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15 giugno 2002:  Naviglio Bastiglia Bomporto - Panaro Nonantola Villa Sorra Stradello Romano
in vista della villa Bastiglia: la chiusa il sentiero si perde nella lussureggiante vegetazione
chi abita quì ? la cilclabile la conca di Bomborto
discussione sulle porte Vinciane uscendo da Villa Sorra Villa Sorra le scuderie

da http://www.ips.it/scuola/concorso_99/acque/Modena.htm

"Al stèma ed Modna al cgnusì: ‘na cros celesta in campo giallo pulèinta nustrana, du trivlèin incrusèe, un bròch ed querza da ‘na banda e un de mlòr de ch’l’ètra, du naster con scrét «Avia», «Pervia» e inzéma a tòta ‘sta roba, ‘na bèla curòuna con toti el bucini culurèdi ch’la pêr lavurèda co frutta candita… i du trivlèin sono quelli che ci dicono le «Trivèlle». Vi faccio la spiega: sicome Modna l’è nèda in di padòi, bastèva piantèr in tèra un cavéc per fer ‘na funtanèina; alora i mudnés, anch per via del decoro, al post di cavéc i tachén a druvèr la trivèla per fer di pàz".

Luigi Zanfi

Le terre modenesi sono state plasmate dall’acqua, naturalmente abbondante, e sono state "modellate" per secoli dall’uomo in funzione dell’imbrigliamento dell’acqua, risorsa basilare e primordiale insostituibile.

Modena è sempre stata famosa per la ricchezza delle sue acque: acque sotterranee, da far zampillare in abbondanti getti; acque superficiali, da poter convogliare in cavi e canali.

"La via Emilia traversa la Città, e la divide in due parti, l’una che chiamerò occidentale, e l’altra orientale. Nella parte occidentale si comprende la Cittadella, l’addizione erculea, il palazzo ducale co’ suoi giardini, le stalle, e molti altri edifizj di più moderna costruzione. Nella parte orientale avvi l’antica Modena. Sorse questa grandiosa al tempo de’ Romani, ed è noto che ella ne fu una delle più forti, e fedeli colonie; ma per le vicende de’ secoli spopolata d’abitatori, sommersa dalle acque rimase nei tempi di mezzo affatto deserta. Ritornata stagion più pacifica la carità del nativo loco indusse i superstiti abitatori a ripopolare quei luoghi, ed a rifabbricare la Città... Allora furono regolate le acque, e... introdotti in Città quei cinque canali detti di Baggiovara, della Cerca, il Canalchiaro, la Modonella, e il Canalgrande, che in varie direzioni la percorrono, e servono a tenerla pulita. A questo tempo erano essi la maggior parte scoperti, e lungo le sponde loro alzaronsi le case, e si formarono le contrade, le quali appunto per questa ragione si vedono ancora in molti luoghi tortuose ed irregolari".

Conte Luigi Forni

Girolamo Tiraboschi scriveva nel Settecento: "E’ noto, che Modena è fondata sopra molti Canali, i quali prima scorrevano per la maggior parte scoperti, ma ora attesa l’insalubrità dell’aria, che cagionavano, e la deformità, che offrivano agli occhi de’ riguardanti, fabbricate sopra essi le volte, corrono comunemente sotterra… Alcuni di essi son tratti dal Panaro, altri da Secchia, altri da fonti vivi. 

Quando fossero essi scavati, è ignoto… E par verisimile, che la funesta sperienza, che ebbero i Modenesi, allor quando videro la lor Città circa il principio del settimo secolo quasi interamente rovinata dalle acque, li determinasse a scavare questi Canali, acciocché esse racchiuse ne’ loro letti non potessero più innondare con tanto danno la loro patria".

 

Modena preromana L’area attorno a Modena era un’ampia palude che si colmò pian piano col materiale trasportato dai fiumi che scendevano dai monti. Il territorio, ora dominato da una vasta selva sparsa di acquitrini e di stagni, era attraversato da una fitta rete di fiumi e di ruscelli, dal corso che mutava a seconda delle stagioni. L’abbondanza di acque rendeva fertile la terra, ma favoriva le alluvioni che devastavano campi e villaggi.

I primi ad occuparsi della regolamentazione delle acque e della bonifica del territorio, mediante lo scavo di una rete di canali, furono gli Etruschi.

Dell’antica presenza etrusca restano il nome latino Mutina, che tradisce nel suffisso la mano etrusca e nella base la voce mediterranea MUT "rialzo", e il nome del canale Mutinella, oggi Modenella, che attraversava la città e che segnava, probabilmente, i confini dell’abitato stesso.

I Romani mantennero e potenziarono l’assetto della scacchiera di acque che si ramificavano intorno alla città. Se ne servirono, oltre che per l’irrigazione, per le comunicazioni e per la difesa militare del centro abitato. Nell’epoca imperiale Mutina era ricchissima e fortissima, perché chiusa tra due fiumi e difesa da acquitrini, selve, fiumi, canali, fossati, terrapieni, mura, torri.

Nella prima metà del IV secolo vi si diffuse il Cristianesimo ad opera di S. Geminiano, il vescovo e protettore che i Modenesi considerarono da allora in poi il simbolo della città e della diocesi. Fu il suo un periodo di costruzioni importanti, ma più tardi le condizioni generali decaddero tragicamente; la natura riprese il sopravvento e le acque, non più imbrigliate, inondarono la pianura, seppellendo tutto sotto cumuli di fango e di ghiaia.

Dal VII secolo in avanti il territorio modenese fu sconvolto da terribili alluvioni, che costrinsero gli abitanti all’esodo dalla città. Venne fondata, sulla via Emilia, Cittanova, un nuovo centro fortificato in cui emigrarono numerose famiglie. Successivamente, per iniziativa dei vescovi di Modena, col contributo dei monaci benedettini di Nonantola e di San Pietro, si diede una sistemazione definitiva alla rete idraulica, che assunse l’aspetto di un ventaglio di cavi e di canali. Quelli derivati dai fiumi Secchia e Panaro erano detti delle acque torbide o cavedali; quelli che nascevano dalle polle sorgive erano detti delle acque chiare o fontanazzi. Tutti confluivano in un punto a nord della città, in un bacino collettore, chiamato la Casa delle acque, che alimentava il fossato perimetrale di difesa del Castello Estense e dal quale usciva il Naviglio, il canale delle Navi, punto di partenza per la Bassa, Ferrara, Venezia, l’Oriente.

"Altra primaria funzione di queste acque fu la fornitura dell’energia motrice agli opifici del tempo, ai mulini, alle fucine, alle segherie, ai folli, ai torni, alle cartiere, ai filatoi di seta, ai frantoi di noci, alle concerie di pellami, ai pistrini per polveri da sparo. I beccai vi cavavano acque per ripulire le botteghe; le donne vi facevano il bucato; i bambini il bagno; cavalli, asini e buoi vi si abbeveravano, spesso i rifiuti vi venivano smaltiti e allora diventavano fogne a cielo aperto". Canali, pozzi e fontane erano soggetti alla stessa sorte.

Silingardi/Barbieri

Da Silingardi e Barbieri apprendiamo che "Nel secolo XVI i canali cittadini erano ancora scoperti, erano fiancheggiati da muretti, talvolta da filari di pioppi, sormontati da ponti ognuno col proprio nome...; in questo secolo per ragioni di igiene pubblica ed anche di estetica urbanistica si iniziò la copertura dei canali e la loro trasformazione in strade; «i canali vengono voltati» si legge a più riprese nelle cronache cittadine; i lavori durarono a lungo…".

Il Seicento vede la conclusione dei lavori di "voltatura" del Canalgrande, ormai noto come il canale di S. Pietro, e del canal Chiaro, entrambi probabilmente scavati nell’ultimo decennio del IX secolo, durante i lavori, promossi dal vescovo feudatario Leodoino, per la ricostruzione della città e la sistemazione idraulica del territorio circostante.

Il Canalgrande, che appartiene alla categoria delle acque torbide, in quanto arriva dal Panaro, nel suo tratto rettilineo divenne una delle più belle strade della città.

Il canal Chiaro, che nasce dai cosiddetti "Funtanàzz", località non lontana dalla chiesa di S. Faustino, dopo che fu coperto, per evitare i miasmi malsani, e soprattutto le disastrose tracimazioni delle acque fetide, diventò una lunga strada sinuosa, fiancheggiata da edifici importanti.

Modena, con il duca Cesare d’Este, da città dall’aspetto medioevale si stava trasformando in un moderno centro abitato.

Sappiamo che il canale Cerca, coperto in altri tratti da più di duecento anni, venne "voltato" e coperto nel tratto davanti alla chiesa di San Domenico nel 1725. La decisione fu presa dal duca Rinaldo, per il decoro della chiesa appena ricostruita.

La vecchia Modena stava ormai scomparendo.

Non scompariva invece un flagello di sempre: è del 1765 un’inondazione del Po che colpì alcune località del Ducato, causando più di 200 annegamenti.

Solo nel 1858, alla vigilia dell’annessione del ducato di Modena al regno di Sardegna, sparì l’ultimo dei canali della città: il Naviglio.

Fu interrato e trasformato nel corso, prima detto Estense, poi Vittorio Emanuele II, diventando la strada, se non più bella, senz’altro più larga del centro urbano.

Manutenzione dei canali Silingardi e Barbieri precisano che "i lavori periodici di scavo, di spurgo, di ripulitura, di rifacimento degli argini, dei muretti, dei ponti erano costosi. Nei secoli le spese erano diventate insostenibili, i problemi posti dalla manutenzione irresolubili", tanto che della questione, a partire dal 1259, dovettero occuparsi spesso le autorità. Si arrivò al compromesso che lo scavo dei canali fosse compito del comune, l’espurgo dei frontisti. Con molta fermezza e ripetutamente venne "proibito gettare nelle acque del canale zoccoli, corna, peli di bovini, ossa di animali, scarti di macellazione, calce brumata e foglie usate nella concia delle pelli ed altri rifiuti della lavorazione eseguita negli opifici; proibito lavarvi pelli di animali prima di conciarle…". Possiamo appurarlo consultando gli Statuti delle acque, le raccolte, cioè, delle disposizioni che regolamentano la materia a partire dal secolo XIV.

Pozzi e fontane Prima della costruzione dell’acquedotto cittadino, all’inizio del XX secolo, l’acqua potabile si è attinta per secoli da fontane e pozzi pubblici, presenti numerosissimi in città. Già negli Statuti medievali ci si preoccupava della loro manutenzione e si prevedevano disposizioni severe perché le acque restassero pulite. Era vietato lavarvi panni, carni, interiora di animali. La situazione igienico-sanitaria comunque creò sempre, anche in seguito, dei problemi. Nel Settecento si parlava di acqua verminosa, ma solo alla fine del XIX secolo si rese indispensabile una risistemazione di tutta la rete fognaria. L’incuria, la cattiva manutenzione erano come sempre tra le cause principali dei malanni della città.

1765: bilancio di un'inondazione "La notte del 29 ottobre del 1765 il Po esce dai suoi argini provocando gravi danni alla comunità di Gualtieri in modo particolare oltre che a Brescello, Castelnuovo di Sotto e Novellara… Il Landriani… viene incaricato di una prima indagine volta ad accertare l’entità reale dei danni e ciò di cui la popolazione e il bestiame hanno bisogno. 

Al suo ritorno dalle comunità inondate, il Landriani rende noto che, distinti i proprietari delle case danneggiate o distrutte in 3 classi: quelli che non abbisognano di sovvenzioni; quelli che possono provvedere coi propri mezzi alla sola riparazione parziale dei danni; quelli che non possono neppure parzialmente riparare i danni subiti, fino al 22 dicembre di quell’anno è stato possibile contare un numero di case pari a 944 per la cui riparazione occorreranno 1.230.518 lire di Reggio delle quali, per ben 600.000 lire, non sarà possibile ottenere alcun rimborso trattandosi della somma necessaria per la riparazione dei danni subiti dalla terza categoria di persone. L’indagine relativa alle famiglie e alle persone inabili al lavoro non ha certo portato a risultati più soddisfacenti. Il dato è di 1500 persone che assorbono una spesa giornaliera superiore ai 25 zecchini. 

Dal computo resta, però, escluso quanto necessario al mantenimento del bestiame. Il danno per la perdita di vernaglie, viveri, utensili, mobili, suppellettili ammonta a 100.000 zecchini… I danni, come è possibile notare da questo primo bilancio, sono ingenti. Quali criteri si seguono per raccogliere le somme necessarie? Prima di tutto con l’aumento di 1 soldo della tassa sopra il sale, in secondo luogo con l’autorizzare Reggio a prendere a censo tutte le somme che sarà possibile trovare. Nel febbraio del 1766 viene presentato un piano d’arginatura… Il 3 dicembre del 1766… si apprende... che il numero delle case danneggiate o distrutte è ulteriormente salito… e che vi è particolare scarsità di frumento… le spese vengono sostenute dalla Comunità. Non mi risulta che la Camera Ducale, lo stesso Duca in persona, siano intervenuti in qualche modo".

Angela Volpi


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