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MATTEO RICCI
Sommario - I. Vita - II. Opere - III. Apostolato.
I. VITA - Matteo Ricci, pioniere delle
missioni cattoliche moderne di Cina, nasce a Macerata il 6 ottobre 1552, studia
diritto per tre anni (1568-'71) e il 15 agosto 1572 entra nel noviziato dei
gesuiti a S. Andrea al Quirinale. Nel Collegio Romano segue i corsi di retorica
e filosofia, e quelli di matematica,
astronomia, cosmografia e altre scienze esatte sotto il celebre P. Cristoforo Clavio, lo scienziato tedesco, il cui nome è legato alla riforma del Calendario
detto gregoriano (1572-'77). Raggiunge Goa, la base portoghese in India, il 13
settembre 1578 e nel 1582 inizia gli studi di cinese a Macau, sulla costa sud
della Cina.
L'allora
visitatore generale delle missioni gesuitiche d'Oriente, il P. Alessandro
Valignano (1539-1606), si proponeva di preparare alcuni uomini per un eventuale
inizio delle missioni cattoliche all'interno della Cina, e aveva in precedenza
designato anche Michele Ruggieri (1542-1607), che dal 1579 si dedicava a Macau
allo studio della lingua e delle istituzioni cinesi.
Dal 10 settembre 1583, Ricci e Ruggieri possono
risiedere a Zhaoqing (prov. del Guangdong), allora residenza del governatore del
Guangdong-Guangxi. Entrano in cordiale relazione con i letterati del luogo,
interessandoli anche con oggetti europei quali un mappamondo, orologi, ecc.
Ottengono il permesso di edificare nella città una casa, e una chiesa, che
intitolano al "Fior dei Santi", cioè alla Vergine Maria.
Il Ricci racconta così l'ingresso a Zhaoqing e il
ricevimento avuto al palazzo del governatore: "(I Padri) furono ricevuti con
molta benignità; ...domandò loro il governatore chi erano, di dove venivano e
che volevano; risposero ... che erano religiosi ... venuti attratti dalla fama
del buon governo della Cina, e solo desideravano un luogo dove potessero fare
una casetta e una chiesuola ... servendo fino alla morte al loro Dio". Parole
semplici, ma contenenti tutto un programma. I primi inizi del lavoro missionario
sono lenti e dettati da grande prudenza. Il Ricci impernia il suo apostolato su
due cardini: lo studio della letteratura cinese e delle scienze matematiche, e
l'esercizio della carità cristiana.
I due gesuiti incominciano a propagare la
dottrina cristiana attraverso i loro contatti con letterati e mandarini. Nel
dicembre 1584 si stampa un breve catechismo in cinese composto dal Ruggieri e
messo in buona lingua con l'aiuto di un letterato del Fujian, che ha ricevuto il
battesimo in quell'anno con il nome di Paolo. Questo Tianzhu Shilu è il primo
libro stampato da stranieri in Cina; dapprima in una tiratura di 1.200 copie,
seguita da ristampe. Il Ricci compose in questo periodo anche il Mappamondo in
lingua cinese; un'opera su cui continuò a lavorare negli anni seguenti.
Frattanto il Valignano, pensando che
un'ambasceria papale alla corte del Figlio del Cielo avrebbe potuto risolvere il
problema dell'evangelizzazione della Cina, inviò a Roma (25 novembre 1588) il P.
Ruggieri, come il più indicato per illustrare l'opportunità di tale progetto. Ma
per varie difficoltà sopraggiunte non fu possibile organizzare questa
ambasceria; il Ruggieri fu dai superiori fermato in Italia, dove morì nel 1607.
La permanenza a Zhaoqing è irta di contrasti e
difficoltà di ogni genere, inclusi assalti di plebaglia aizzata da giovani
letterati, calunnie e citazioni in tribunale. Nell'agosto 1589, Ricci e compagni
sono espulsi dalla Cina, e si ritirano a Macau, ma ricevono quasi subito il
permesso di ritornarvi; questa volta per risiedere a Qujiang (Shaozhou) nel nord
della provincia del Guangdong.
Ricci e Ruggieri dapprima in quanto religiosi
indossavano l'abito dei bonzi. Ma i bonzi in Cina non godevano di molta
considerazione, sia presso il popolo che presso i letterati e i mandarini. A
Qujiang il Ricci abbandona l'abito dei bonzi per adottare le vesti e l'etichetta
sociale dei letterati. Si presentò come "teologo, predicatore e letterato
occidentale; si studiò di modellare la sua vita su quella dei letterati e dotti
cinesi; adottò quindi l'abbigliamento proprio dei letterati. E con la foggia del
vestito armonizzò, naturalmente, tutta la sua maniera del vivere esteriormente;
si lasciò crescere la barba e i capelli, ciò che non facevano i bonzi; nello
spostarsi da un posto all'altro della città si serviva della portantina,
accompagnato da due o tre servitori" .
Del periodo di Qujiang è il trattatello di Ricci
su L'amicizia, e un atlantino con testi esplicativi.
Dopo un primo viaggio a Nanchino, Ricci fonda nel
1595 la residenza di Nanchang, capitale provinciale del Jiangxi. Nel 1598 riesce
a spingersi in viaggio fino a Pechino. La lunga esperienza di sedici anni ha
rafforzato, nel Ricci, la convinzione che la diffusione dell'idea cristiana in
Cina ha bisogno dell'approvazione ufficiale per i predicatori e libertà per i
cinesi di abbracciarla e professarla pubblicamente. Ma questa approvazione e
libertà non possono ottenersi fino a quando non fosse arrivato vicino alla corte
di Pechino. L'occasione propizia gli viene data ai primi di luglio del 1598,
quando il ministro dei riti di Nanchino, suo amico, dovendosi recare a Pechino
per la revisione del calendario cinese, vuol condurre con sé anche l'occidentale
che conosce la scienza matematica.
Il 25 giugno 1598 il Ricci lascia Nanchang per
Pechino, dove arriva dopo un avventuroso viaggio il 7 settembre 1598. La sua
permanenza nella capitale è di breve durata, perché a causa della guerra
cino-giapponese per la Corea gli stranieri sono mal visti. Il Ricci risolve di
tornare a Nanchino aspettando miglior tempo e migliore occasione, prima che gli
accada in questa città qualche disgrazia che possa danneggiare le altre
residenze e così "impedire la possibilità di un secondo ritorno" a Pechino, come
egli stesso scrive. Il 5 novembre 1598 lascia Pechino e torna a Nanchino, dove
giunge il 6 febbraio 1599; e questa volta riesce a stabilirvi la sua residenza.
Nel lungo viaggio di oltre un mese in barca da
Pechino a Linqing (prov. dello Shandong), Ricci perfeziona il dizionarietto
portoghese-cinese su cui lavora da anni (ed è il primo lavoro sinologico del
genere) annotando toni e consonanti aspirate. Completa anche una parafrasi
latina dei "quattro libri" confuciani.
A Nanchino è ben accolto e riesce a far amicizia
con personalità governative e uomini di cultura. Comincia a dare regolari
lezioni di scienze occidentali a visitatori sempre più numerosi. Si parla molto
di lui in Cina nel ceto colto. E lui non lascia perdere occasione per parlare di
religione. Raccomandato dai suoi amici di Nanchino, il 19 maggio del 1600 si
rimette in viaggio per Pechino, dove giunge il 24 gennaio 1601 e riesce a
stabilirvisi definitivamente, grazie ai doni presentati a corte. L'imperatore in
persona se ne interessa e permette a Ricci e ai suoi di aprire una chiesa, anzi
dispone che siano sostentati a spese dell'erario. Frequenti erano gli inviti al
palazzo imperiale e le visite dei più ragguardevoli mandarini, i quali lo
consideravano non più come "curioso straniero", ma come rispettato dottore. Lo
salutavano e lo riverivano da pari.
II. OPERE - Man mano che il Ricci
missionario faceva progressi nello studio della lingua, traduceva o scriveva in
cinese le cognizioni di matematica,
astronomia e di cosmografia, cui si era dedicato durante la sua permanenza a
Roma. Con tatto e prudenza si diede a correggere le credenze astronomiche dei
cinesi e le loro cognizioni geografiche, poiché, come egli stesso si esprime,
"non si poteva in quei tempi trovare cosa più utile a disporre gli animi dei
cinesi alla nostra religione di questa". Mentre professava una schietta
ammirazione per la Cina, faceva intravedere ai cinesi che c'era qualche cosa che
essi non conoscevano e che egli poteva insegnar loro.
Dal 1595 cominciò a comporre libri di scienze e
di religione: le sue opere, accolte con singolare favore e ammirazione,
trattavano di cartografia, matematica, filosofia morale, teologia e apologetica.
Tra i lavori scientifici emerge il grande Mappamondo cinese (misure: m 3,75 x
1,80); la prima edizione di Qujiang, di cui si è già accennato, venne
perfezionata a Nanchino e a Pechino, dove fu fatta la sesta edizione nel 1607.
L'imperatore stesso ne fu talmente entusiasta che
nel 1608 ne fece fare una nuova ristampa e ne chiese 12 copie per sé. Copie di
questo Mappamondo cinese ne rimangono, presentemente, a Pechino, Londra e nella
Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Ricci vi raffigurò i continenti e le isole
fino allora scoperti. Così veniva portata a conoscenza dei cinesi l'esistenza di
molti nuovi e lontani Paesi e, quindi, della stessa Europa.
Vicino ai nomi delle principali località il Ricci
annotò notizie storiche; per esempio, vicino al nome "Giudea" si legge: "Il
Signore del Cielo s'è incarnato in questo Paese, perciò si chiama Terra Santa".
Vicino al nome "Italia": "Qui il Re della Civiltà (= Papa), nel celibato, si
occupa unicamente di religione. Egli è venerato da tutti i sudditi degli Stati
d'Europa, che formano il romano impero". Questa breve notizia sul Papa diede ai
cinesi un'alta idea del pontificato romano. Oltre a far conoscere la religione
cattolica ai cinesi, il Mappamondo serviva anche a dissipare dalla loro mente il
pregiudizio, secondo il quale tutti quelli che non erano cinesi venivano
considerati "barbari".
I "Dieci paradossi" (Qiren Shipian), opera di
carattere morale, venne stampata nel 1607. Il titolo cinese significa
propriamente: "Dieci
capitoli di un
uomo strano". L'uomo strano è il Ricci, considerato singolare dai cinesi, oltre
che per le sue caratteristiche somatiche europee e per la sua barba fluente,
soprattutto per la sua prodigiosa memoria, per l'inesplicabile celibato, per la
sua fede in Dio da lui professata apertamente. L'appellativo di "strano"
assumeva un significato benevolo presso i cinesi, i quali vi vedevano
un'allusione a una celebre frase di Confucio: "L'uomo è strano per gli uomini,
ma è simile a Dio".
Come dice il titolo stesso, il libro si compone
di dieci capitoli, nei quali si citano delle massime, tratte da filosofi
occidentali, da dotti cristiani e dalla Sacra Scrittura, comunissime ai
cristiani, ma veri paradossi per i cinesi. Per esempio: "È utile pensare
constantemente alla morte"; "È bene esaminare le proprie colpe"; "È infelice il
ricco avaro, mentre può essere felice il povero mendìco".
Il libro piacque molto e contribuì a far
aumentare presso i dotti cinesi la stima verso i "letterati occidentali".
Tra l'ottobre-dicembre 1603 fu dato alle stampe
(circolava già come manoscritto) l'opera dal titolo "Genuina nozione di Dio" (Tianzhu
Shiyi). Nella prefazione scritta da Feng Yingjing, intimo amico del Ricci, il
missionario viene chiamato per la prima volta "dottore". Il Ricci, con
argomentazioni filosofiche e con l'autorità dei classici cinesi, prova
l'esistenza di Dio, creatore e governatore di tutti gli esseri creati. Dimostra
l'immortalità dell'anima umana e la sua differenza dallo spirito vitale delle
bestie; confuta il monismo panteistico, molto diffuso tra i letterati cinesi del
tempo, e la dottrina della metempsicosi. Tra le opere del Ricci, questa è stata
coronata dal più strepitoso successo, non solo in Cina, ma anche in Giappone e
negli altri Paesi dell'Estremo Oriente.
Nel volumetto del 1595, dal titolo Trattato
sull'amicizia, il Ricci riporta in cinese detti dei filosofi e santi occidentali
sull'amicizia. Un'opera che fu spesso stampata in diverse province "con molto
applauso di tutti i letterati" facendo "stupire tutto il Regno". Lo scopo del
Ricci nello scrivere questo trattatello fu di dimostrare ai cinesi che gli
occidentali non erano "barbari", e che lui, conoscendo bene la letteratura della
sua patria, aveva diritto al titolo di "letterato". Il libro fu dedicato al
principe Qianzhai, il quale a sua volta regalò all'autore una raccolta di
pitture cinesi, che recano sul frontespizio un'incisione raffigurante lo stesso
principe in atto di conversare con il "letterato straniero". I letterati pieni
di ammirazione chiamavano il Ricci "uomo geniale", dandogli così il titolo più
ambito usato allora in Cina. La versione italiana, rimasta inedita per più
secoli, fu stampata a Pesaro nel 1825, per opera di Michele Ferrucci.
Vi è, inoltre, un cospicuo gruppo di scritti
ricciani destinati ai lettori europei, cioè le lettere del Ricci, scritte in
italiano e portoghese, e l'ampia relazione Della entrata della Compagnia di
Giesù e Christianità nella Cina, che egli scrisse in italiano negli ultimi anni
della sua vita. Quest'opera, sebbene scritta dal Ricci in italiano, apparve
nella prima edizione europea, e in quelle successive, in una elegante versione
latina, curata dal P. Nicolò Trigault, s.j., belga (1577-1628), il quale
presentò sé come autore e il Ricci come fonte. Il P. Trigault arrivò in Cina nel
1610, quando il Ricci non era più in vita; visitò le varie cristianità e
aggiunse all'opera del Ricci cinque capitoli in portoghese su i nuovi sviluppi
della missione. Il 9 febbraio 1613, tornò in Europa portando con sé il
manoscritto ricciano che, durante il viaggio, tradusse in latino e fu pubblicato
in Germania col titolo: "De Christiana Expeditione apud Sinas ab Socjetate Jesu
suscepta ex P. Matthaei Ricij Commentarijs Libri V, Auctore P. Nicolao Trigautio,
Belga, ex eadem Societate, Augustae Vind.,1615".
In occasione del terzo centenario della morte
(1910) del P. Matteo Ricci, il P. Pietro Tacchi Venturi, s.j., curò l'edizione
dell'originale del Ricci col titolo: "Opere storiche del Padre Matteo Ricci" in
2 volumi: il primo stampato nel 1911 col titolo I Commentari della Cina, e il
secondo nel 1913 col titolo Lettere dalla Cina. I due volumi, stampati a
Macerata, ebbero un grande successo, facendo conoscere la vita e l'attività
apostolica del Ricci. Ma poiché l'opera del Ricci presenta personaggi e luoghi
che si possono comprendere solo con lo studio delle fonti cinesi, che il P.
Tacchi Venturi non poté utilizzare, il P. Pasquale M. D'Elia, s.j., volle
completare la lacuna, pubblicando in edizione nazionale la stessa opera del
Ricci con copiose note esplicative e con vasto apparato critico e scientifico
dal titolo: Fonti Ricciane; storia dell'introduzione del Cristianesimo in Cina
(3 voi., Roma, 1942-'49).
I Commentari e le Lettere del Ricci contengono
una copiosa raccolta di notizie ed è la prima opera apparsa in occidente che dia
una descrizione geograficamente ordinata e compiuta della Cina. Mentre le
Lettere ci danno interessanti notizie per la conoscenza del territorio cinese,
dei suoi abitanti e soprattutto della loro vita e delle loro costumanze,
specialmente intorno al periodo 1589-'95, e illustrano i viaggi del Ricci
nell'interno del Paese, i Commentari si riferiscono, in modo speciale, alla
storia, alla vita e alla civiltà cinese del sec. XVI, che, per gli elementi e il
modo della trattazione, assume carattere prevalentemente geografico.
Il Ricci scrisse altri piccoli trattati, che lo
resero celebre tra i letterati cinesi: 1) Trattato dei quattro elementi, che
risale al 1599-1600; 2) Trattato sulle costellazioni, redatto dal Ricci e messo
in cinese nel 1601 da un letterato, discepolo del Ricci, di nome Li Zhicao (più
tardi battezzato col nome di Leone); 3) di una traduzione cinese del Calendario
gregoriano il Ricci dava notizia in una lettera del 9 maggio 1605; questa
versione passò manoscritta fra le mani dei cristiani cinesi e fu stampata solo
nel 1625 dal P. Trigault; 4) sotto il titolo di Trattato sul cielo e sulla terra
furono raccolti, dopo il 1614, alcuni scritti riccíani sulle prime nozioni di
cosmografia e geografia, sulle distanze e grandezza della terra e dei corpi
celesti; 5) contributo importante fu portato dal Ricci nel campo della
geografia: la identificazione della Cina col "Catai" e di Pechino con "Khanbaligh"
di Marco Polo.
III. APOSTOLATO - A questa operosità
letteraria va in modo particolare attribuita la seconda introduzione e la
diffusione del cristianesimo in Cina alla fine del Cinquecento e all'inizio del
Seicento.
I cattolici cinesi in Cina erano solo 3 nel 1584;
20 nel 1585; 40 nel 1586; 80 nel 1589; nel 1596 superavano di poco i 100;
arrivavano a 500 nel 1603; e alla morte del Ricci (avvenuta a Pechino l'11
maggio 1610) la cristianità contava circa 2.500 convertiti, di cui 400 nella
capitale: tra di essi molti della nobiltà e della classe dirigente. Si devono
ricordare Paolo Xu Guangqi, collaboratore del Ricci nella redazione dei suoi
libri cinesi e futuro cancelliere dell'impero, fondatore della cristianità di
Shanghai (dove diede il suo nome al Zikawei o Xujiahui); Leone Li Zhicao, che
ottenne dalle autorità il dono di un terreno per la sepoltura del Ricci, Michele
Yang Tingyun, che ospitò, con pericolo della sua vita, i Padri durante la
persecuzione. Più ancora del numero è da apprezzare la qualità di questi
neofiti, molti dei quali appartenevano alla classe più colta e nobile del Paese;
nella stessa corte imperiale vi erano cristiani, parenti dell'imperatore.
Nonostante tante liete speranze e tanto
progresso, il Ricci venne accusato, anche dai suoi confratelli d'Europa e
dell'India, di aver portato in Cina un cristianesimo non genuino e di aver
creato un misto di religione "cristianocinese"; la dottrina da lui insegnata non
era altro che un "sincretismo delle verità cristiane con le buone sentenze
morali dei dotti cinesi, specialmente di Confucio", qualificandolo di "pio
conciliatore delle credenze" , che, pur di far dei proseliti, alterava il
genuino contenuto della fede cristiana. Quello che, nel Ricci, era zelo
temperato da grande prudenza fu spesso male interpretato, perché non si
conoscevano le condizioni della Cina, il carattere dei cinesi e l'ambiente nel
quale il grande gesuita doveva svolgere la sua opera missionaria. A tutti questi
accusatori, i quali non comprendevano quanto importante fosse una profonda
conoscenza della letteratura cinese come "disposizione alla conversione
universale di tutto il regno", il Ricci rispondeva: "Io stimo più questo che
aver fatto diecimila cristiani in più".
Le fonti autentiche mostrano, invece, quanto tali
accuse siano prive d'ogni fondamento. I principii sui quali il Ricci impostò la
sua opera straordinaria furono molto semplici: massima simpatia e rispetto dei
valori spirituali e intellettuali dei cinesi; la conoscenza la più perfetta
della loro lingua; uso della scienza per un fine apologetico; apostolato della
penna e conversazione; cura delle classi colte, da cui dipende il governo del
popolo.
Il Ricci, quindi, comprese che il suo compito
preliminarmente era quello di non apparire uomo capace di rapide conquiste, e
convincere i cinesi che non era venuto per innovare la pacifica vita dei sudditi
del Regno di Mezzo. In un primo momento era quindi necessario accontentarsi di
diffondere il buon nome dei "barbari" missionari, che non cercavano guadagno, né
conquistavano terre. E in questo sistema di adattamento metodicamente studiato e
applicato alle particolari condizioni della Cina, consiste il merito principale
e la gloria maggiore di Matteo Ricci.
Egli amò i cinesi, amò la loro storia, ammirò
sinceramente la loro civiltà. Della lingua che aveva appresa a perfezione si
servì per stringere, in primo luogo, rapporti col mondo indigeno e mettersi
direttamente a contatto con la sua civiltà, condizione indispensabile per
guadagnarsi l'amicizia e la stima dei letterati e dei mandarini; in secondo
luogo, per conoscere a fondo e saper valutare le dottrine fondamentali della
loro civiltà, e poter così cominciare l'annunzio della Buona Novella, secondo le
esigenze particolari della cultura indigena.
In tal modo, dopo maturo esame della situazione e
conforme al suo metodo apostolico, il Ricci stimò opportuno presentare la fede
cristiana a gradi, cercando prima di far accogliere le verità che si possono
intendere col solo intelletto umano, per poi passare all'annunzio delle verità
cristiane rivelate. Per questo all'inizio si accontentò di riallacciare la
propria dottrina con quella degli antichi savi, facendo comprendere ai suoi
ascoltatori che non era venuto ad insegnare una nuova religione, ma solo a
completare e perfezionare quella dell'antica Cina. La religione cristiana è il
perfezionamento dell'antica sapienza cinese. Dopo lungo studio ed esperienze,
decise di assumere un atteggiamento conciliante col confucianesimo, combattendo
invece le altre due dottrine, buddhismo e taoismo, che egli chiamava "sette
degli idoli". Dai testi confuciani il Ricci mise in evidenza quelli sulla legge
naturale, interpretando in senso teistico varie teorie "laiche" del
confucianesimo; sottolineò dai classici l'amore verso il prossimo, la
sottomissione delle passioni alla ragione. Il confucianesimo, scuola di virtù e
di morale laica e comunitaria, era interamente alieno dall'idolatria e si poteva
adattare al cristianesimo. Ma nel pensiero del Ricci la dottrina confuciana
doveva essere un mezzo per avviare le menti dei letterati cinesi a comprendere e
ad accettare il cristianesimo.
Il Ricci mostrò un senso di profondo equilibrio
mentale nei riguardi della questione dei cosiddetti "riti cinesi". Il culto
verso gli antenati e gli onori resi a Confucio occupavano una parte ímportante
nella vita dei cinesi. Dopo un'analisi attenta e profonda circa l'essenza e la
interpretazione di essi, il Ricci decise sul significato puramente civile,
sociale e nazionale di detti riti, e perciò, per agevolare l'inserimento della
civiltà cristiana in quella cinese, li dichiarò compatibili con la pratica della
religione cattolica.
Il Ricci sempre procurava di avere col prossimo
uno spirito comprensivo, ospitale. Non dimenticava che ogni proposizione vera
era cristiana, qualunque siano le labbra che la pronunciavano. Nelle parole
dell'avversario cercava sempre quella particella di verità che vi era racchiusa,
per trovare così un punto di conciliazione. Caratteristica del metodo di
apostolato del Ricci fu uno sforzo continuo e sincero di mettere in pratica coi
cinesi il semplice e sublime programma dell'Apostolo Paolo: "Mi son fatto tutto
a tutti". Si può quindi attribuire al Ricci il titolo di "Apostolo della Cina".
C. Gentili
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