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2009 04 04 l' inaugurazione dell'ufficio in Modena al civ 219 di via Pelusia

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20 03 2006 alcuni argomenti tra quelli trattati:

Apocalypse Now      USA,1979-2001 REGIA:Francis Ford Coppola
 

  • Marlon Brando   (Colonnello Walter Kurtz)

  • Martin Sheen     (Capitano Willard)

  • Robert Duvall     (Colonnello Kilgore)

  • Frederic Forrest     (Chef)

  • Laurence Fishburne    (Mr. Clean)

  • Aurore Clement    (Roxanne de Marais)

  • Christian Marquand     (Hubert de Marais)

  • Dennis Hopper      (Reporter)

SCENEGGIATURA:  F.F.Coppola e John Milius

FOTOGRAFIA:           Vittorio Storaro
MONTAGGIO:            Murch, Gerald B.Greenberg,Lisa Fruchtman,(supervisore: Richard Marks)
SCENOGRAFIA:         Dean Tavoularis MUSICA:Carmine Coppola e F.F.Coppola
PRODUZIONE:           Omni Zoetrope
DISTRIBUZIONE:       Buena Vista DURATA:3h e 23 ’

Abstract da http://www.db.acec.it/acec/riviste/im/zoom5-2001/corpoart2.html

La storia e la metafora
Il film di Coppola ha sempre avuto un valore fortemente metaforico, sempre ha avuto un significato che trascendeva la contingenza della guerra e trovava valore nello scandaglio dell’animo più profondo dell’uomo.

Il fiume che il capitano Willard e i suoi compagni risalgono rappresenta senza dubbio un percorso conoscitivo che il protagonista conduce all’interno della propria anima, una ricerca di sé, della verità, della vera essenza dell’uomo; e la vegetazione con i suoi alberi enormi e muschi e animali e rami e foglie e radici, appare come il ventre cavo di un uomo.

 Kurtz e l’esercito
L’intero film si presenta in effetti come un cammino esistenziale di un uomo, il capitano Willard, diviso tra la società, nella sua forma più gerarchica, strutturata, disciplinata e intransigente come quella militare, e la volontà anarchica e libera di un solo uomo che cerca di ritrovare la propria istintualità più nascosta che superi le convenzioni e dunque il giudizio.

 Ma questa scelta non rappresenta soltanto una preferenza, viceversa essa corrisponde alla lacerazione interna di un uomo che non sa come dovrà essere, o meglio non sa come è, in quanto uomo e in quanto persona.

 E questa dualità, a ben guardare, assomiglia, pur considerata la dimensione di spettacolarizzazione del film, a una distinzione dolorosa tra un Super Io, che è poi la dimensione sociale del Soggetto, autoritario, ma logorato dalle troppe deroghe alle sue certezze, causate dalle enormi sciagure e violenze della guerra, e un Es[a.m.1]  istintivo, violento, forte e primitivo, oltreché solitario, che sembra poter rappresentare la via più naturale e facilmente perseguibile in questo tipo di ambiente.

Tra queste due forme di sé, un Io posto in crisi dovrà scegliere.  Ma, si badi, dovrà scegliere come essere, non quale via seguire.

“ … Foggia senza forma
Tinta senza colore
Paralisi della forza
Gesto senza moto …

Il sangue e la narcosi
L ’uomo è persona, ma anche istinto, bestia, violenza, è quello che
Morris
[a.m.2]  chiamava la «scimmia nuda », eppure dotata di quell ’intelligenza che unita a una egoistica e anarchica crudeltà diviene devastazione distruttiva.
Il limite, il confine, la difesa contro la deriva dell ’uomo nel mare anarchico della sua istintività, è proprio il giudizio, la morale, il rispetto per l ’altro.

È il senso morale, il discernimento tra il bene e il male, il presupposto della società civile.

Ma chi ci dice che non sia un prodotto di un certo tipo di cultura che nulla ha a che fare con la vera natura dell ’uomo?

La risposta è inutile e la domanda retorica se rivolta a chi come noi vive in quest’epoca ed è più o meno perfettamente integrato nella nostra civiltà, ma il problema nasce se si supera una soglia di regresso, un livello di dolore di fronte al quale le regole sociali sembrano giochi di bambini, inutili spettacoli di marionette.

Questo accade per il colonnello Kurtz, che, dopo avere assistito alle mostruose atrocità che racconta, affonda nel magma della propria coscienza e ne esce deciso ad opporre al male l’indifferenza, a derogare se non definitivamente espellere la forza del giudizio, che inevitabilmente sarebbe catastrofico in un contesto così distruttivo.

Il gesto senza movimento, la parola senza significato divengono ora l’immediatezza della vita vissuta, senza alcun diaframma che si ponga tra la cosa e il pensiero, senza alcun giudizio o coscienza, soltanto una sorta di narcosi entro cui far calare ogni senso morale.

Parise chiamò questa sensazione «l’odore del sangue », e la raccontò per la prima volta proprio nel 1979,descrivendo un episodio accadutogli quando era corrispondente proprio dalla guerra in Vietnam:

«Mi trovai così solo insieme al soldato ferito in barella: la ferita, se così si può dire, era tremenda: più che altro un ammasso di carne annerita dall ’esplosione e costellata di flussi di sangue.[…]
L’elicottero partì.

Con il vento sollevato dalle pale il lenzuolo con cui era coperto, a sua volta zuppo di sangue, sbatté per un po ’fuori dal portello aperto […]
Fu in quel momento che mi colpì l’odore, un odore molto simile a quello dei macelli all’alba, ma infinitamente più dolce e lievemente nauseabondo, anzi, per essere più precisi esilarante. […]

Quell’odore era un’opera d ’arte e, proprio come l’opera d ’arte, quando è veramente tale, esprimeva soprattutto il mistero, l’attesa, il rimando a capire ».

 Questo rimando a capire è quanto Parise altrove chiama «narcosi », è una sorta di anestesia che per una necessità di autodifesa ripara il Soggetto dal suo stesso giudizio morale, da ogni considerazione logica che avrebbe condotto il protagonista alla disperazione e alla follia.

È con questa descrizione, più che con ardue elucubrazioni antropologiche o psicoanalitiche che si può intendere il senso dell’intero film e quanto vuole dirci riguardo al superamento della soglia morale di un punto preciso oltre il quale l ’uomo è meglio non si faccia persona, ma si eclissi, per non diventare folle.

È quanto il colonnello Willard riesce a fare, o meglio, dopo aver superato la soglia del ponte sul fiume ed essere giunto nella terra di nessuno che sta al di là, riuscirà a tornarne, discernendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.   A meno che non sia tornato soltanto perché il colonnello Kurtz voleva così.

Ma proprio il colonnello Kurtz è la figura più inquietante perché immerso in quella narcosi che l’odore del sangue produce, fino ad agire con calcolo e lucidità crudele, e non avere morale perché offuscata dall’anestesia della vita, quella stessa vita d’altronde che richiederebbe troppi compromessi per essere vissuta.

(Alessandro Cinquegrani)


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