| 27 05 2005 alcuni argomenti tra quelli trattati: Abstract da
http://www.emsf.rai.it Il
Grillo (30/3/1998) Bruno Trentin Lavorare: perché?
Mi chiamo Bruno Trentin, ho 71 anni. Ho passato tutta
una vita nel lavoro sindacale.
Probabilmente questa scelta l'ho fatta perché ho scoperto, anche quand'ero molto
giovane, nella classe lavoratrice, una straordinaria voglia di conoscenza e di
libertà, proprio in quei lavoratori che non avevano avuto la fortuna di
un'educazione, di partecipare ad un'esperienza di
studi.
Proprio lì ho trovato un bisogno straordinario, molto più grande di quello di
avere un alto salario, ecco, di diventare persone libere, di esprimersi
attraverso il proprio lavoro liberamente, di conoscere.
E questo spiega anche la grande fierezza, che risorge continuamente nel mondo
del lavoro, in tutti i continenti, in tutti i paesi.
COMMENTATORE: "Noi vivremo del lavoro" recita una vecchia
canzone del Movimento Operaio, un inno che raccontava l'orgoglio e il senso di
appartenenza a un destino comune di chi, per sopravvivere, poteva contare solo
sul proprio salario.
Oggi, nei paesi occidentali, le cose vanno un po' diversamente.
Certo il lavoro continua ad essere la principale fonte di reddito delle persone,
ma il livello complessivo della ricchezza, la sua distribuzione e la tenuta
della rete di protezione delle famiglie hanno eliminato il problema della pura e
semplice sopravvivenza.
Se molti ancora vivono in condizioni di povertà, di fame, nei paesi
industrializzati non si muore più. Ma se per mangiare non è obbligatorio avere
un lavoro, allora ha ancora un senso lavorare?
Per chi ha la fortuna di fare un lavoro che dà soddisfazione certamente sì, ma
forse non solo per loro. Il lavoro a molti garantisce un'identità, il senso di
appartenenza a una comunità, altri sul lavoro sono cresciuti, hanno imparato il
valore dell'agire collettivo, di fare politica, di impegnarsi nel sindacato.
Forse però vale la pena di allungare lo sguardo e di prendere un esempio
opposto.
Nelle periferie delle metropoli americane pochissimi hanno un lavoro stabile.
La garanzia della sopravvivenza è data dai sussidi di disoccupazione e dal
reddito di quei pochi che un lavoro vero ce l'hanno.
Ma il degrado è spaventoso: delinquenza e droga dilagano, rispetto ad altri
quartieri poveri, come quelli operai, non c'è paragone.
La differenza fra queste due realtà appunto è l'assenza di lavoro come tratto
unificante, portatore di una identità collettiva e strumento di emancipazione
per donne e uomini.
Perché il lavoro è fatica, talvolta sfruttamento, ma aiuta a sentirsi meno soli.
Abstract da
http://www.emsf.rai.it
Il Grillo (5/6/2000) Remo Bodei Il valore della formazione
... Formare non significa omologare le attitudini e i
pensieri. Forse formare significa insegnare ad imparare...
... Né il tempo, né niente, né nessuno, possono annullare il
patrimonio di dati e di conoscenze che ciascun individuo acquisisce...
Abstract da
http://www.emsf.rai.it
Il Grillo (13/10/1999) Enzo Bartocci Noi
vivremo del lavoro
…è in atto una dinamica dell'innovazione cui le aziende devono costantemente
adeguarsi, in modo da non farsi scavalcare dall'innovazione stessa; ciò
significa che esse hanno bisogno di una manodopera adeguata alle mutazioni che
stanno avvenendo…
Liceo Classico "G. B. Vico" di Napoli
BARTOCCI: Mi chiamo Enzo Bartocci e sono docente di Sociologia
dell'organizzazione presso l'Università di Salerno.
Oggi si discuterà del tema Noi vivremo del lavoro.
La fabbrica ha accompagnato la storia del Novecento.
Gli uomini di questo secolo si sono abituati al sibilo degli altiforni, alle
gigantesche macchine rumorose, chiuse in immensi capannoni e accudite da operai
sporchi di grasso.
L’occupazione, la produzione, il salario, il rischio di perdere il posto di
lavoro, la concorrenza, il mercato, una quantità di parole, ognuna delle quali
ha avuto un significato decisivo per il XX secolo.
Tutto questo perché il Novecento - attraverso il lavoro - ha cambiato il mondo,
ha mutato il modo di vivere delle persone, la visione che l'umanità aveva di se
stessa.
Il lavoro ha reso le città frenetiche e ha risvegliato le campagne dal loro
secolare letargo.
Nel fare ciò, il Novecento è stato un erede fedele dell'Ottocento e ne ha
sviluppato le premesse.
Proprio perché per gli uomini del Novecento il lavoro è stato un valore, esso –
quando si è connotato come meccanico e dequalificante - ha significato anche
avvilimento e degradazione.
Nel profondo degli uomini del Novecento, il significato del lavoro non è stato
soltanto il guadagno o il prestigio sociale, ma anche il senso che attraverso di
esso si aveva del proprio sé.
Il secolo, però, al suo termine ha smontato le grandi industrie. Il frutto di
tanto lavoro ha portato, come suo ultimo prodotto, la fine del lavoro stesso.
Produzione e lavoro, due parole che il XX secolo aveva quasi identificato, ora
sembrano prendere strade diverse.
Che ne sarà del lavoro?
STUDENTE: Lei crede che il lavoro debba essere inteso
esclusivamente come un mezzo di sussistenza, oppure bisognerebbe considerarlo
anche una maniera per costruirsi una propria identità all’interno della società?
BARTOCCI: Storicamente le cose sono andate così: nella società industriale il
lavoro ha rappresentato da una parte un mezzo di sussistenza e dall’altra parte
un modo di identificazione, tanto personale quanto collettivo.
All'interno della società industriale, infatti, ci sono stati due grandi
protagonisti: l'imprenditoria borghese e la classe operaia.
Quest’ultima si è venuta sviluppando dagli inizi dell'Ottocento ed è riuscita a
darsi un'identità attraverso il ruolo determinante che ha giocato nei processi
di produzione.
Abstract da
http://www.emsf.rai.it
Il Grillo (7/6/2000) Andrea Ranieri La
formazione e il lavoro
Oggi riesce ad essere davvero responsabile chi sa scegliere ed ha
una propria autonomia culturale.
L’idea cioè secondo cui la "formazione" debba essere "addestramento al mestiere"
é tramontata con il "taylorismo".
Un tempo i mestieri duravano una vita e l’addestramento dell’individuo al
mestiere, conforme alle esigenze dell’impresa, era l’addestramento per la vita.
Oggi non é più così. Proprio perché il lavoro cambia e necessita dell’iniziativa
dell’individuo, sono capaci di reggere soltanto coloro che hanno una base
culturale comunicativa di fondo e che l’hanno appresa vivendo.
Credo che si debba fare una distinzione fondamentale fra chi oggi é in grado di
interagire con i media, con la comunicazione di massa, con un proprio progetto,
e chi semplicemente li subisce.
La scelta che oggi si impone é tra l’essere appartenenti alle categorie del
multimediale o del teledipendente, intendendo per i primi coloro che
si pongono con un proprio progetto in rapporto ai molteplici usi promossi e
diffusi dalla "rete", e per i secondi coloro che usano Internet come se fosse un
prolungamento della televisione.
Sulle doti dei primi si fonda il lavoro del futuro.
Abstract da
http://www.emsf.rai.it
Il Grillo (5/6/2000) Remo Bodei Il valore della formazione
"Altri appetiti, venuti su di soppiatto, per l'insipienza dell'educazione (...)
si fanno molti e gagliardi. (...)
E infine si impadroniscono dell'acropoli dell'anima giovanile, vistala vuota di
dottrina e di nobili studi e veraci ragionamenti, che sono le migliori
sentinelle e guardie nell'animo degli uomini cari agli Dei".
Platone, La Repubblica
... Formare non significa omologare le attitudini e i pensieri. Forse formare
significa insegnare ad imparare.... |