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Intervista
- Nota bio-bibliografica - Brani
scelti
Tracy quando hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato quando avevo vent'anni, scrivevo racconti brevi. Avevo
idee e volevo dare loro voce attraverso le parole.
Ti ricordi la prima cosa che hai scritto?
Sì, si trattava della storia di un uomo, Martin, ma non ricordo il
contesto della storia. La prima vera storia che raccontai, invece,
si intitolava Ginger, la storia di una donna che entra in
preda all'ossessione a causa di una mummia egizia chiamata Ginger,
vista al British Museum.
Tracy ho voglia di entrare subito nel merito del tuo ultimo romanzo
La ragazza con l'orecchino di perla. Il titolo fa riferimento ad un
noto dipinto del pittore olandese Johannes Vermeer La ragazza con il
turbante. Come il poeta spagnolo Raphael Alberti animò i quadri del
Museo del Prado realizzando una pièce teatrale, attraverso il tuo
romanzo, hai animato un quadro. Come hai avuto l'idea di questo libro?
Ho sempre avuto una copia del quadro ovunque ho vissuto. Lo amo
particolarmente perché è bello e misterioso. L'espressione sul volto
della ragazza è così ambiguo - talvolta sembra sia contenta,
tal'altra triste, qualche volta innocente e altre ancora seduttiva.
Ho sempre cercato di immaginare a che cosa stesse pensando, e un
giorno mi sono messa a pensare a cosa Vermeer avesse fatto per farla
apparire così. Ho pensato che ci doveva essere una storia dietro
all'apparenza, ma quando ho scoperto che non si sa nulla riguardo
alla modella del quadro, ho deciso di creare io la storia di quella
modella.
Che rapporto hai con la pittura? Voglio dire sei un'appassionata?
Il mio incontro con la pittura lo definirei piuttosto casuale. Amo
l'arte, ma non più di molte altre persone. Tuttavia mi sono
innamorata di Vermeer.
Johannes Vermeer è stato un pittore stimato, amato da Vincent Van Gogh e
dallo scrittore francese Marcel Proust. Che cosa ti affascina dei suoi
quadri?
Vermeer è capace di dipingere un mondo intero nel piccolo angolo di
una stanza. I quadri sono belli e semplici ma anche molto complessi.
Amo molto il suo modo di alternare le luci e i colori, così limpidi
e sapientemente miscelati.
Quando hai guardato al dipinto di Vermeer per la prima volta, cosa hai
letto nel volto della ragazza?
La primissima volta che lo vidi pensai solo che era bellissima, non
mi domandai a che cosa stesse pensando. Successivamente mi venne in
mente che stava desiderando qualcosa. Quella sensazione mi ha
accompagnato per anni: "vuole qualcosa che non può avere."
Secondo te che cosa voleva catturare del suo sguardo?
Penso volesse cogliere la conflittualità che viveva dentro,
sottolineando la sua bellezza e la sua innocenza.
Parliamo della "tua" Ragazza con l'orecchino di perla, Griet.
Griet è una ragazza povera di famiglia protestante che si trova
costretta a lavorare perché il padre avendo perso l'uso della vista in
un incidente, non può più mantenere la famiglia. E così viene assunta in
casa Vermeer come cameriera. Ti sei ispirata a qualche modello in
particolare per creare la figura di Griet?
No, sapevo che era unica. Durante le mie ricerche ho appreso che le
donne olandesi erano ossessionate dalla pulizia, così come
caratteristica principale le ho attribuito la cura per la pulizia,
l'ordine e la precisione.
A proposito di ricerche, che tipo di lavoro hai fatto dietro al tuo
romanzo? Come hai raccolto le informazioni circa il periodo in cui visse
Johannes Vermeer?
Ho letto molti libri e soprattutto ho studiato molti quadri olandesi
dell'epoca. I quadri sono state le mie vere fonti di ricerca, i
dettagli che vi scorgevo mi facevano esattamente comprendere lo
stile di vita dell'epoca.
Ma torniamo a Griet. Tu hai scritto il romanzo in prima persona,
scegliendo il punto di vista di Griet. Come mai? Perché non scegliere un
narratore esterno?
Volevo che la storia fosse raccontata dal punto di vista di un
personaggio giovane e innocente, di chi avesse vissuto uno
sconvolgimento della sua vita a causa dell'arte. La storia
raccontata da Griet ha molto più significato che non se raccontata
da un narratore esterno - solo così possiamo vivere il suo intenso
viaggio, molto di più che stare a guardare da fuori.
Ad un certo punto della storia, Griet, La ragazza con l'orecchino di
perla,
da semplice cameriera in casa Vermeer, diventa l'assistente personale
del grande pittore, mescolando colori preparando le scene per i suoi
quadri e tutto di nascosto. Come possiamo definire questo cambiamento
nella sua vita? E' meglio dire che Griet era affascinata dalla grandezza
di Vermeer o Vermeer dalla innocenza di Griet?
Decisamente Griet era affascinata dalla grandezza di Vermeer, o
piuttosto era cosciente di essere affascinata da lui. Anche lui era
incantato da lei e non tanto della sua innocenza quanto dal suo
istintivo occhio artistico. Il loro è stato un incontro di menti
ascetiche. Ma Vermeer non era così conscio dei suoi sentimenti per
lei - provava qualcosa ma non si soffermò ad analizzare questo
sentimento in modo da dargli una connotazione più precisa.
Nel tuo romanzo la storia si sviluppa sempre all'interno di un dualismo
di contrapposizioni tra il mondo di Griet e quello di Vermeer. Griet è
protestante, Vermeer cattolico; Griet è una cameriera, Vermeer un noto
pittore; Griet una ragazza giovanissima, senza esperienza della vita,
ingenua e Vermeer il suo opposto. Tutto, soprattutto se contestualizzato
al XVII secolo, sembra dire l'impossibilità di ogni relazione tra questi
due personaggi, tuttavia una sottile passione legò Griet e Vermeer. Cosa
volevi dimostrare rappresentando questa "unione" seppur breve e
platonica? Gli infiniti modi di amare? La rottura delle convenzioni? Il
desiderio di nuove esperienze?
Secondo me il loro incontro è stato un incontro ascetico di due
menti diverse. L'una poteva essere poco istruita, l'altro un
intellettuale, tuttavia guardavano alle cose nello stesso modo.
Vermeer lo capì fin dall'inizio quando andò a casa di Griet per
conoscere la ragazza che sarebbe andata a servizio nella sua
abitazione. Griet aveva un suo modo particolare di disporre le
verdure a seconda del colore e delle sfumature. Da lì Johannes
Vermeer intuì qualcosa. È vero molti erano i motivi che dividevano i
due, ma potevano comunque condividere uno stesso modo di vedere il
mondo.
I dipinti di Vermeer sono come una finestra, spesso non sei sicuro che
ciò che vedi sia necessariamente ciò che stai guardando. Ecco il
senso della prospettiva che aveva Griet.
Tra i quadri di Vermeer, La ragazza col turbante, presenta un
particolare piuttosto sui generis: La modella indossa un turbante
giallo e blu. Se andiamo a scavare nell'intera iconografia di Johannes
Vermeer, e nella moda del XVII secolo in Olanda, non troviamo alcun
riferimento a turbanti. Secondo te questo particolare ha un significato
ben preciso o si tratta di un elemento del tutto casuale?
Non direi che si tratti di un elemento casuale. A quei tempi spesso
i pittori dipingevano ispirandosi a modelle vestite in costume, con
indumenti di epoche precedenti. Questo è ciò che penso, tuttavia non
sono mai stata soddisfatta da tale risposta e così ho relazionato il
turbante al pudore di Griet nel mostrare i suoi capelli. Griet non
amava mostrare i capelli e così tolta la cuffia da cameriera, scelse
per essere ritratta da Vermeer, un modo originale di coprire la
testa.
Tracy, in tutti i tuoi libri c'è un comune denominatore: il passato.
Falling Angles è ambientato nel 1901, The Virgin Blue fa
riferimento ad una storia accaduta nel XVI secolo; La ragazza con
l'orecchino di perla è ambientato nel XVII secolo. Come spieghi
questo continuo riferimento al passato?
Preferisco scrivere del passato perché mi sento molto più a mio agio
quando devo scegliere cosa è importante in una storia. Vivo la vita
contemporanea ogni giorno e non sento la necessità di scriverne.
Sono più interessata a scrivere di qualcosa che non conosco e di cui
vorrei imparare.
Puoi dirmi secondo la tua esperienza quali sono i limiti della scrittura
e della pittura?
Non posso esprimermi circa i limiti della pittura perché non sono un
pittore. Ma il limite della scrittura lo avverto ogni giorno. Mi
capita di avere un'idea o una storia in testa e sembra buona, ma
quando la scrivo perde sempre qualcosa. Mi capita quando rileggo ciò
che scrivo, vorrei sempre cambiare qualche cosa anche quando il
libro è già pubblicato. Poi mi rendo conto che è impossibile
scrivere la storia perfetta o il paragrafo perfetto o la frase
perfetta.
Tracy che cosa fa di La ragazza con l'orecchino di perla un libro
di successo?
Che domanda difficile! Talvolta penso che una fata sia venuta a
spargere polvere magica sul libro e a farlo diventare un libro di
successo.
Seriamente il successo è in parte dovuto al quadro, già noto: molte
persone sono intrigate dal dipinto e vogliono scoprire la storia che
c'è dietro di esso. E poi c'è anche il fatto che può essere letto da
tutti, è un libro per tutti. Ho ricevuto moltissime lettere da tutto
il mondo, da uomini e donne che lo hanno amato e anche da molti
adolescenti, e questo mi ha piacevolmente sorpresa.
Riguardo al tuo libro è in corso un progetto per realizzarne un film.
Come hai accolto questo interesse dell'industria cinematografica per il
romanzo?
Da una parte sono stata contenta dall'altra anche un po' spaventata.
Una parte di me è elettrizzata dal fatto che il mio libro verrà
rappresentato sul grande schermo. L'altra parte, invece, detesta
questo perché il libro è buono o mediocre a prescindere
dall'interesse di un film. E poi ogni autore ha in mente il "suo"
film tratto dal "suo" romanzo, spesso accade che quando il libro
assume le vesti di un film, ci si accorge che non ha colto il senso
profondo del libro. Tuttavia ho ceduto i diritti e starò ad
aspettare seduta in poltrona che cosa succede.
Adesso parliamo un po' di te e del tuo rapporto con la scrittura. Che
cosa ti spinge a scrivere un libro: un'idea, una storia, un personaggio?
Solitamente è qualcosa di visivo ad accendere un'idea. Per
Falling Angels,
è stato un cimitero e l'atmosfera che vi regnava; per il libro cui sto
lavorando oggi, una serie di arazzi. Quando qualcosa mi colpisce è
come una scintilla che prende fuoco nella mia testa e allora capisco
che posso scriverci una storia.
Nel tuo romanzo La ragazza con l'orecchino di perla c'è una
precisa attenzione ai particolari. Per molti scrittori i particolari
sono quelli che caratterizzano lo stile di uno scrittore
differenziandolo dagli altri. Nella tua esperienza di scrittrice, che
cosa determina lo stile proprio di uno scrittore?
Altra domanda difficile. Io penso che ciò che differenzi gli
scrittori sia la loro sensibilità al ritmo delle parole e delle
frasi, sempre in equilibrio con ciò che devono significare
profondamente, e il ritmo di una storia. Forse la compresenza di
questi due ritmi è ciò che rende gli scrittori unici.
Tu hai studiato scrittura creativa con Malcom Bradbury e Rose
Tremain.
Adesso che sei diventata una scrittrice a tempo pieno, quanto ritieni ti
sia stato utile frequentare quel corso?
Non è stato tanto utile allo specifico della mia scrittura, però ha
rappresentato l'inizio di un cambiamento nella mia vita -
dall'andare al lavoro a tempo pieno a diventare scrittrice a tempo
pieno. L'anno del corso è stata la prima volta nella mia vita in cui
tutto ciò che dovevo fare era scrivere. Avevo sufficiente tempo per
pensare di scrivere un romanzo piuttosto che racconti brevi. È stato
meraviglioso. Mi ha aiutato soprattutto a rispettare dei termini e a
confrontarmi con un pubblico di lettori critici. Tuttavia ritengo
che la mia scrittura sia migliorata con la pratica che di essa ho
fatto.
I laboratori di scrittura creativa sono molto attivi anche in Italia,
tuttavia storicamente sono una prerogativa di paesi come la Gran
Bretagna e gli Stati Uniti da dove molti scrittori sono passati come
tappa obbligatoria della loro carriera. Secondo te come mai frequentarli
è tipicamente inglese o americano?
Sinceramente non lo so. Forse è l'ottimismo americano che ti dice
che puoi insegnare a te stesso tutto e fare tutto.
Quali sono le autrici a cui guardi quando scrivi?
Margareth Atwood, Toni Morrison, Anne Tyler.
Ci sono degli autori italiani che ti interessano?
Primo Levi e Italo Calvino.
Se potessi dare un suggerimento ad uno scrittore alle prime armi cosa
gli diresti?
Gli direi: non scrivere di ciò che conosci (inteso di te stesso), ma
scrivi di ciò a cui sei interessato. C'è un intero universo da
esplorare.
A cosa stai lavorando in questo periodo?
Ad un romanzo su alcuni arazzi chiamati "La Dama" e
"l'Unicorno",
realizzati nel tardo XV secolo nel nord della Francia.
Nota bio-bibliografica
Tracy Chevalier nasce a
Washington DC. Negli Stati Uniti consegue la laurea in Letteratura
Inglese all'Oberline College (Ohio). Nel 1984 si trasferisce a Londra.
Ha lavorato come editor fino al 1993. In seguito ha conseguito un MA
(Master) in Scrittura Creativa presso la University of East Anglia di
Norwich (Inghilterra) avendo per insegnanti Malcom Bradbury e Rose
Tremain.
Ha scritto i seguenti romanzi: The Virgin Blue (Harper e Collins, 1997)
attualmente è fuori commercio, è prevista un riedizione in Inghilterra
per il mese di settembre 2002 e una edizione americana prevista per il
2003; Falling Angels (Harper Collins, 2001); La ragazza con l'orecchino
di perla (Neri Pozza, 2000) tradotto da Luciana Pugliese. Vive a Londra
con marito e figlio.
Brani scelti
(Johannes Vermeer e la moglie Catharina Bolnes vanno a conoscere
Griet nella sua casa al quartiere protestante di Delft)
(...)
"L'uomo mi osservava, gli occhi grigi come il mare. Aveva un volto
lungo e spigoloso, un'espressione ferma, in contrasto con quella
della moglie, che guizzava come la fiammella di una candela. Non
aveva né barba né baffi, il che mi piaceva perché gli dava un
aspetto lindo. Sotto al mantello nero indossava una camicia bianca
con un elegante colletto di pizzo. Portava un cappello calcato sui
capelli, che erano rossi come i mattoni bagnati dalla pioggia.
"Che cosa stavi facendo, Griet?" chiese.
Quella domanda mi stupì, ma ebbi la presenza di spirito di non darlo a
vedere. "Stavo tritando le verdure, signore. Per la minestra. "
Avevo l'abitudine di sistemare le verdure in cerchio, ciascuna in uno
spicchio come una fetta di torta. C'erano cinque fette: cavolo
rosso, cipolle, porri, carote, rape. Mi ero servita della lama d'un
coltello per dare la forma a ciascuna fetta, e nel centro vi avevo
piazzato una rondella di carota.
L'uomo picchiettò col dito sul tavolo. "Le hai disposte secondo
l'ordine in cui vanno nella pentola?" si informò, osservando la
ruota.
"No, signore." Esitai. Non sapevo spiegare perché avessi messole
verdure in quel modo. Le disponevo così istintivamente , come
sentivo che dovevano stare, ma ero troppo intimorita per dirlo a un
signore.
"Vedo che i bianchi li hai messi distanti l'uno dall'altro", osservò
indicando le rape e le cipolle. "E poi l'arancione e il violetto non
sono vicini. Perché mai?" Prese un ritaglio di cavolo e un pezzetto
di carota e li scosse nella mano come avrebbe fatto con due dadi.
Rivolsi lo sguardo a mia madre, che mi fece un leggero cenno di
incoraggiamento.
"Quei colori fanno a pugni quando sono vicini, signore." (...)
***
(Johannes Vermeer e Griet discutono sui colori)
Non avevo mai visto dipingere un quadro fin dall'inizio. Credevo che
si incominciasse subito a raffigurare quello che si vedeva, mettendo
i colori com'erano.
Fu lui a insegnarmi tutto.
Diede inizio al quadro della figlia del fornaio stendendo una mano di
grigio chiaro sulla tela bianca, poi tracciò dei segni rossastri per
abbozzare la ragazza, il quadro, la brocca, la finestra e la carta
geografica, ciascuno al suo posto. A quel punto pensai che avrebbe
incominciato a dipingere le cose com'erano: il viso della ragazza,
una gonna blu, un corsetto giallo e nero, una carta geografica color
nocciola, una brocca nella sua bacinella d'argento, una parete
bianca. Stese invece delle chiazze, una nera dove doveva esserci la
gonna, una ocra dove c'erano il corsetto e la carta appesa, una
rossa per la brocca e la bacinella, una grigia per il muro. Erano
colori sbagliati: nessuno di essi era il colore giusto dell'oggetto
da raffigurare. Lavorò a lungo su questi colori che io definivo
sbagliati.
Di tanto in tanto la ragazza veniva e passava delle ore, una dopo
l'altra, in piedi al suo posto, eppure, quando il giorno dopo
guardavo il quadro, non vedevo nulla di più e nulla di meno del
giorno precedente. C'erano solo chiazze di colore che, per quanto le
studiassi, non raffiguravano alcun oggetto. Sapevo che cosa
avrebbero dovuto rappresentare, perché spolveravo gli oggetti
stessi, e perché sapevo che cosa aveva indosso la ragazza quando un
giorno l'avevo spiata mente si infilava il corsetto giallo e nero di
Catharina nella sala grande.
Ogni mattina estraevo di malavoglia dai cassetti i colori che lui mi
ordinava. Un giorno vi aggiunsi anche un azzurro. La seconda volta
che lo misi mi disse: "Non l'oltremare, Griet, solo i colori che ti
ho chiesto io. Perché mi hai messo anche quello, che non ti avevo
chiesto?" Era contrariato.
"Chiedo scusa, signore. E' solo che ..." presi fiato tirando un
profondo respiro "... la ragazza ha una gonna azzurra, pensavo che
vi serviva quel colore, che non l'avreste lasciata nera".
"Quando sarà il momento te lo chiederò".
(...)
Aprì la finestra centrale, inondando la stanza di aria fredda.
"Vieni qui, Griet".
Deposi lo strofinaccio sul davanzale e gli andai accanto.
"Guarda fuori dalla finestra".
Ubbidii. Era un giornata di vento, con nuvole che viaggiavano e
andavano a nascondersi dietro la torre della Chiesa Nuova.
"Di che colore sono quelle nubi?"
"Be' , bianche, signore".
Inarcò leggermente le sopracciglia. "Ne sei sicura?"
Le guardai di nuovo. "E grigie. Forse nevicherà".
"Ma via, Griet, sforzati un po'. Pensa alle verdure di quella volta a
casa tua".
"Le verdure, signore?"
Scrollò leggermente la testa. Lo stavo scontentando di nuovo. Serrai
le mascelle.
"Pensa a come avevi separato le verdure bianche, le rape e le cipolle.
Sono dello stesso bianco?"
All'improvviso capii. "No, le rape hanno dentro un po' di verde, le
cipolle un po' di giallo".
"Proprio così, E adesso che colori vedi nelle nuvole?"
"Dentro c' è anche un po' di azzurro, " aggiunsi dopo averle osservate
per qualche minuto. "E ... di giallo. E c'è del verde, anche!" Mi
entusiasmai a tal punto che le indicai col dito. Le nuvole le avevo
guardate in tutta la mia vita, ma in quel momento ebbi l'impressione
di vederle per la prima volta.
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