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| in vista della
villa |
Bastiglia: la
chiusa |
il sentiero si
perde nella lussureggiante vegetazione |
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| chi abita quì ? |
la cilclabile |
la conca di
Bomborto |
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| discussione
sulle porte Vinciane |
uscendo da Villa
Sorra |
Villa Sorra le
scuderie |
da
http://www.ips.it/scuola/concorso_99/acque/Modena.htm
"Al stèma ed Modna al cgnusì: ‘na cros
celesta in campo giallo pulèinta nustrana, du trivlèin incrusèe, un
bròch
ed querza da ‘na banda e un de mlòr de ch’l’ètra, du naster con scrét «Avia»,
«Pervia» e inzéma a tòta ‘sta roba, ‘na bèla curòuna con toti el bucini
culurèdi ch’la pêr lavurèda co frutta candita… i du trivlèin sono quelli
che ci dicono le «Trivèlle». Vi faccio la spiega: sicome Modna l’è nèda
in di padòi, bastèva piantèr in tèra un cavéc per fer ‘na funtanèina;
alora i mudnés, anch per via del decoro, al post di cavéc i tachén a
druvèr la trivèla per fer di pàz".
Luigi Zanfi
Le terre modenesi sono state plasmate
dall’acqua, naturalmente abbondante, e sono state "modellate" per secoli
dall’uomo in funzione dell’imbrigliamento dell’acqua, risorsa basilare e
primordiale insostituibile.
Modena è sempre stata famosa per la
ricchezza delle sue acque: acque sotterranee, da far zampillare in
abbondanti getti; acque superficiali, da poter convogliare in cavi e
canali.
"La via Emilia traversa la Città, e la
divide in due parti, l’una che chiamerò occidentale, e l’altra
orientale. Nella parte occidentale si comprende la Cittadella,
l’addizione erculea, il palazzo ducale co’ suoi giardini, le stalle, e
molti altri edifizj di più moderna costruzione. Nella parte orientale
avvi l’antica Modena. Sorse questa grandiosa al tempo de’ Romani, ed è
noto che ella ne fu una delle più forti, e fedeli colonie; ma per le
vicende de’ secoli spopolata d’abitatori, sommersa dalle acque rimase
nei tempi di mezzo affatto deserta. Ritornata stagion più pacifica la
carità del nativo loco indusse i superstiti abitatori a ripopolare quei
luoghi, ed a rifabbricare la Città... Allora furono regolate le acque,
e... introdotti in Città quei cinque canali detti di Baggiovara, della
Cerca, il Canalchiaro, la Modonella, e il Canalgrande, che in varie
direzioni la percorrono, e servono a tenerla pulita. A questo tempo
erano essi la maggior parte scoperti, e lungo le sponde loro alzaronsi
le case, e si formarono le contrade, le quali appunto per questa ragione
si vedono ancora in molti luoghi tortuose ed irregolari".
Conte Luigi Forni
Girolamo Tiraboschi scriveva nel
Settecento: "E’ noto, che Modena è fondata sopra molti Canali, i quali
prima scorrevano per la maggior parte scoperti, ma ora attesa
l’insalubrità dell’aria, che cagionavano, e la deformità, che offrivano
agli occhi de’ riguardanti, fabbricate sopra essi le volte, corrono
comunemente sotterra… Alcuni di essi son tratti dal Panaro, altri da
Secchia, altri da fonti vivi.
Quando fossero essi scavati, è ignoto… E
par verisimile, che la funesta sperienza, che ebbero i Modenesi, allor
quando videro la lor Città circa il principio del settimo secolo quasi
interamente rovinata dalle acque, li determinasse a scavare questi
Canali, acciocché esse racchiuse ne’ loro letti non potessero più
innondare con tanto danno la loro patria".
Modena preromana L’area attorno a Modena
era un’ampia palude che si colmò pian piano col materiale trasportato
dai fiumi che scendevano dai monti. Il territorio, ora dominato da una
vasta selva sparsa di acquitrini e di stagni, era attraversato da una
fitta rete di fiumi e di ruscelli, dal corso che mutava a seconda delle
stagioni. L’abbondanza di acque rendeva fertile la terra, ma favoriva le
alluvioni che devastavano campi e villaggi.
I primi ad occuparsi della
regolamentazione delle acque e della bonifica del territorio, mediante
lo scavo di una rete di canali, furono gli Etruschi.
Dell’antica presenza etrusca restano il
nome latino Mutina, che tradisce nel suffisso la mano etrusca e nella
base la voce mediterranea MUT "rialzo", e il nome del canale Mutinella,
oggi Modenella, che attraversava la città e che segnava, probabilmente,
i confini dell’abitato stesso.
I Romani mantennero e potenziarono
l’assetto della scacchiera di acque che si ramificavano intorno alla
città. Se ne servirono, oltre che per l’irrigazione, per le
comunicazioni e per la difesa militare del centro abitato. Nell’epoca
imperiale Mutina era ricchissima e fortissima, perché chiusa tra due
fiumi e difesa da acquitrini, selve, fiumi, canali, fossati, terrapieni,
mura, torri.
Nella prima metà del IV secolo vi si
diffuse il Cristianesimo ad opera di S. Geminiano, il vescovo e
protettore che i Modenesi considerarono da allora in poi il simbolo
della città e della diocesi. Fu il suo un periodo di costruzioni
importanti, ma più tardi le condizioni generali decaddero tragicamente;
la natura riprese il sopravvento e le acque, non più imbrigliate,
inondarono la pianura, seppellendo tutto sotto cumuli di fango e di
ghiaia.
Dal VII secolo in avanti il territorio
modenese fu sconvolto da terribili alluvioni, che costrinsero gli
abitanti all’esodo dalla città. Venne fondata, sulla via Emilia,
Cittanova, un nuovo centro fortificato in cui emigrarono numerose
famiglie. Successivamente, per iniziativa dei vescovi di Modena, col
contributo dei monaci benedettini di Nonantola e di San Pietro, si diede
una sistemazione definitiva alla rete idraulica, che assunse l’aspetto
di un ventaglio di cavi e di canali. Quelli derivati dai fiumi Secchia e
Panaro erano detti delle acque torbide o cavedali; quelli che nascevano
dalle polle sorgive erano detti delle acque chiare o fontanazzi. Tutti
confluivano in un punto a nord della città, in un bacino collettore,
chiamato la Casa delle acque, che alimentava il fossato perimetrale di
difesa del Castello Estense e dal quale usciva il Naviglio, il canale
delle Navi, punto di partenza per la Bassa, Ferrara, Venezia, l’Oriente.
"Altra primaria funzione di queste acque
fu la fornitura dell’energia motrice agli opifici del tempo, ai mulini,
alle fucine, alle segherie, ai folli, ai torni, alle cartiere, ai
filatoi di seta, ai frantoi di noci, alle concerie di pellami, ai
pistrini per polveri da sparo. I beccai vi cavavano acque per ripulire
le botteghe; le donne vi facevano il bucato; i bambini il bagno;
cavalli, asini e buoi vi si abbeveravano, spesso i rifiuti vi venivano
smaltiti e allora diventavano fogne a cielo aperto". Canali, pozzi e
fontane erano soggetti alla stessa sorte.
Silingardi/Barbieri
Da Silingardi e Barbieri apprendiamo che
"Nel secolo XVI i canali cittadini erano ancora scoperti, erano
fiancheggiati da muretti, talvolta da filari di pioppi, sormontati da
ponti ognuno col proprio nome...; in questo secolo per ragioni di igiene
pubblica ed anche di estetica urbanistica si iniziò la copertura dei
canali e la loro trasformazione in strade; «i canali vengono voltati» si
legge a più riprese nelle cronache cittadine; i lavori durarono a lungo…".
Il Seicento vede la conclusione dei
lavori di "voltatura" del Canalgrande, ormai noto come il canale di S.
Pietro, e del canal Chiaro, entrambi probabilmente scavati nell’ultimo
decennio del IX secolo, durante i lavori, promossi dal vescovo
feudatario Leodoino, per la ricostruzione della città e la sistemazione
idraulica del territorio circostante.
Il Canalgrande, che appartiene alla
categoria delle acque torbide, in quanto arriva dal Panaro, nel suo
tratto rettilineo divenne una delle più belle strade della città.
Il canal Chiaro, che nasce dai cosiddetti
"Funtanàzz", località non lontana dalla chiesa di S. Faustino, dopo che
fu coperto, per evitare i miasmi malsani, e soprattutto le disastrose
tracimazioni delle acque fetide, diventò una lunga strada sinuosa,
fiancheggiata da edifici importanti.
Modena, con il duca Cesare d’Este, da
città dall’aspetto medioevale si stava trasformando in un moderno centro
abitato.
Sappiamo che il canale Cerca, coperto in
altri tratti da più di duecento anni, venne "voltato" e coperto nel
tratto davanti alla chiesa di San Domenico nel 1725. La decisione fu
presa dal duca Rinaldo, per il decoro della chiesa appena ricostruita.
La vecchia Modena stava ormai
scomparendo.
Non scompariva invece un flagello di
sempre: è del 1765 un’inondazione del Po che colpì alcune località del
Ducato, causando più di 200 annegamenti.
Solo nel 1858, alla
vigilia dell’annessione del ducato di Modena al regno di Sardegna, sparì
l’ultimo dei canali della città: il Naviglio.
Fu interrato e trasformato nel corso,
prima detto Estense, poi Vittorio Emanuele II, diventando la strada, se
non più bella, senz’altro più larga del centro urbano.
Manutenzione dei canali Silingardi e
Barbieri precisano che "i lavori periodici di scavo, di spurgo, di
ripulitura, di rifacimento degli argini, dei muretti, dei ponti erano
costosi. Nei secoli le spese erano diventate insostenibili, i problemi
posti dalla manutenzione irresolubili", tanto che della questione, a
partire dal 1259, dovettero occuparsi spesso le autorità. Si arrivò al
compromesso che lo scavo dei canali fosse compito del comune, l’espurgo
dei frontisti. Con molta fermezza e ripetutamente venne "proibito
gettare nelle acque del canale zoccoli, corna, peli di bovini, ossa di
animali, scarti di macellazione, calce brumata e foglie usate nella
concia delle pelli ed altri rifiuti della lavorazione eseguita negli
opifici; proibito lavarvi pelli di animali prima di conciarle…".
Possiamo appurarlo consultando gli Statuti delle acque, le raccolte,
cioè, delle disposizioni che regolamentano la materia a partire dal
secolo XIV.
Pozzi e fontane Prima della costruzione
dell’acquedotto cittadino, all’inizio del XX secolo, l’acqua potabile si
è attinta per secoli da fontane e pozzi pubblici, presenti numerosissimi
in città. Già negli Statuti medievali ci si preoccupava della loro
manutenzione e si prevedevano disposizioni severe perché le acque
restassero pulite. Era vietato lavarvi panni, carni, interiora di
animali. La situazione igienico-sanitaria comunque creò sempre, anche in
seguito, dei problemi. Nel Settecento si parlava di acqua verminosa, ma
solo alla fine del XIX secolo si rese indispensabile una risistemazione
di tutta la rete fognaria. L’incuria, la cattiva manutenzione erano come
sempre tra le cause principali dei malanni della città.
1765: bilancio di un'inondazione "La
notte del 29 ottobre del 1765 il Po esce dai suoi argini provocando
gravi danni alla comunità di Gualtieri in modo particolare oltre che a
Brescello, Castelnuovo di Sotto e Novellara… Il Landriani… viene
incaricato di una prima indagine volta ad accertare l’entità reale dei
danni e ciò di cui la popolazione e il bestiame hanno bisogno.
Al suo ritorno dalle comunità inondate,
il Landriani rende noto che, distinti i proprietari delle case
danneggiate o distrutte in 3 classi: quelli che non abbisognano di
sovvenzioni; quelli che possono provvedere coi propri mezzi alla sola
riparazione parziale dei danni; quelli che non possono neppure
parzialmente riparare i danni subiti, fino al 22 dicembre di quell’anno
è stato possibile contare un numero di case pari a 944 per la cui
riparazione occorreranno 1.230.518 lire di Reggio delle quali, per ben
600.000 lire, non sarà possibile ottenere alcun rimborso trattandosi
della somma necessaria per la riparazione dei danni subiti dalla terza
categoria di persone. L’indagine relativa alle famiglie e alle persone
inabili al lavoro non ha certo portato a risultati più soddisfacenti. Il
dato è di 1500 persone che assorbono una spesa giornaliera superiore ai
25 zecchini.
Dal computo resta, però, escluso quanto
necessario al mantenimento del bestiame. Il danno per la perdita di
vernaglie, viveri, utensili, mobili, suppellettili ammonta a 100.000
zecchini… I danni, come è possibile notare da questo primo bilancio,
sono ingenti. Quali criteri si seguono per raccogliere le somme
necessarie? Prima di tutto con l’aumento di 1 soldo della tassa sopra il
sale, in secondo luogo con l’autorizzare Reggio a prendere a censo tutte
le somme che sarà possibile trovare. Nel febbraio del 1766 viene
presentato un piano d’arginatura… Il 3 dicembre del 1766… si apprende...
che il numero delle case danneggiate o distrutte è ulteriormente salito…
e che vi è particolare scarsità di frumento… le spese vengono sostenute
dalla Comunità. Non mi risulta che la Camera Ducale, lo stesso Duca in
persona, siano intervenuti in qualche modo".
Angela Volpi |