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20 03 2006 alcuni argomenti tra quelli trattati:
Apocalypse Now
USA,1979-2001 REGIA:Francis Ford Coppola
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Marlon Brando (Colonnello Walter Kurtz)
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Martin Sheen (Capitano Willard)
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Robert Duvall (Colonnello Kilgore)
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Frederic Forrest (Chef)
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Laurence Fishburne (Mr. Clean)
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Aurore Clement (Roxanne de Marais)
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Christian Marquand (Hubert de Marais)
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Dennis Hopper (Reporter)
SCENEGGIATURA: F.F.Coppola e John Milius
FOTOGRAFIA: Vittorio Storaro
MONTAGGIO: Murch, Gerald B.Greenberg,Lisa Fruchtman,(supervisore:
Richard Marks)
SCENOGRAFIA: Dean Tavoularis MUSICA:Carmine Coppola e F.F.Coppola
PRODUZIONE: Omni Zoetrope
DISTRIBUZIONE: Buena Vista DURATA:3h e 23 ’
Abstract da
http://www.db.acec.it/acec/riviste/im/zoom5-2001/corpoart2.html
La storia e la metafora
Il
film di Coppola ha sempre avuto un valore fortemente metaforico, sempre ha avuto
un significato che trascendeva la contingenza della guerra e trovava valore
nello scandaglio dell’animo più profondo dell’uomo.
Il fiume che il capitano Willard e i suoi compagni risalgono rappresenta senza
dubbio un percorso conoscitivo che il protagonista conduce all’interno della
propria anima, una ricerca di sé, della verità, della vera essenza dell’uomo; e
la vegetazione con i suoi alberi enormi e muschi e animali e rami e foglie e
radici, appare come il ventre cavo di un uomo.
Kurtz e l’esercito
L’intero film si presenta in effetti come un cammino esistenziale di un uomo, il
capitano Willard, diviso tra la società, nella sua forma più gerarchica,
strutturata, disciplinata e intransigente come quella militare, e la volontà
anarchica e libera di un solo uomo che cerca di ritrovare la propria
istintualità più nascosta che superi le convenzioni e dunque il giudizio.
Ma questa scelta non rappresenta soltanto una preferenza, viceversa essa
corrisponde alla lacerazione interna di un uomo che non sa come dovrà essere, o
meglio non sa come è, in quanto uomo e in quanto persona.
E questa dualità, a ben guardare, assomiglia, pur considerata la dimensione di
spettacolarizzazione del film, a una distinzione dolorosa tra un Super Io, che è
poi la dimensione sociale del Soggetto, autoritario, ma logorato dalle troppe
deroghe alle sue certezze, causate dalle enormi sciagure e violenze della
guerra, e un Es
istintivo, violento, forte e primitivo, oltreché solitario, che sembra poter
rappresentare la via più naturale e facilmente perseguibile in questo tipo di
ambiente.
Tra queste due forme di sé, un Io posto in crisi dovrà scegliere. Ma, si badi,
dovrà scegliere come essere, non quale via seguire.
“ … Foggia senza forma
Tinta senza colore
Paralisi della forza
Gesto senza moto …
Il sangue e la narcosi
L ’uomo è persona, ma anche istinto, bestia, violenza, è quello che
Morris
chiamava la «scimmia nuda », eppure dotata di quell ’intelligenza che unita a
una egoistica e anarchica crudeltà diviene devastazione distruttiva.
Il limite, il confine, la difesa contro la deriva dell ’uomo nel mare anarchico
della sua istintività, è proprio il giudizio, la morale, il rispetto per l
’altro.
È
il senso morale, il discernimento tra il bene e il male, il presupposto della
società civile.
Ma
chi ci dice che non sia un prodotto di un certo tipo di cultura che nulla ha a
che fare con la vera natura dell ’uomo?
La risposta è inutile e la domanda retorica se rivolta a chi come noi vive in
quest’epoca ed è più o meno perfettamente integrato nella nostra civiltà, ma il
problema nasce se si supera una soglia di regresso, un livello di dolore di
fronte al quale le regole sociali sembrano giochi di bambini, inutili spettacoli
di marionette.
Questo accade per il colonnello Kurtz, che, dopo avere assistito alle mostruose
atrocità che racconta, affonda nel magma della propria coscienza e ne esce
deciso ad opporre al male l’indifferenza, a derogare se non definitivamente
espellere la forza del giudizio, che inevitabilmente sarebbe catastrofico in un
contesto così distruttivo.
Il gesto senza
movimento, la parola senza significato divengono ora l’immediatezza della vita
vissuta, senza alcun diaframma che si ponga tra la cosa e il pensiero, senza
alcun giudizio o coscienza, soltanto una sorta di narcosi entro cui far calare
ogni senso morale.
Parise chiamò questa
sensazione «l’odore del sangue », e la raccontò per la prima volta proprio nel
1979,descrivendo un episodio accadutogli quando era corrispondente proprio dalla
guerra in Vietnam:
«Mi trovai così solo insieme al soldato ferito in barella: la ferita, se così si
può dire, era tremenda: più che altro un ammasso di carne annerita dall
’esplosione e costellata di flussi di sangue.[…]
L’elicottero partì.
Con il vento sollevato dalle pale il lenzuolo con cui era coperto, a sua volta
zuppo di sangue, sbatté per un po ’fuori dal portello aperto […]
Fu in quel momento che mi colpì l’odore, un odore molto simile a quello dei
macelli all’alba, ma infinitamente più dolce e lievemente nauseabondo, anzi, per
essere più precisi esilarante. […]
Quell’odore era un’opera d ’arte e, proprio come l’opera d ’arte, quando è
veramente tale, esprimeva soprattutto il mistero, l’attesa, il rimando a capire
».
Questo rimando a capire è quanto Parise altrove chiama «narcosi », è una sorta
di anestesia che per una necessità di autodifesa ripara il Soggetto dal suo
stesso giudizio morale, da ogni considerazione logica che avrebbe condotto il
protagonista alla disperazione e alla follia.
È
con questa descrizione, più che con ardue elucubrazioni antropologiche o
psicoanalitiche che si può intendere il senso dell’intero film e quanto vuole
dirci riguardo al superamento della soglia morale di un punto preciso oltre il
quale l ’uomo è meglio non si faccia persona, ma si eclissi, per non diventare
folle.
È
quanto il colonnello Willard riesce a fare, o meglio, dopo aver superato la
soglia del ponte sul fiume ed essere giunto nella terra di nessuno che sta al di
là, riuscirà a tornarne, discernendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.
A meno che non sia tornato soltanto perché il colonnello Kurtz voleva così.
Ma proprio il colonnello Kurtz è la figura più inquietante perché immerso in
quella narcosi che l’odore del sangue produce, fino ad agire con calcolo e
lucidità crudele, e non avere morale perché offuscata dall’anestesia della vita,
quella stessa vita d’altronde che richiederebbe troppi compromessi per essere
vissuta.
(Alessandro Cinquegrani)
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