica (di Adam Smith e di David Ricardo) in quanto contestano la disumanità del capitalismo industriale dell'Ottocento.

C'è qui, nella critica ruskiniana dell'economia politica classica, un errore di metodo, che non si ritrova nella critica marxiana dell'economia politica; ma è un errore nobile, dettato dal desiderio di armonia nelle relazioni sociali, e dall'aspirazione ad una società caratterizzata da cooperazione e giustizia (e ordine gerarchico), anziché dalla concorrenza, l'avarizia, lo spreco.

Confondendo analisi e oggetto dell'analisi, Ruskin (e prima di lui il Carlyle della "dismal science") critica l'economia politica poiché trascura gli aspetti morali dell'azione umana, riduce la natura umana ad un astratto 'uomo economico', alimenta dottrine irreligiose, legittima la speculazione, l'interesse da capitale, la politica del laissez faire. Per Ruskin il compromesso vittoriano è inaccettabile, la decadenza comincia con il Rinascimento, il modello è il Medioevo. Un modello impraticabile, ma che per contrasto serve a una critica indignata della modernità, apprezzata anche da autori dotati di altra capacità di analisi e mossi da progetti di diverso segno.

Il fiery devil e il compromesso vittoriano. Il mondo vagheggiato da John Ruskin è quello che egli immagina sia stato il Medioevo:

esiste un magnifico attributo del colore nel tardo XII, l'intero XIII e il primo XIV secolo, ed è l'unione di un colore con un altro con reciproca interferenza. E' questo un principio magnifico perché è eterno e universale, non solo nell'arte, ma nella vita umana.
E' il grande principio della Fratellanza, ottenuto non per mezzo dell'uguaglianza o della somiglianza, ma per mezzo del dare e del ricevere; le anime che sono diverse, le nazioni che sono diverse, e le nature che sono diverse, sono legate in un tutto nobile, perché ciascuna riceve qualcosa dei doni e della gloria delle altre.

Il mondo in cui Ruskin vive davvero, e che ne susciterà lo scandalo, è ricostruito così da Mario Praz:

Il primo Reform Bill nel 1832, l'abrogazione delle leggi sul grano (Corn Laws) del 1846, la Grande Esposizione di Londra del 1851 sono le date principali dell'avvento e dell'apoteosi della borghesia industriale in Inghilterra.

Se la seconda parte del regno della regina Vittoria è l'età della finanza e dell'imperialismo, la prima parte, che a un dipresso può considerarsi conclusa verso il 1865 colla morte di lord Palmerston, è l'età dell'industria, e chi dice industria dice vapore. Il deus ex machina del multiforme spettacolo dello sviluppo industriale è proprio il fiery devil, il tonante demonio di fuoco, il vapore. Nel 1836, quando cominciarono ad apparire i Pickwick Papers del Dickens, per quanto si progettassero ferrovie per tutto il paese, l'Inghilterra delle strade maestre, con le sue diligenze e le sue locande, era ancora intatta; i servizi di corriera eran giunti al colmo della loro perfezione; la rossa sedia di posta compiva in sole sedici ore e mezzo il viaggio da Londra a Exeter. L'orizzonte del mare ancora pullulava di vele: la Manica era affollata di piccole navi, ché la lunghezza dei viaggi e la poca capacità dei vascelli ne avevano generato una moltitudine.

Le navi a vapore, introdotte nel 1824, non furono in grado di correre sul serio sulle acque altro che nel 1838, con l'avvento della propulsione a elica; lo stesso anno nasceva il primo bastimento a fasciame di ferro. L'introduzione del ferro nella costruzione delle navi e la vicinanza dei cantieri alle miniere di carbone e alle fonderie dettero all'Inghilterra tali vantaggi sulle altre nazioni naviganti, che essa poté abrogare le leggi sulla navigazione e adottare il libero scambio. Si erano appena aperti al mondo i mercati britannici, che la scoperta dell'oro in California, e subito dopo in Australia, causò una febbre di costruzioni navali. Infine, dopo il Gold Rush, dopo l'ondata di cercatori d'oro, un'altra ondata migratoria doveva dare enorme impulso al traffico marittimo: i contadini affamati d'Irlanda e d'Europa, caricati sui piroscafi come bestiame, per cercare non l'oro, ma soltanto il pane nel Nuovo Mondo.

L'interesse economico è la molla di tutto il movimento industriale, ma benché la più sfrenata concorrenza e lo sfruttamento irresponsabile del lavoro siano alla base della prosperità, l'utilitarismo non è apertamente conclamato. I progressi scientifici, la pubblicazione di opere come Principles of Geology di Charles Lyell (1830-33) e The Origin of Species di Charles Darwin (1859), il successo della teoria dell'evoluzione e del positivismo scuotono le credenze tradizionali, ma si rifugge dal dedurre le estreme conclusioni, e si cerca invece di contemperare opposte esigenze in un equilibrio che riesce a mantenersi per buona parte del secolo. La borghesia, di origini puritane, impone il suo tono morale a tutte le manifestazioni. La parola d'ordine è un soddisfatto ottimismo per le "magnifiche sorti e progressive". E' questo il cosiddetto compromesso vittoriano. ... L'eroe dell'epoca vittoriana è l'uomo di scienza. L'epoca segnò dunque il trionfo degl'ideali borghesi.

Sorge di qui, in questo contesto e contro il razionalismo trionfante e l'illusione di un equilibrio ormai definitivo, la reazione anticapitalista di Carlyle, di Ruskin, e di altri: una critica del tempo presente fatta di nostalgia di un periodo del passato come ideale da realizzare per il futuro. Negli stessi anni Marx e Engels scrivono il Manifesto del Partito comunista.

Secondo Bertrand Russell da Rousseau a Kant in poi ci sono state due scuole, che si possono distinguere ("a fini di orientamento e come mezzo mnemonico") in: teste solide e cuori teneri. Le teste solide passarono attraverso Bentham, Ricardo e Marx, per successivi stadi logici, fino a Stalin; i cuori teneri per altri stadi logici, attraverso Fichte, Byron, Carlyle e Nietzsche giunsero fino a Hitler. L'influenza di Ruskin, per quanto a sua volta influenzato da Carlyle, non è stata così perniciosa, visto che si è esercitata, e potentemente, su Proust e Wilde, oltre che su Tolstoi e Gandhi; e, anche attraverso William Morris (che così riassumerà l'opera di Ruskin: "L'arte è una morale, la migliore fonte di cameratismo - il cameratismo è la vita, l'assenza di cameratismo la morte"), sul movimento operaio inglese di fine Ottocento.

(Circa l'importanza di Ruskin per Proust è inutile dire, se non per rilevare che Proust colse di Ruskin soltanto gli aspetti 'proustiani'. Di Wilde conviene ricordare due cose: il suo lavoro di stradino, sotto la direzione di Ruskin, e il suo saggio Lo spirito dell'uomo sotto il socialismo (del 1891). Philippe Jullian racconta che quando nel 1878 Wilde arriva a Oxford, Ruskin, all'apice della fama, trova il modo di utilizzare l'ardore sportivo dei suoi allievi: costruire una strada tra due villaggi separati da uno stagno. Wilde ha orrore per lo sport ma venera Ruskin, al punto di diventare uno dei più ferventi sterratori e di non cedere a nessuno l'onore di spingere la carriola del maestro. La strada non fu finita: "Come una cattiva conferenza", dirà poi Wilde, "si fermò tutto a un tratto in mezzo alle paludi". L'impronta di Ruskin si ritrova anche negli scritti di Wilde, che nel saggio citato scrive: "Lo Stato farà ciò che è utile. L'Individuo farà ciò che è bello").

Le fantastiche strade dei borghesi affaticati.

Ruskin in ogni caso merita, oggi soprattutto, un'attenzione generosa: quella che si deve ai grandi critici borghesi della borghesia. Così nella critica d'arte come nella critica della società (ma si è già notato che in Ruskin critica estetica e critica sociale coincidono), Ruskin rovescia la prospettiva corrente, e vede nel Rinascimento la fine dell'Età dell'oro, il principio degli aridi 'tempi presenti', la riduzione della società da organismo vivente e solidale a macchina efficiente ma inanimata, il sopravvento della logica sul sentimento mistico, il prevalere del valore di scambio sul valore d'uso, la divisione smithiana del lavoro che si fa lavoro diviso, l'istituzione del denaro come nesso sociale: "la forza della ghinea che porti in tasca dipende totalmente dalla mancanza della stessa nella tasca del tuo vicino". Mentre per Ruskin la vera ricchezza è la disponibilità di lavoro da scambiare con altro lavoro, la tesaurizzazione compromette lo svolgersi armonioso del processo economico, e l'interesse è usura.

Per Ruskin si è obbligati a una scelta netta: di un essere vivente si può fare un uomo oppure una macchina, uno strumento inanimato, ma non entrambe le cose. L'errore, il grande errore, del Rinascimento consiste precisamente in questo, nel credere che la scienza e l'arte siano la stessa cosa, e che il progresso dell'una sia necessariamente il perfezionamento dell'altra:

in realtà, esse sono non soltanto cose diverse, ma così opposte che, in novantanove casi su cento, il progresso dell'una fa retrocedere l'altra. ... Tutto quello che è incommensurabile, intangibile, indivisibile, e che è dello spirito, - tutto ciò le scuole della scienza perdono sicuramente e cancellano dalla loro visione: e cioé proprio tutto ciò che vale la pena di possedere e di ricordare. ... le linee imperfette del pensiero che svanisce. ... E il male disperato dell'intero sistema del Rinascimento, è che ogni senso di misura vi fu dimenticato, che la scienza fu ritenuta l'unico bene e che non si esaminò mai se gli uomini ne siano vivificati o paralizzati.

L'architetto del Rinascimento non lavora per il volgo, lavora soltanto per gli uomini di accademia e di corte:

E l'istinto del mondo lo sentì immediatamente. Nella nuova precisione e nella legge accurata della forma classica gli uomini percepirono qualcosa che si confaceva in modo particolare alla esaltazione dello Stato: i principi se ne compiacquero, ed i cortigiani. Il gotico era buono per il culto di Dio, ma questo era buono per il culto dell'uomo. Il gotico era amico di tutti i cuori, ed era universale, come la natura: poteva fabbricare un tempio per la preghiera dei popoli, o abbassarsi alla scala a chiocciola di un povero. Ma questa era un'architettura che non si sarebbe abbassata, che non conosceva l'umiltà, né la pietà. Se ne rallegrarono i superbi principi e signori. In ogni sua linea era piena di insulto per il povero. Non avrebbe costruito coi materiali di cui poteva disporre il povero; non avrebbe avuto per tetto stoppie o assicelle o neri tronchi di quercia; né per pareti ruvida pietra o mattone; né avrebbe avuto piccole finestre aperte là dove fosse necessario; nè si sarebbe rannicchiata, dovunque riuscisse a trovar posto, agli angoli delle vie. Sarebbe stata invece di pietra di taglio; e avrebbe avute le sue finestre e le sue porte, e le sue scale e i suoi pilastri, in ordine signorile e dimensioni maestose; e avrebbe avuto ali e corridoi, sale e giardini, come se la terra intera fosse sua. E le rozze capanne dei montanari e le fantastiche strade dei borghesi affaticati, sarebbero scomparse dalla sua via, come specie inferiore.

Architettura e società.

Per Ruskin l'età dell'oro è il suo Medioevo: "l'aspetto più mirabile delle scuole gotiche di architettura è proprio questo: che accettano i risultati del lavoro delle menti più umili, e da frammenti tanto visibilmente imperfetti, fanno con indulgenza sorgere un tutto grandioso e inattaccabile". Ruskin descrive così il carattere di quest'epoca, rinviando a passi del Chartism di Carlyle:

In quei secoli silenti e lontani s'erano svolti molti avvenimenti oscuri tra moltitudini di genti mute. Non s'erano combattute soltanto le grandi battaglie, né stipulate solo le celebri paci. Con immane fatica e con non poche sofferenze di milioni di padri e di figli durante diciotto generazioni, la terra era stata dissodata, prosciugata, coperte di bionde e ricche messi. I lutulenti villaggi erano diventati città con dimore ben riparate, vie praticabili, chiese e campanili; ed eran nate e cresciute le arti del ferro e quelle dei tessuti ed erano divenute fiorenti; e i campi potevano esser messi in vendita e trovar compratori.

Ognuno sapeva fare qualcosa, qualcosa di meglio che non fosse spaccare il cranio al vicino con l'ascia di guerra. E le arti erano raccolte in corporazioni di milioni di confratelli, i quali con i loro martelli, con le loro spole, coi loro arnesi d'ogni tipo - quale esercito immenso! - eran pronti a conquistare la terra e a mantenerla ben salda dopo la conquista. E la gente aveva acquisito l'abitudine a pensare e perfino a credere! E la coscienza d'ognuno s'era sviluppata - la Coscienza con l'Intelligenza in guisa d'ancella! - e innumeri idee circolavano liberamente fra quegli uomini: idee poetiche ed anche devote, che per vie meravigliose dovevan trovare il loro compimento. Ed anche questa dovremo chiamare una nuova espansione dell'anima umana, per quanto difficile a definire e a tradurre in parole: ogni uomo sentiva d'avere una coscienza propria all'infuori di quella del suo prete; e questi - qualunque fosse il suo nome - doveva convincersene.

Due sarebbero dunque gli elementi necessari per una vita sociale ordinata e felice: lo sviluppo di una possente classe di artefici e di mercanti, che abbiano acquisito la destrezza manuale e la rettitudine dello scambio, e lo sviluppo della coscienza individuale ("poiché nelle cose nostre, non ad altri compete che non a noi il pensare e il fare"):

Allorché queste tre corporazioni di uomini poterono vivere in perfetta armonia - i signori fedeli allo stato, il clero alla fede e gli artigiani al lavoro - si verificò realmente, con il massimo sviluppo delle a lungo incubate forze nazionali, il fiorire della grande Arte del Medioevo. Molto più tardi, la comune disgregazione della fine del Sedicesimo secolo doveva risultare in maniera ineluttabile dalla superbia dei signori, dalla cupidigia del clero, dal progressivo svilirsi del carattere dell'artigiano e dell'artefice, tramutato - da un sobrio cittadino capace di maneggiare i propri arnesi in pace, come le proprie armi in guerra - in un mercante imbolsito, costretto a prezzolare truppe mercenarie per difendere casa e bottega. L'esistenza delle arti più nobili richiede che ciascuna di quelle classi serbi la propria fede e che tutte siano in armonico equilibrio; ed è questa la condizione delle cose che - più o meno intristita periodicamente dai vizi inerenti ad ogni classe - perdura con vitalità produttiva dal Dodicesimo al Quindicesimo secolo.

E in quel mondo si aveva non solo la necessaria "giustezza" del lavoro (secondo Praz, Ruskin è il primo a formulare l'idea di civismo mistico compendiata nella parola service), ma anche più libertà:

in Inghilterra c'era forse più libertà nel periodo feudale - benché le parole più fatue di un signore potessero pesare quanto la vita di un uomo, e il sangue del contadino oppresso inzuppasse i solchi dei campi - di quanto ce ne sia ora, che la vitalità della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il fumo delle fabbriche, e la sua forza viene quotidianamente sprecata per ottenere un tessuto perfetto o consumata nello sforzo necessario per eseguire senza errori una linea.

LA NOSTRA ANIMA È' COLMA DELL'OBBROBRIO DEL RICCO.

Le premesse, la parte critica, del socialismo estetico e nostalgico non sono dissimili da quelle del socialismo 'scientifico' e progressivo, per il quale

La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria. Dove è giunta al potere, essa ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache. Essa ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l'uomo ai suoi superiori naturali, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato "pagamento in contanti". Essa ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti dell'esaltazione religiosa, dell'entusiasmo cavalleresco, della sentimentalità piccolo-borghese. Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio; e in luogo delle innumerevoli franchige faticosamente acquisite e patentate, ha posto la sola libertà di commercio senza scrupoli. In una parola, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha messo lo sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e arido.

La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte quelle attività che per l'innanzi erano considerate degne di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati. La borghesia ha strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti di famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di denari. ... Il lavoro dei proletari, con l'estendersi dell'uso delle macchine e con la divisione del lavoro ha perduto ogni carattere d'indipendenza e quindi ogni attrattiva per l'operaio. Questi diventa un semplice accessorio della macchina, un accessorio a cui non si chiede che un'operazione estremamente semplice, monotona, facilissima ad imparare.

Questo è Carlyle, il Carlyle del cash nexus; e lo stesso Ruskin (che in una occasione disse di sé: "In verità io sono un comunista della vecchia scuola, ancor più rosso dei rossi") scrive cose non diverse circa la divisione capitalistica del lavoro:

E' veramente questa degradazione dell'operaio a macchina, che, molto più di ogni altro male dei nostri tempi, sta spingendo le masse popolari di tutte le nazioni a una lotta vana, incoerente e distruttiva, per una libertà di cui non sanno spiegarsi la natura. ... e non perchè gli uomini sono mal nutriti, ma perché non traggono alcun piacere dal lavoro col quale si guadagnano il pane, e quindi cercano nella ricchezza l'unica felicità possibile. ...

Negli ultimi anni abbiamo molto studiato e perfezionato quella grande invenzione della civiltà moderna che è la divisione del lavoro: soltanto, le abbiamo dato un nome sbagliato. In realtà non è il lavoro ad essere diviso, ma l'uomo. Diviso in meri segmenti d'uomo, frantumato in frammenti e briciole di vita, sicché la piccola porzione di intelligenza che gli vien lasciata, non e' sufficiente per fare un ago o un chiodo, ma si esaurisce nell'atto di fare la punta dell'ago o la testa del chiodo. Certo, è utile e auspicabile fabbricare un gran numero di aghi al giorno, ma se soltanto potessimo vedere con quale sabbia cristallina la loro punta è stata molata - sabbia di spirito umano, tanto più magnificata quanto meno se ne conosce la natura - penseremmo che forse stiamo perdendo qualcosa di molto importante. Il grido che si leva da tutte le nostre città industriali, più forte del fragore delle loro fornaci, vuol dirci proprio questo: noi possiamo fabbricare tutto, ma non gli uomini.

Diverse sono le conclusioni, poiché diametralmente opposto è il modo di guardare alla dialettica fra forze produttive e rapporti di produzione. La conclusione di Marx e di Engels è nota: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!". Quella di Ruskin, "comunista" e conservatore (sempre di sé, Ruskin dice anche: "io sono, violentemente, e mio padre lo era prima di me, un Tory della vecchia scuola"), è che:

Si può ottenere qualcosa soltanto attraverso una giusta comprensione, da parte di tutte le classi, dei generi di lavoro adatti all'uomo, capaci di nobilitarlo e renderlo felice, sacrificando consapevolmente vantaggi estetici e ed economici conseguibili soltanto a prezzo della degradazione del lavoratore, e richiedendo con fermezza i prodotti e risultati di un lavoro sano e dignitoso.

Ma nonostante le differenze di prospettiva, proprio i rivoluzionari riconoscono i meriti (critici) del socialismo feudale. Scrive Engels:

E' nelle intenzioni della Giovane Inghilterra [una frazione del partito conservatore che ebbe fra i rappresentanti più in vista Disraeli e Carlyle] di ricostruire l'antica merry England con i suoi aspetti brillanti e il suo romantico feudalismo: naturalmente questo fine è inattuabile e perfino ridicolo, è una caricatura di tutto il progresso storico, ma le buone intenzioni, il coraggio di opporsi alla realtà attuale e ai pregiudizi esistenti e di riconoscere l'infamia di questa realtà attuale hanno pure il loro valore.

Giudizio analogo si dà nel Manifesto (con riferimento a Sismondi e poi al socialismo e il comunismo critico-utopistici):

Questo socialismo anatomizzò molto acutamente le contraddizioni esistenti nei moderni rapporti di produzione. Esso mise a nudo gli eufemismi ipocriti degli economisti. ... Quanto al suo contenuto positivo, però, questo socialismo, o vuole ristabilire i vecchi mezzi di produzione e di scambio e con essi i vecchi rapporti di proprietà e la vecchia società, oppure vuole per forza imprigionare di nuovo i moderni mezzi di produzione e di scambio nel quadro dei vecchi rapporti di proprietà ch'essi hanno spezzato e che non potevano non spezzare. In ambo i casi esso è a un tempo reazionario e utopistico. ... L'importanza del socialismo e del comunismo critico-utopistici è in ragione inversa allo sviluppo storico. ... Perciò, anche se gli autori di questi sistemi erano per molti aspetti rivoluzionari, i loro scolari formano sempre delle sètte reazionarie.

Così come fu generoso Trockij, con Carlyle e Ruskin:

S.[cheffler] non menziona né Carlyle, il quale da tempo ha detto che il pagamento in contanti è ancora un legame insufficiente dell'uomo con l'uomo, né Ruskin, il quale ha chiamato sdegnatamente i propri compatrioti money-making mob, una plebe che fa i soldi. Anche Ruskin voleva far rinascere la società mediante stabili idee estetico-morali. Ma egli riconobbe apertamente la loro incompatibilità con l'individualismo capitalistico, 'respinse' del tutto l'industria contemporanea e chiese un ritorno alle corporazioni di mestiere. E' follia, naturalmente! Ma la cosa ha almeno il vantaggio di una bella coerenza.

A Ruskin probabilmente sarebbe piaciuta l'economia politica di Keynes, del Keynes critico del laissez faire e delle Prospettive economiche per i nostri nipoti (dove gli echi di Ruskin sono evidenti):

Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei princìpi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l'avarizia è un vizio, l'esazione dell'usura una colpa, l'amore per il denaro spregevole, e che chi meno s'affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all'utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l'ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano.

A Thing of Beauty is a Joy for Ever. Con Ruskin 'economista' Schumpeter è più severo di quanto non siano Engels, Marx, e Trockij:

Il giudizio che pronuncio nei suoi riguardi è esattamente lo stesso di quello che egli avrebbe pronunciato nei riguardi di qualsiasi scrittore che si fosse messo per esempio a criticare i dipinti di Turner senza essersi prima procurato, con uno studio moralmente neutrale, una sufficiente padronanza dei fatti e delle tecniche pertinenti.

In Economia politica dell'arte Ruskin si muove sul suo campo, ma anche qui non è "moralmente neutrale" (convinto come è che "nelle equazioni umane, contrariamente alle equazioni algebriche, vi sono elementi morali che sconvolgono tutti i calcoli"). All'arte (che così distingue dalla manufattura: "Adopero la parola 'arte' qui solo in rapporto alle arti belle, perché per le arti minori di produzione meccanica adopererei la parola 'manufattura'") applica infatti le stesse regole di vita, semplici ma fondamentali, che fissa per riconoscere "i prodotti e risultati di un lavoro sano e dignitoso": 1) Non incoraggiare la fabbricazione di articoli alla cui produzione non partecipa l'invenzione, a meno che non siano assolutamente necessari. 2) Non richiedere la precisione di rifinitura per se stessa, ma soltanto per scopi pratici o nobili. 3) Non incoraggiare imitazioni o copie di qualsivoglia genere, se non con l'intento di conservare la testimonianza di grandi opere.

Il primo dovere dell'economista dell'arte è far sì che nessuno intelletto brilli semplicemente alla maniera della brina; ma che abbia lo splendore vetrificato di una finestra dipinta, come essa disposto tra colonnine di pietra e barre di ferro, capace di sopportare il calore del sole e lasciarlo filtrare attraverso, di generazione in generazione".

[completare la bibliografia, e controllare se esistono altre edizioni italiane di Ruskin. Di Economia politica dell'arte c'è quella, con traduzione e introduzione di F. Elefante, Moizzi editore, Bergamo 1980)]

Rinvii

Di Ruskin si veda, in italiano:

J. Ruskin, Le pietre di Venezia, a cura di A. Grosso-Guidetti, UTET, Torino 1972.

J. Ruskin, La natura del gotico [sesto capitolo del secondo volume di Le pietre di Venezia], con un saggio introduttivo di F. Bernabei, Jaca Book, Milano 1981.

J. Ruskin, Mattinate fiorentine, a cura e con l'introduzione di A. Brilli, Mondadori, Milano 1984.

Su Ruskin, sono qui citati o evocati:

Q. Bell, Ruskin, The Hogarth Press, Londra 1978.

G.K.Chesterton, L'età vittoriana nella letteratura, Bompiani, Milano 1945.

F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, ...

E. J. Hobsbawn, Le rivoluzioni borghesi, Il trionfo della borghesia, L'età degli imperi, Laterza, Bari 1963, 1986, 1987, e "La cultura europea e il marxismo fra Otto e Novecento", in: Storia del marxismo, Volume secondo (Il marxismo nell'età della Seconda Internazionale), Einaudi, Torino 1979.

P. Jullian, Oscar Wilde, Einaudi, Torino 1972.

J. M. Keynes, "La fine del laissez faire", e "Prospettive economiche per i nostri nipoti", in: La fine del laissez faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

G.Lukàcs, La distruzione della ragione, Einaudi, Torino 1959. K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito comunista, ...

M. Praz, La letteratura inglese dai romantici al novecento, Sansoni, Firenze 1967.

B. Russell, Storia della filosofia occidentale, Longanesi, Milano 1953.

J. A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino 1990.

L. Trockij, Letteratura e rivoluzione, introduzione e traduzione di V. Strada, Einaudi, Torino 1973.

O. Wilde, "L'anima dell'uomo sotto il socialismo", in Saggi, a cura di M. d'Amico, Mondadori, Milano 1981.

Una rivelatrice fotografia di Ruskin si trova in: IGNOTO A ME STESSO, Bompiani, Milano 1987.


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